sabato 7 marzo 2026

MARATTI Faustina (1682 ca. - 1745)

 

Faustina Maratti
, o Faustina Maratta, nota anche in Arcadia col nome di Aglauro Cidonia (Roma, 1682 circa – Roma, 9 gennaio 1745), è stata una poetessa italiana.
Figlia naturale del pittore Carlo Maratta, nacque a Roma attorno al 1682 e non al 1679, come ancora indicato da bibliografia ormai superata. Il padre poté sposare la madre Francesca Gommi (1660 - 9 giugno 1711) solo nel 1698, dopo che divenne vedovo della seconda moglie Francesca Trulli.
Ricevette fin da fanciulla una buona educazione umanistica studiando fra l'altro musica, arti figurative e, soprattutto, poesia.
Molto avvenente, attirò l'attenzione di Giangiorgio Sforza Cesarini, figlio cadetto di Federico Sforza di Santa Fiora, duca di Genzano, la località dei Castelli Romani in cui Carlo Maratta si era ritirato. Il rifiuto delle profferte amorose dello Sforza Cesarini, da parte di Faustina, spinsero il giovane duca, nel maggio del 1703, a tentare di rapirla mentre la ragazza stava andando a messa in compagnia della madre e di alcune domestiche. La ragazza riuscì a sfuggire all'agguato, ma le rimase una cicatrice sulla tempia sinistra. Il duca venne condannato a una lunga pena detentiva, a cui sfuggì riparando dapprima a Napoli e poi in Spagna, dove morì nel 1719. Nel 1715, a Roma, per desiderio di Papa Clemente XI, il Dott. Buonafede Vitali, soprannominato l'Anonimo, operò un reintervento chirurgico per porre riparo alla deturpante ferita. Che col tempo la poetessa potesse aver magnanimamente perdonato, lo attesterebbe la chiusa di un suo noto sonetto: così del volgo reo vendetta face, / chi piena l'alma d'onorato orgoglio, / s'en passa altier sopra l'offesa, e tace.
Considerata suo malgrado un'eroina, nel 1704 la giovane poetessa fu accolta nell'Accademia dell'Arcadia dove ricevette il nome di Aglauro Cidonia. Nell'Arcadia conobbe il poeta Giambattista Felice Zappi, un avvocato originario di Imola e poeta molto rinomato, che Faustina sposò nel 1705 e col quale visse felicemente. La casa degli Zappi divenne un centro di rinomate riunioni artistiche; fra i frequentatori del loro salotto basterà ricordare Georg Friedrich Händel, Domenico Scarlatti, Giovanni Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni. Dal matrimonio nacquero tre figli: Livia (28 marzo 1706, moglie dal 1730 di Niccolò Guidiccioni di Lucca), Luigi (22 novembre 1707) e Rinaldo (12 marzo 1709; morirà due anni dopo). Nel 1719 rimase vedova, e rifiutò di risposarsi.
Nel 1728 un giovane di Albano, tale Francesco, la citò in giudizio dichiarando di essere figlio naturale suo e del duca Giangiorgio Sforza Cesarini. Il processo durò a lungo. Faustina riuscì a discolparsi dall'accusa; morì nel 1745, poco tempo dopo essere riuscita a provare la sua estraneità al fatto, e pochi giorni dopo le nozze del figlio Luigi. È sepolta nella chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane.

Opere
Il Canzoniere di Faustina Maratti (o Aglauro Cidonia) comprende soli 38 sonetti che vennero pubblicati, assieme ai versi del marito, la prima volta nel 1723 nella raccolta Rime di Giovanni Battista Felice Zappi e di Faustina Maratti, sua consorte, aggiuntevi altre poesie de' più celebri dell'Arcadia di Roma. Si tratta di sonetti in stile petrarchesco, formalmente eleganti ed equilibrati secondo i canoni del teorico Giovanni Mario Crescimbeni. I sonetti giovanili avevano per soggetto grandi figure femminili della romanità (Veturia, Tuzia, Porzia, Lucrezia), e traevano spesso ispirazione dai dipinti del padre Carlo Maratta. Molto più sentite appaiono le rime dell'età matura che cantano, con stile misurato, gli affetti familiari o il dolore per la morte del figlioletto Rinaldo.
Sono noti alcuni componimenti rimasti inediti durante la vita di Faustina: 5 sonetti e una epistoletta pubblicati nella quindicesima edizione delle rime dei coniugi Zappi; l'epistoletta testimonia come la Maratti non scrivesse soltanto sonetti.

Incipit di alcune opere

Dolce sollievo dell'umane cure

Dolce sollievo dell'umane cure,
Amor, nel tuo bel regno io posi il piede,
E qual per calle incerto uom, che non vede,
Temei l'incontro delle mie sventure.

Che? non credevi forse, anima schiva

Che? non credevi forse, anima schiva,
Cader sotto il mio giogo alto e possente;
Credevi tu quell'orgogliosa mente
Mantener sempre d'ogni affetto priva?

Io porto, ahimè, trafitto il manco lato

Io porto, ahimè, trafitto il manco lato
D'un dardo il più crudel, ch'avesse Amore,
Poiché nulla scopria d'aspro rigore,
Ma di cara dolcezza era temprato.

Pensier, che vuoi, che in così torvo aspetto

Pensier, che vuoi, che in così torvo aspetto
All'agitata mente t'appresenti?
Perché le pene all'alma accrescer tenti,
E pormi in seno, ahimè! nuovo sospetto?

Qualora il tempo alla mia mente riede

Qualora il tempo alla mia mente riede,
Cader sotto il mio giogo alto e possente;
Credevi tu quell'orgogliosa mente
Mantener sempre d'ogni affetto priva?

Non so per qual ria sorte, o qual mio danno

Non so per qual ria sorte, o qual mio danno
Cangiasse Amor lo stato, in ch'io vivea.
Allor che in pace i giorni miei traea,
Scarca dal peso d'ogni grave affanno.


giovedì 5 marzo 2026

MARCOALDI Franco (1955 - viv.)

 

Franco Marcoaldi 
(Guidonia Montecelio, 21 maggio 1955) è un poeta e scrittore italiano.
Franco Marcoaldi è nato nel 1955 e vive da tempo sulla laguna di Orbetello.
Nel corso degli anni ha fondato riviste (Leggere), è stato consulente di case editrici (Donzelli, Mondadori), ha scritto per il teatro (Benjaminowo e Sconcerto con Toni Servillo), per la musica (lavorando con Fabio Vacchi e Giorgio Battistelli), per la televisione (i ‘Dieci Comandamenti’ di Roberto Benigni, la serie di documentari Grand'Italia per Rai Cultura).
Ha curato il Meridiano Mondadori di Fosco Maraini e introdotto opere di Cesare Brandi, Pier Paolo Pasolini, Beniamino Placido. Ha collaborato con il fotografo Mario Dondero e la pittrice Giosetta Fioroni.
Nel 1995 pubblica Celibi al limbo (Einaudi), vincitore del Premio di Poesia "Paolo Prestigiacomo" (III edizione).
È autore della serie di documentari Grand'Italia - 12 ritratti di italiani che negli ambiti più diversi hanno reso grande l'Italia nel mondo - andata in onda su Rai Storia e in programmazione nel 2016 su Sky Arte.
Ha scritto libri di viaggio (Un mese col Buddha, Prove di viaggio e Viaggio al centro della provincia), saggi e romanzi (tra gli altri, Voci rubate e Il vergine). Ma il centro della sua attività è la poesia.
Molti i suoi libri in versi, che hanno vinto i più importanti premi - dal Viareggio al Montale, dal Pavese al Brancati: ‘Mosca cieca’, Amore non Amore, L'isola celeste, Benjaminowo, Celibi al limbo, Animali in versi, Il tempo ormai breve, La trappola, Il mondo sia lodato. Il 6 maggio 2025 ha pubblicato, sempre per la collana bianca di Einaudi, Una parola ancora. Diversi suoi libri sono stati tradotti all'estero. Collabora da molti anni al quotidiano La Repubblica.

Opere di Poesia
A mosca cieca, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 1992, (Premio Viareggio per la poesia).
Celibi al limbo, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 1995
Amore non Amore, Milano, Bompiani, 1997; nuova ed. accresciuta, Collana Passaggi, Milano, Bompiani, 2003; Amore non amore. Cento poesie, Collana Le onde n.43, Milano, La nave di Teseo, 2019
L'isola celeste, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2000
Animali in versi, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2006 Premio Brancati
Il tempo ormai breve, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2008
La trappola, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2012
Il mondo sia lodato, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2015
Tutto qui, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2017
Il padre, la madre, disegni di Marilù Eustachio, Le Farfalle, 2019
Quinta stagione. Monologo drammatico, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2020
Animali in versi, Collezione di Poesia, Torino, Einaudi, 2022

I malpensieri

Arrivano nella notte i malpensieri,
erigendo picchi di insormontabili
problemi, cumuli d'angosce, oscure
colpe, sentimenti neri, Arrivano
nella notte i malpensieri. E non c'è
modo di uscire dalla loro rete
a maglie strette. Il sonno s'allontana
e dentro al portacenere si assommano
i resti di due, tre, cinque, dieci
sigarette. Gonfiano il loro ventre
i malpensieri, come rospi giganti
che minacciano la luna. E proprio quando
sembra che arrida loro la fortuna,
ecco lo schianto: tardivo, Morfeo rapisce
al sonno un corpo esausto di stanchezza,
mentre l'aurora cancella con un alito
di vento quel mare di fantasmi di cupezza.


Dovessi spiegarti cos'è una vita

Dovessi spiegarti cos'è una vita,
a lato, il résumé di ieri
sarebbe sufficiente: Giovanni Decollato.
Mi sono alzato presto
per frastornarmi molto,
molto ho fantasticato
tastando bene il polso.
E in conclusione, quanto
ho verificato, è che un rancore
e una femmina, una birra
e una preghiera, non fanno
una vita. Fanno soltanto sera.


Il doppio sguardo

Quante volte si è detto
il mondo deperisce.
Quante volte si è detto
il mondo fa naufragio.
Dovremmo misurare meglio
le parole: ché il mondo
deperisce eppure ingrassa;
e mentre naufraga galleggia.
È questa la fatica
a cui siamo vocati: sostenere
un doppio sguardo, capace
di fissare in faccia la rovina
e assieme la lamina di sole
che accende ogni mattina.



martedì 3 marzo 2026

COPIOLI Rosita (1948 - viv.)

 

Rosita Copioli
 (Riccione, 1948) è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Nata a Riccione nel 1948, vive a Rimini. Traduttrice e studiosa di William Butler Yeats, ha scritto saggi riguardanti Rimini e opere di narrativa, ma è in campo poetico che si è distinta maggiormente fin dal suo esordio nel 1979 con Splendida lumina solis (Premio Viareggio opera prima poesia).
Dal 1979 al 1989 ha fondato e diretto la rivista di poesia L'altro versante e attualmente collabora con il quotidiano Avvenire.
Con la raccolta di versi Il postino fedele si è aggiudicata nel 2009 sia il Premio Brancati, sia il Premio Letterario Camaiore.

Opere di Poesia
Splendida lumina solis, Forlì, Forum/Quinta generazione, 1979
Furore delle rose, Parma, Guanda, 1989
Elena, Parma, Guanda, 1996
Il postino fedele, Milano, Mondadori, 2008
Animali e stelle, Azzate, Stampa, 2009
Le acque della mente, Milano, Mondadori, 2016

Notte preziosa più dell’ebano

Questa notte, notte di delizia solitaria,
notte preziosa più dell’ebano,
profumata, questa notte ero tutta presa
e pure espansa, dentro il tuo abbraccio.
Mi aveva avvolta la nube della proprietà.
Io ero tornata. Il mio corpo era tornato
al suo corpo. L’appartenenza e la proprietà
erano sanciti di nuovo.
Mi sono resa conto di nuovo, di notte,
cosa vuol dire appartenenza e proprietà.
Se sei lontano, da tempo, credi
di mantenere. Solo il mistico mantiene
la realtà. Finché non lo diventi,
tu la devi avere nel corpo. Capisci
cosa è di diverso la lontananza
da quella presenza che hai in te.
E allora capisci
quanto è preziosa la presenza
oltre la presenza, quanto sei prezioso tu
in ogni goccia di tempo di presenza.

 

da Le acque della mente (Mondadori, 2016)


**


COME UN CACCIATORE SENZA RIMORSI

Se tu hai il tempo più vicino,
non pensi a quello più lontano.
Ma se ricordi così bene il lontano,
non quello più vicino, che importa,
se grande, se immenso
è quello più lontano?

Il tempo non sempre è clemente,
ricordi però l’amore, e in questo
il tempo è onnipotente,
niente lo annienta.

Sarà perché l’amore è stato ed è onnipotente
che il tempo si adegua,
si adagia, si accuccia
come un cane al nostro camino
come un cacciatore senza rimorsi.

In tempi di rimorsi idioti
evviva il fuoco dei miei vecchi cacciatori.

 da “I fanciulli dietro alle porte”, Vallecchi 2022


**

Se dev’essere eguaglianza

I
Non mi sento superiore.
Non riesco a diventare vegetariana.
Sono come un gatto, un cane, una tigre
o un pesce che non sono (ancora)
“superiori”.
Figlia di un cacciatore però
non potrei sparare né pescare.
Chissà se lo farei, in un’isola deserta.
Credo di sì? – No.
Per ora vilmente (mi pongo il problema)
escludo animali simpatetici e ripugnanti,
e mi comporto come loro,
secondo la mia specie
secondo la loronostra ingiustizia.
Mi sento come un maschio
con il genere femminile, però
(o è un’apparenza?).

II

In disvirtù di questa eguaglianza
proclamo di appartenere al selvaggio.
Nessun problema se sarò uccisa,
cacciata.
Tenterò la mia difesa.
Come ho sempre fatto
appartenendo al “sesso debole”:
ossia a quello animale.
Legittima difesa di aggressione.
Chi è la caccia chi è il cacciato?
Cervo, grifo, pantera, leone,
Diana, Atteone,
Demetra spiga di grano,
sulle tombe si rincorre la vita.

III

Eppure,
non togliere la vita a chi possiede
soltanto il suo respiro –
le cose piccole e mute,
che ci guardano con coraggio,
che ci guardano miti.

In ricordo della nostra separazione
corre come un pianto
un sogno del lutto.

Cos’è questa energia che ci prende
e ci lascia –
Cos’è questo soffio…


da Le acque della mente, Mondadori, 2016  

domenica 1 marzo 2026

LOI Franco (1930 - 2021)

 

Francesco Carlo Mario Loi
, detto Franco (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) è stato un poeta, scrittore e saggista italiano.
Franco Loi nasce a Genova nel 1930 da padre sardo e da madre emiliana. Seguendo il padre ferroviere si trasferisce nel 1937 a Milano dove frequenta gli studi diplomandosi in ragioneria. Successivamente lavorerà come contabile allo scalo merci di Lambrate. In seguito lavora come impiegato allo scalo merci del porto di Genova fino al 1950 per diventare poi, nel 1955, incaricato per le relazioni pubbliche presso l'Ufficio pubblicità de La Rinascente e nel 1962 lavora all'Ufficio stampa della casa editrice Arnoldo Mondadori Editore.
Dopo essere stato attivo militante comunista, ha aderito al movimento della nuova sinistra, ma dagli anni settanta ha lasciato sostanzialmente l'attività politica assumendo posizioni molto personali con forte accentuazione di una religiosità anarchico-libertaria. La sua prima produzione poetica nacque tutta in una breve stagione, tra il settembre 1965 e l'estate 1974 quasi "sotto dettatura", così il poeta rievoca quegli anni fondamentali: "scrivevo versi per quattordici ore filate al giorno, mi sono sempre considerato amanuense di Qualcuno".
Esordisce solo nel 1973 come poeta in dialetto e ha subito un buon successo con l'opera I cart pubblicata dall'Edizione Trentadue di Milano con i disegni dell’amico Eugenio Tomiolo e l'anno dopo, 1974, con Poesie d'amore edite da Il Ponte. Nel 1975 il poeta dimostra di aver raggiunto la completa maturità di espressione con il poema Stròlegh, pubblicato da Einaudi con prefazione di Franco Fortini, di cui una parte aveva già visto la pubblicazione nel secondo "Almanacco Dello Specchio" ricevendo una critica positiva da Dante Isella.
Nel 1978 Einaudi pubblica la raccolta Teater e nel 1981 l'opera L'Angel viene edita a Genova dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani. Sempre nel 1981, grazie alla raccolta L'aria (Einaudi), vince il Premio nazionale "Lanciano" di Poesia dialettale, di cui diventa giurato a partire dalla XVI edizione (1986) fino alla sua conclusione nel 2008.
Nel 1994, grazie all'opera L'angel (Mondadori), vince il Premio di Poesia "Paolo Prestigiacomo" (II edizione).
Nel 2005 pubblica per Einaudi L'aria de la memoria, in cui raccoglie tutte le poesie scritte tra il 1973 e il 2002, alcune delle quali apparse già nelle raccolte I cart e Poesie d'amore. Molte altre sono le sue opere, tutte in dialetto milanese, tra le quali Lünn, Liber, Umber, El vent, Isman, Aquabella, Pomo del pomo.
Oltre alle poesia, Franco Loi si dedica alla narrativa (si ricorda il libro di racconti L'ampiezza del cielo, Milano, Gallino Editore, 2001) e alla saggistica. È stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Stròlegh e del premio Nonino per Liber; in seguito ha ricevuto il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008 (sezione poesia) con il libro Voci d'osteria. È stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d'oro e ha inoltre ricevuto dal Comune di Milano l'Ambrogino d'oro e il "Sigillo Longobardo della Regione Lombardia".
Contributore di numerose riviste e redattore del Il Sole 24 ore, a dicembre del 2018 rilascia alla rivista Affari Italiani un'intervista dal titolo Mussolini ha fatto più di tutti per gli operai, nella quale riprende la retorica del cosiddetto paradosso democratico, sostenendo che la sua azione in termini mutualistici, assistenziali e previdenziali restò ineguagliata dai politici successivi.
È morto il 4 gennaio 2021 all’età di 90 anni nella sua casa di Milano. Le sue ceneri sono tumulate in una celletta del Cimitero Monumentale, nell'Ossario centrale.
Temi ricorrenti nelle opere di Loi sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera. Il titolo della sua raccolta più famosa "Stròlegh" (astrologo), composta in due tempi nell'estate 1970 e nella primavera 1971, rimanda a un sogno a occhi aperti, a una profezia rassicurante.
Il nono passaggio della poesia è dedicato a Piazzale Loreto, luogo fondamentale nell'esperienza di Loi, situata a poche centinaia di metri da dove allora abitava, in Via Casoretto: fu lì che, ancora ragazzino, il 10 agosto 1944, vide quei partigiani uccisi "gettati sul marciapiede come spazzatura", e nel 1945 i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi fascisti lì trucidati. I due momenti sembrano confondersi in un'unica scena, che suscita nel poeta rabbia e pietà, elegiaca reminiscenza e angosciosa invettiva. Le ultime raccolte sono caratterizzate da un linguaggio meno incisivo. Alcuni esempi: "Teàter" del 1978, l'"Aria" e l'"Angel" del 1981, l'"Amur del Temp" del 1999.
La poetica di Loi, ricca di arcaismi (in particolare dantismi) e neologismi, è spesso fondata su costruzioni sintattiche anormali, essa è finalizzata a una libertà espressiva assoluta, ma nasce anche in base a una precisa scelta di campo ideologico-politica per dare voce a un proletariato oppresso e sfruttato. Lo stile violentemente espressionistico, scaturisce da una costante mescolanza di registri, dal grottesco al sarcastico al satirico.

Poesia
Aria de la memoria. Poesie scelte (1973-2002), collana Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2005.
Voci d'osteria, collana Lo specchio, Milano, Mondadori, 2007.
I cart, disegni di Eugenio Tomiolo, Milano, Edizioni Trentadue, 1973.
Poesie d'amore, incisioni di Ernesto Treccani, San Giovanni Valdarno, Edizioni Il Ponte, 1974.
Stròlegh, introduzione di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1975.
Teater, Torino, Einaudi, 1978.
L'angel, presentazione di Franco Brevini, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1981.
Lünn, incisioni di Fernando Farulli, Firenze, Il Ponte, 1982.
Bach, Milano, Scheiwiller, 1986.
Liber, risvolto di Cesare Segre, Milano, Garzanti, 1988.
Memoria, introduzione di Giovanni Tesio, Mondovì, Boetti & C., 1991.
Poesie, introduzione di Franco De Faveri, Roma, Fondazione Piazzola, 1992.
Umber, prefazione di Romano Luperini, Lecce, Piero Manni, 1992.
Poesie. Antologia personale, introduzione di Franco De Faveri, Roma, Fondazione Marino Piazzolla, 1992.
L'angel, in 4 parti, risvolto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 1994. 2022².
Arbur, incisioni di Guido Di Fidio, Bergamo, Moretti & Vitali, 1994.
Verna, risvolto di Daniela Attanasio, Roma, Empiria, 1997.
Album di famiglia, introduzione di Bernardo Malacrida, Falloppio, Lietocollelibri, 1998.
Amur del temp, Milano, Crocetti, 1999.
Isman, Torino, Einaudi, 2002.
Aquabella, Novara, Interlinea, 2004.
El bunsai, con un'acquaforte originale dell'autore, Milano, Il ragazzo innocuo, 2005.
La lûs del ver, Milano, Quaderni di Orfeo, 2006.
Scultà, con un'incisione originale di Luciano Ragozzino, Milano, Il ragazzo innocuo, 2006.
I niul, Novara, Interlinea, 2012.
Nel scûr, con incisioni originali di Bruno Biffi, Milano, Quaderni di Orfeo, 2013.
La torre, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2020.

* * *
Che dì, ragassi! In depertütt balera!
Baler in strada, baler den’ di curtìl…
L’è la mania del ballo! Milan che balla!
Gh’è ’n giögh de bocc, un prâ… Sü tri canìcc,
e, tràcheta, la sala bell’e prunta…
Un’urchestrina… Tri balabiott pescâ
föra Lambrâ… E via volare! El Nait
’na lüsa sula! Basta che pénden
chi quatter lampedìn de carta rösa…
Gardenia, Miralago, Stella Russa,
el Lido, Lago Park, la Capannina…
Fina nel Trotter… E ogne nòm ’na storia,
ché basta dì «l’era ’l Quarantacinq»
e pö «Quarantases», e a tanta gent
s’indrissa i urègg, ghe vègn i furmigun…
… Vegnivum da la guèra, e per la strada
gh’evum passâ insèma amur, dulur.
Amô sparaven, amô gh’eren i mort,
ma serum nüm, serum class uperara,
nüm serum i scampâ da fam e bumb,
nüm gent de strada, gent fada de mort,
nüm serum ’me sbuttî dai fòpp del mund,
e, nun per crüdeltâ, no per despresi,
mancansa de pietâ, roja de nüm,
ma, cume ’na passiun de sû s’ciuppada,
anca la nott nüm la vurevum sû…
Ciamila libertâ, ciamila sbornia,
ciamila ’me vurì… Festa ai cujun!
… ma nüm, che l’èm patida propri tüta,
anca la libertâ se sèm gudü!
 
Che giorno, ragazzi! Dappertutto balera!
Balere in strada, balere nei cortili…
È la mania del ballo, Milano che balla!
C’è un gioco di bocce, un prato… Su tre cannicci,
e, tràccheta, la sala è già pronta…
Un’orchestrina… Tre strapelati pescati
fuori Lambrate… E via volare! Il Night
è una sola luce! Basta che pendano
quelle quattro lampadine di carta rosa…
Gardenia, Miralago, Stella Rossa,
il Lido, Lago Park, la Capannina…
Perfino nel Trotter… E ogni nome una storia,
ché basta dire «era il Quarantacinque»
e poi «Quarantasei», e a tanta gente
si drizzano le orecchie, gli vengono i formiconi…
… Venivamo dalla guerra, e per la strada
ci avevamo passato insieme amori, dolori.
Ancora sparavano, ancora c’erano i morti,
ma eravamo noi, eravamo classe operaia,
noi eravamo gli scampati dalla fame e dalle bombe,
noi, gente di strada, gente fatta di morte,
noi eravamo come germinati dalle fosse del mondo,
e non per crudeltà, non per disprezzo,
mancanza di pietà, vomito di noi,
ma, come una passione di sole esplosa,
anche la notte noi la volevamo sole…
Chiamatela libertà, chiamatela sbornia,
chiamatela come volete… Festa ai coglioni!
… ma noi, che l’abbiamo patita proprio tutta,
anche la libertà ci siamo goduti!
(Angel, 1994 – Parte Prima. IX)

* * *

Nüm ciàmum natüra quèl che sèmm, vedèmm
e tùccum, vìvum, màgnum… forsi pénsum…
Ma lé sé l’è? Un quìss. Forsi sustansa
de quèl che ne la vita l’è ’l pensà,
forsi quèl vöj ch’al mar de la bundansa
la furma scund nel vel del sò passà…
Oh che natüra matta! Un giögh del nient.
Te vöret stàgh nel cör e sbandunàss,
e lé la buffa, se fa d’aria, e ’l vent
te tira denter e l’è ’me ’n sluntanàss,
e l’è ’na vöja che te strèppa dent
e dumâ curr te fa sensa fermàss…
E alura a chi dà atrâ? A la natüra?
la sciensa? religiun? el farnesià
che fa filusufìa? o a chi trascüra
la faccia d’un quaj diu e i sò creà?
Mì, per mè cünt, û truâ la cüra:
natüra lé, natüra mì, el parlà…
E dunca stèmegh dent sensa paüra
e del sò bèll lassìm ’me ’n ciucch cantà.
 
 
Noi chiamiamo natura quel che sappiamo, vediamo,
e tocchiamo, viviamo, mangiamo… forse pensiamo…
Ma lei cos’è? Un enigma. Forse sostanza
di quello che nella vita è il pensare,
forse quel vuoto che in un mare così grande
la forma nasconde al velo del suo passare…
Oh che natura pazza! Un gioco del niente.
Tu vuoi starci nel cuore e abbandonarti,
ma lei sbuffa, si fa d’aria, e il vento
ti attira dentro ed è come un allontanarsi,
ed è un desiderio che ti dilania dentro
e soltanto correre ti fa senza riposo…
E allora a chi dar retta? Alla natura?
alla scienza? la religione? il farneticare
della filosofia? o a chi trascura
la faccia d’un qualsiasi dio e le sue creazioni?
Io, per mio conto, ho trovato la cura:
natura lei, natura io, il parlare…
Dunque stiamoci dentro senza paura
e del suo bello lasciatemi da ubriaco cantare.
(Angel, 1994 – Parte Quarta. III)

 
* * *

Sù pü né quèl che sun né quèl che seri,
sù nient de quèl sarà che me recorda,
e alter me vègn sü, cum ’una storia
che vègn de la memoria del cantà..
Oh vurarìa.. Che gran parola storba!
Quèl che la vita dìs sa pü parlà.
J öcc.. oh dì di öcc! che gran fortüna
vèss in quj öcc un spegg del respirà..
La nott l’era la nott, e mì nel venter
me sun nascost de lé per mai turnà.
 
Non so più quel che sono né quel che ero,
non so niente di quel futuro che già mi ricorda,
e l’altro mi vien su, come una storia
che torna dalla memoria del cantare..
Oh vorrei.. Che gran parola disturbata!
Quel che la vita dice non sa più parlare.
Gli occhi… oh dire degli occhi! Che gran fortuna
essere in quegli occhi uno specchio del respirare..
La notte era la notte, e io nel ventre
mi son nascosto di lei per non tornare.
(Verna, 1997)



venerdì 27 febbraio 2026

PAGNANELLI Remo (1955 - 1987)

 

Remo Pagnanelli 
(Macerata, 6 maggio 1955 – Macerata, 22 novembre 1987) è stato un poeta e critico letterario italiano. Dopo aver conseguito la laurea in lettere, per un breve periodo è stato docente all'Accademia di belle arti di Macerata, specializzandosi successivamente in scienze e storia della letteratura italiana all'Università di Urbino.
Molto ricco è stato il suo impegno nell'ambito della critica letteraria, documentato da innumerevoli recensioni su poeti e scrittori contemporanei e dai saggi su Montale, Sereni, Fortini, Caproni, Luzi, Giudici, Penna, Bellezza, Bertolucci, Loi, Majorino, Minore, Ramat, Volponi, Noventa e Zanzotto.
All'attività della critica letteraria ha affiancato quella della versificazione, facendo nascere scritti critici e poetici, nei quali la considerazione sull'esistenza e sull'essenza stessa della poesia si intersecano spesso con l'arte e la psicanalisi. Insieme a Guido Garufi ha curato l'antologia Poeti delle Marche e fondato la rivista Verso, conosciuta anche all'estero e al centro di un seminario all'Università di Firenze.
I suoi saggi, apparsi su riviste di settore quali Letteratura italiana contemporanea, Alfabeta, Sigma, Testuale Otto/Novecento, Prometeo, Punto di incontro e Studia, sono stati raccolti e antologizzati in Studi Critici. Poesia e Poeti italiani del secondo Novecento.
Muore suicida a Macerata il 22 novembre 1987, all'età di 32 anni.
Il corpus documentario di Remo Pagnanelli, comprendente interventi nella critica letteraria e d'arte, lettere, dattiloscritti e manoscritti, è depositato all'Archivio Bonsanti del Gabinetto scientifico-letterario G. P. Vieusseux di Firenze.

Opere di Poesia
Raccolte
Dopo, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1981.
Musica da viaggio, Antonio Olmi editore, Macerata, 1984.
Atelier d'inverno, Accademia Montelliana, Montebelluna, 1985; AnimaMundi edizioni, Otranto, 2023
Preparativi per la villeggiatura, nota di copertina di Giampiero Neri, Amadeus, Montebelluna, 1988.
Epigrammi dell'inconsistenza, a cura di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell'Arancio, Grottammare, 1992.
Le poesie, Ancona 2000
Quasi un consuntivo (1975-1987), Donzelli editore, Roma, 2017

Poesie in antologia
Poeti delle Marche, antologia, Remo Pagnanelli e Guido Garufi, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1981.
L'orto botanico, in 6 Poeti del Premio Montale - Roma 1985, prefazione di Maria Luisa Spaziani, All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1986.


*
Il vento che a notte sbatte
e mi ricede distanti sillabe e voci
del dopofesta non è più
quel fresco alitare del mare
nella stagione dove s’indora lontano
un cammeo adesso canuto: s’intiepidisce
e smotta un altro ciuffo verderame di fiato e di calore.

*
Io posseggo stasera
ogni ricchezza e le gesta
degli eroi carnevalizi
riannodo al mio capo,
ghirlande vive d’un trionfo,
perché amo, amo fino all’estenuazione
almeno questo non effimero fulgore di morte.
da Canti privati, in Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977)

*
ascolto questa voce in me
che pure addormentata
non vuol morire
e s’apre
come la gibigianna in fuga
al fuoco bianco dell’alba
irridente su tutto quel grigiore
mentre teneramente collutta col tramonto
e si lamenta l’astro esangue
che rossastramente indica
i ponti e le porte d’acqua

*
l’ultimo bagliore della mente
(che d’altronde mente), configura
gli assalti d’un unico dio.
Possiamo perderci nelle foschie
di un duello risolutore,
(con quale accanimento ci misuriamo,
con una tenacia che mai possedemmo).
L’abisso solo esalta il godimento,
esulta e insulta nel tradimento.
.
Nell’opacità che segue,
credo all’organatura retorica
del sano animismo, alla finzione
di un non sublimato onanismo.

da Quasi un consuntivo (1975-1987) [2017, Donzelli Poesia, a cura di Daniela Marcheschi]


MARATTI Faustina (1682 ca. - 1745)

  Faustina Maratti , o Faustina Maratta, nota anche in Arcadia col nome di Aglauro Cidonia (Roma, 1682 circa – Roma, 9 gennaio 1745), è stat...