mercoledì 21 gennaio 2026

#stranieri / SIMIĆ Charles (1938 - 2023)

 

Charles Simić
, all'anagrafe Dušan Simić (Belgrado, 9 maggio 1938 – Dover, 9 gennaio 2023), è stato un poeta e traduttore statunitense di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Ha scritto di diversi argomenti, dal jazz all'arte alla filosofia. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia con l'opera The World Doesn't End.
Simic nacque a Belgrado, nell'ex Iugoslavia e l'essere cresciuto in un'Europa lacerata dalla seconda guerra mondiale influenzò notevolmente la sua visione del mondo. In un'intervista al Cortland Review egli ebbe a dire: "L'essere uno dei milioni di profughi ebbe un grande effetto su di me. Oltre alla mia sfortunata vicenda, ho avuto modo di sentirne molte altre. Sono ancora stupito di tutta la viltà e stupidità a cui ho assistito durante la mia vita."
Simic emigrò verso gli Stati Uniti con la sua famiglia nel 1954 quando aveva sedici anni. Crebbe a Chicago e ricevette il suo Bachelor of Arts dalla New York University. Insegnò letteratura americana e scrittura creativa all'Università del New Hampshire e visse sulla spiaggia del Bow Lake a Strafford nel New Hampshire.
La sua fama iniziò a delinearsi nella prima metà degli anni settanta, quando si fece notare come uno scrittore dallo stile minimalista, che scriveva nitide, immaginifiche poesie che, alla maniera di William Blake, prendono spunto da oggetti concreti, poeticamente utilizzati per estrapolare l'universo.
Con gli anni, lo stile di Simic divenne sempre più immediatamente riconoscibile. La critica si è spesso riferita alle sue poesie come "strettamente costruite come scatole cinesi". Simic stesso disse di sé: "Le parole fanno l'amore sulla pagina come mosche nella calura estiva e il poeta non ne è altro che lo spettatore stupefatto." L'affermazione sottende la filosofia di Simic, secondo cui la vera arte deve trascendere la persona ed essere più grande del suo creatore.
Ha scritto, in maniera meditata, su argomenti assai disparati, come il jazz, l'arte in generale, o la filosofia. Ha esercitato una considerevole influenza non solo come poeta, ma anche come traduttore, saggista e filosofo, esprimendosi sullo stato attuale della poesia americana. Si è occupato di poesia come redattore del The Paris Review, ruolo in cui venne sostituito da Dan Chiasson.
Simic è stato nella giuria dell'edizione 2007 del premio Griffin Poetry Prize e ha contribuito su argomenti di poesia e prosa su The New York Times Book Review. Nel 2007 ha ricevuto la somma di 100.000 US$ del Wallace Stevens Award dall'Academy of American Poets quale riconoscimento della sua nitida e comprovata maestria nell'arte poetica. È stato scelto da James Billington per essere il quindicesimo poeta laureato della Library of Congress, succedendo a Donald Hall. Nella motivazione Billington faceva riferimento alla "qualità piuttosto sbalorditiva e originale della sua poetica".

Edizioni italiane
Il mondo non finisce, Donzelli, 2001
Zoo, Ass. Edizioni L'Obliquo, 2002
Hotel Insonnia, Adelphi, 2002
Il cacciatore di immagini. L'arte di Joseph Cornell, Adelphi, 2005
Il titolo, a cura di Damiano Abeni e Massimo Gezzi, Ass. Edizioni L'Obliquo, 2007
Club Midnight, Adelphi, 2008 (trad., con testo inglese a fronte, di My Noiseless Entourage, oltre a una scelta dai Selected Poems)
Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, 2012,
La vita delle immagini, Adelphi, 2017


Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

Hotel insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. Andrea Molesini

*

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.


Hotel insonnia (Adelphi, 2002), a cura di A. Molesini

*

 Negozio di vestiti usati

Un’ampia scelta di vite passate
in mezzo a cui frugare
alla ricerca di quella che ti vada bene
pulita e stirata,
però consunta al collo.

Un manichino vestito di nero
è all’ingresso per servirti.
I suoi occhi non ti lasciano andare.
I suoi baffi sembrano disegnati
con la punta di un sigaro spento.

Vedi torri pendenti di pantaloni.
Appena ti volti per scappare,
i cappelli di uomini morti rotolano
sul pavimento per accompagnarti
premurosi all’uscita.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. N. Gardini

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