lunedì 9 marzo 2026

SINISGALLI Leonardo (1908 - 1981)

 

Leonardo Rocco Antonio Maria Sinisgalli
 (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) è stato un poeta, saggista e critico d'arte italiano. È noto come Il poeta ingegnere o Il poeta delle due muse, per il fatto che in tutte le sue opere ha sempre fatto convivere cultura umanistica e cultura scientifica. Per la sua versatilità è stato definito "un Leonardo del Novecento" in quanto è stato narratore, pubblicista, direttore artistico, direttore di riviste, documentarista, autore radiofonico, disegnatore.
Leonardo Sinisgalli nasce a Montemurro in Basilicata, da Vito Michele e Carmina Geronima Maria Lacorazza. Frequenta la bottega di don Vito Santoro che gli farà da maestro e consiglierà alla madre di fargli continuare gli studi, nonostante la sua aspirazione fosse quella di fare il garzone presso la bottega del fabbro mastro Tittillo.
Nel 1918, Sinisgalli parte per Caserta, alla volta del Collegio Salesiano, passando in seguito al Collegio di Benevento, ottenendo ottimi risultati, soprattutto nelle materie scientifiche, e infine a Napoli nel 1925. Si iscrive a Roma alla facoltà di Matematica, dove segue i corsi di geometria, analisi, matematica di Levi-Civita, Severi, Castelnuovo e Fantappiè. Sinisgalli sosterrà, in seguito, che la matematica ebbe un'enorme influenza sulla sua poetica. Ultimato il biennio passa alla facoltà d'ingegneria, dove sviluppa una passione per l’opera di Sergio Corazzini, poeta crepuscolare, a cui si ispirerà per la stesura dei suoi primi versi, pubblicati in autoedizione nel 1927 con il titolo di Cuore.
Rinuncia all'invito di Enrico Fermi, nel 1929, di entrare nell'Istituto di Fisica di via Panisperna, preferendo focalizzarsi sull'attività letteraria, ma non senza incertezze e dubbi non riuscendo a vederci chiaro nella sua vocazione, che gli sembra di avere "due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre...".
Durante il soggiorno romano frequenta Libero de Libero, Arnaldo Beccaria, Scipione e Mario Mafai e collabora a L'Italia Letteraria.
Dopo la laurea in Ingegneria Elettronica e Industriale e l'esame di Stato sostenuto a Padova nel 1932, parte alla volta di Milano, collaborando saltuariamente con “L'Italia Letteraria” e “La Lettura”. La svolta è sancita dall'incontro con Ungaretti, che apprezza il talento del giovane Sinisgalli, dapprima con una corrispondenza sulla “Gazzetta del Popolo”, in seguito a Torino, durante una conferenza sul Petrarca. Il 1934 lo vede partecipare, dietro suggerimento di Zavattini, ai Littorali per la gioventù a Firenze, durante i quali una giuria composta da Bacchelli, Ungaretti, Palazzeschi decreta la vittoria della sua poesia "Interno Orfico”, che supera quella di Attilio Bertolucci; nell'ambito dello stesso concorso, Alfonso Gatto è primo nella prosa. Tuttavia, il suo componimento e quello di Bertolucci sono oggetto di dure critiche da parte di Telesio Interlandi su “Tevere”, nel quale lo stesso Interlandi elogia, invece, il lavoro del quinto classificato Pietro Ingrao, politicamente più impegnato.
Sinisgalli ritorna a Montemurro preparando, nel 1935, la prima stesura del “Quaderno di geometria” e di molte poesie che in seguito pubblicherà. In virtù delle insistenze di Cantatore, Zavattini ed altri, decide di ritornare a Milano. Le poesie vengono pubblicate per le edizioni Scheiwiller e catturano l'attenzione di critici come Emilio Cecchi e De Robertis, che gli dedica un saggio sul primo numero di "Letteratura", ed inaugurano la fortunata collana “All'insegna del pesce d'oro”, che prende il nome dall'osteria in cui Sinisgalli, Quasimodo, Cantatore e Scheiwiller si ritrovano. Contemporaneamente, si dedica all'attività pubblicistica, scrivendo su riviste di architettura e arredamento, non tralasciando il suo interesse per gli allestimenti e la grafica. Nel periodo milanese impegna le sue giornate a coltivare le amicizie con Persico, Pagano, Nizzoli, Terragni, Veronesi, Ponti, e frequentando lo studio Boggeri e la Galleria del Milione. I suoi "Ritratti di macchine" e "Quaderno di geometria" fissano il primo tentativo di Sinisgalli di giungere ad un superamento del dualismo tra la cultura scientifica e artistica. Il lungo legame che intreccerà la vita di Sinisgalli al mondo della grande industria comincia nel 1937 quando, dietro consiglio di Gatto, risponde ad un'inserzione che gli procurerà un contratto con la Società del Linoleum come organizzatore di convegni e collaboratore di una rivista specializzata. Nel 1938, Adriano Olivetti lo assume come responsabile dell'Ufficio tecnico di pubblicità.
Un grande fervore creativo caratterizza i due anni in cui lavora alla Olivetti: le sue vetrine e i manifesti pubblicitari assurgono quasi a prodromi delle tecniche proprie della pop-art; sono oggetto di commenti e attenzioni. Pubblica in questo stesso periodo ”Campi Elisi”, opera che sottolinea la sua adesione al gusto ermetico, della quale scriveranno Anceschi, Contini, Bo, quest'ultimo sottolineandone la leggibilità estrema e la concretezza di sentimenti così da contraddire le critiche di oscurità di cui erano fatte oggetto le liriche ermetiche.
Scoppiata la guerra, Sinisgalli, con il grado di ufficiale, viene richiamato alle armi: in Sardegna, prima, e a Roma, poi, dove pubblica nel 1942 alcuni racconti di Fiori pari, fiori dispari, alcuni saggi di Furor mathematicus e una parte di Horror vacui. Conosce la baronessa Giorgia de Cousandier, poetessa amante di Trilussa, nonché pubblicista e narratrice, che diventerà la sua compagna e che sposerà nel 1969. Ad agosto 1943, un mese prima della morte della madre, esce per Arnoldo Mondadori Editore Vidi le Muse, con prefazione di Gianfranco Contini, nella collana dello “Specchio”, che raccoglierà tutta la produzione compresa negli anni 1931-1942. Ignaro della morte della madre, in una Roma ancora frastornata dalla firma di Cassibile dell'8 settembre, inizia la convivenza con Giorgia e con il più piccolo dei suoi figli, Filippo. Il 13 maggio del 1944 è tratto in arresto dalle SS che vogliono informazioni su un amico scrittore e viene trasferito in Via Tasso. Solo la prontezza di Giorgia, e la sua conoscenza del tedesco, lo salvano dopo 24 ore.
La liberazione dell'Italia lo vede partire per Montemurro dove gli viene comunicata la notizia della morte della madre e dove si ferma per qualche mese. Rientra a Roma pubblicando Furor Mathematicus, Fiori pari, fiori dispari, 28 capitoli di prosa confidenziale, e Horror Vacui. Si cimenta in traduzioni e collaborazioni giornalistiche; fa parte della redazione de “Il costume politico e letterario”. Tuttavia, gli editori romani gli rifiutano molte delle sue proposte scientifiche e letterarie, ad esempio l'idea di una collana di classici scientifici elaborati con Sebastiano Timpanaro, direttore della Domus Galilaeana di Pisa. La sua passione lo porterà a creare, con Giandomenico Giagni, una rubrica culturale radiofonica: il “Teatro dell'usignolo”, che ospita musicisti e poeti. Nel 1947 pubblica I nuovi Campi Elisi.
Luraghi, il nuovo direttore generale della Pirelli, lo vuole con sé come direttore artistico. Con Arturo Tofanelli, Sinisgalli fonda l'house organ Pirelli, la rivista del gruppo che diventerà teatro di nuove sperimentazioni che troveranno compimento in Civiltà delle macchine del 1953.
Comincia così l'attività propagandistica per l'azienda, con l'allestimento di mostre, cicli di conferenze e la pubblicizzazione vera e propria dei prodotti: sul finire degli anni Quaranta si vede campeggiare su tutte le strade d'Italia un cartello illustrante una suola e lo slogan "Camminate Pirelli". Nel 1949 gira un documentario scientifico sui solidi "superiori" intitolato Lezione di geometria, che viene premiato alla mostra del cinema di Venezia. Stessa sorte avrà Millesimo di millimetro, cortometraggio che gira con Virgilio Sabel l'anno successivo. Nel 1950 esce Furor mathematicus, una versione ampliata del primo Furor ed include tutti gli scritti di matematica, geometria, architettura, arte e artigianato, tecnica e storia della scienza, antesignana della "Civiltà delle macchine", la rivista che fonda nel 1953 e dirige per cinque anni (32 numeri).
Con il fratello Vincenzo come redattore, un fattorino e due segretarie, fonda per la Finmeccanica, di cui era presidente Luraghi, la "Civiltà delle macchine". La rivista, che ha come modello il “Politecnico” di Cattaneo, spalanca agli umanisti il mondo delle macchine e ai tecnici il mondo delle lettere ed ebbe una certa risonanza anche a livello internazionale, divenendo una delle piattaforme di discussione degli intellettuali del secolo.
Nell'agosto del 1953 muore il padre, e, in seguito alla divisione dell'eredità, a Sinisgalli rimane solo la casa natale sul fosso “Libritti”. Le due vigne (tremila viti) di cui Vito si cura personalmente per trent'anni vengono vendute, con dispiacere di Sinisgalli che ne serba un malinconico ricordo. Soprattutto per la “Vigna vecchia”, la dote di matrimonio della madre: un piccolo fazzoletto di terra al quale dedica un'ode. Ma questi, sono anche anni di intenso lavoro per il gruppo Finmeccanica, che comprende 29 aziende: inventa slogan, escogita nomi (“Giulietta” dell'Alfa), si cimenta nel curare mostre, tra cui spicca quella del 1955 dedicata all'”Arte e industria”, in collaborazione con Enrico Prampolini, presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma. Quando Luraghi esce di scena e la testata Civiltà delle Macchine passa all'Iri, inizia un processo di lento declino che porterà il poeta, con il numero di marzo-aprile del 1958, ad abbandonarne la direzione con profonda indignazione, lasciandosi alle spalle una battaglia per mantenerne integra la struttura e l'essenza. La rivista continuerà le pubblicazioni fino agli anni Ottanta, mutando però indirizzo dopo l'uscita di Sinisgalli che si impegnò subito in un lavoro di propaganda pubblicitaria per l'Agip, su richiesta di Enrico Mattei, inframmezzato da una serie di viaggi (Iran, Marocco, Cecoslovacchia, Thailandia, ecc.), conseguenza sia delle dimensioni internazionali dell'azienda, sia della sua nomina a consulente part-time per l'Alitalia nel 1961. In quello stesso anno vince, con Tristan Tzara, il premio Etna-Taormina e inizia a collaborare con “Paese sera”. È questo il periodo in cui la sua creatività comincia ad inaridirsi, senza però compromettere la qualità dei suoi versi, e lo convince a rivolgersi verso un'altra passione: quella del disegno e del ritratto. Nel maggio del '62 inizia a esporre i suoi lavori a Milano, nella Galleria Apollinaire.
Molte difficoltà lo accompagneranno nel 1963, non ultime le problematiche di salute del figlio Filippo. Abbandona l'Eni e ritorna a Milano, ma, con sua somma delusione, la “città tecnica” di Gadda, che sempre aveva tessuto le sue lodi, questa volta sembra indifferente alle sue creazioni. Ritorna a Roma dopo qualche piccola consulenza di scarso rilievo e fonda la rivista di design “La botte e il violino” (8 numeri) nella quale dà anche libero sfogo alle sue riflessioni. Collabora al “Il Mondo” di Pannunzio e al “Tempo Illustrato”, nel quale affronta una rubrica di critica d'arte, i cui articoli confluiranno poi nei Martedì colorati (Immordino, Genova 1967). Gli editori de “La botte e il violino” decidono di chiudere la rivista a causa dei costi elevati e Sinisgalli si dedica all'ideazione di un nuovo house organ: “Il quadrifoglio”, una rivista d'automobilismo che dirigerà fino al 65º anno d'età. L'anno precedente aveva pubblicato per Mondadori la Poesia di ieri, un'antologia delle sue raccolte che vince il Premio Fiuggi.
Il 1967 è l'anno della pensione ed anche del sopraggiungere di un infarto che però non lo induce, nonostante il parere dei medici, a ridurre il ritmo delle sue attività: infatti cura con il fratello Vincenzo un programma monotematico per la radio dal titolo “La Lanterna” che andrà avanti per circa due anni, raggiungendo 98 puntate.
Il dolore per la perdita di Giorgia (1978) e i riconoscimenti letterari sono il filo conduttore degli anni settanta: vince il premio Gubbio-Inghirami nel 1971, il Premio Viareggio nel 1975[22] e il premio Vallombrosa nel 1978 con “Dimenticatoio”.
Collabora con il Settimanale con una rubrica d'arte e con Il Mattino, su cui pubblica delle memorie rielaborate, scritte anni addietro e nel 1980 vedono la luce le “Imitazioni della Antologia Palatina” per la Edizioni della Cometa. Ormai Sinisgalli è sempre più preso dalla sua passione per il disegno e nel 1980 fonda a Roma con Roberta Du Chene ed Ida Borra la galleria “Il Millennio". La mostra d'apertura è dedicata ai pastelli e agli acquerelli di Sinisgalli.
È proprio durante la seconda personale presso la sua Galleria che il 31 gennaio 1981 Sinisgalli muore per infarto. Fu sepolto nella sua città natale di Montemurro. Per volontà di Rodolfo Borra (l'esecutore testamentario di Leonardo), sulla lapide del poeta, campeggia la sua ultima poesia: "Risorgerò fra tre anni o tre secoli tra raffiche di grandine nel mese di giugno".

Opere
Cuore - Auto-edizione, Roma 1927;
Ritratti di macchine - Edizioni di Via Letizia, Milano 1935;
Quaderno di geometria - Campo Grafico, Milano 1935;
18 poesie - Scheiwiller, Milano 1936;
Italiani - Editoriale Domus, Roma 1937;
Campi Elisi - Scheiwiller, Milano 1939;
Vidi le muse - Mondadori, Milano 1943;
Furor mathematicus - Urbinati, Roma 1944;
Horror vacui, O.E.T., Roma, 1945;
Fiori pari, fiori dispari - Mondadori, Milano 1945;
L'indovino, dieci dialoghetti - Astrolabio, Roma 1946;
I nuovi Campi Elisi - Mondadori, Milano 1947;
Belliboschi - Mondadori, Milano 1948;
Furor mathematicus - Mondadori, Verona 1950 (edizione ampliata contenente anche L'indovino e Horror vacui);
La vigna vecchia - Mondadori, Milano 1956;
Tu sarai poeta - Riva, Verona 1957;
La musa decrepita - Quaderni di Marsia, Roma 1959;
L'immobilità dello scriba - Roma 1960;
Cineraccio - Neri Pozza, Venezia 1961;
L'età della luna - Mondadori, Milano 1962;
Ode a Lucio Fontana - Bucciarelli, Ancona 1962;
Prose di memoria e d'invenzione - (Fiori Pari, Fiori Dispari e Belliboschi) Leonardo da Vinci, Bari 1964;
Poesie di ieri - Mondadori, Milano 1966;
L'albero di rose - (traduzione di poesie lucane) Edizioni Galleria Penelope, Roma 1966;
I martedì colorati - Immordino, Genova 1967;
Paese lucano - Origine, Luxemburg 1968;
Archimede (I tuoi lumi, i tuoi lemmi!) - Tallone, Alpignano 1968;
La rosa di Gerico - (a cura di F. Mazzoleni) Mondadori, Milano 1969;
Calcoli e fandonie - Mondadori, Milano 1970;
Il passero e il lebbroso - Mondadori, Milano 1970;
L'ellisse - (a cura di G. Pontiggia) Mondadori (Oscar), Milano 1974;
Mosche in bottiglia - Mondadori, Milano 1975;
Un disegno di Scipione e altri racconti - Mondadori, Milano 1975; Premio Letterario Basilicata[24]
Dimenticatoio - Mondadori, Milano 1978; Edizione del Labirinto, Matera 1978;
Come un ladro - (a cura di J. e S. Sebaste) Bernalda 1979;
Imitazioni dall'Antologia Palatina (a cura di Giuseppe Appella) - Edizioni della Cometa, Roma 1980

Opere postume
Leonardo Sinisgalli, Ventiquattro prose d'arte, introduzione di Giuseppe Appella, Edizioni della Cometa, Roma 1983;
Leonardo Sinisgalli, Sinisgalliana, Edizioni della Cometa, Roma 1984;
Leonardo Sinisgalli, L'albero bianco, a cura di Rosetta Maglione e Antonio Vaccaro, Edizioni Osanna, Venosa 1986;
Leonardo Sinisgalli, Promenades architecturales, Lubrina Editore, Bergamo 1987;
Leonardo Sinisgalli, L'odor moro, a cura e con un saggio di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1990;
Leonardo Sinisgalli, Carte lacere, a cura di Giuseppe Appella, con nove disegni dell'Autore, Edizioni della Cometa, Roma 1991;
Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Ponte alle Grazie, Firenze 1992;
Leonardo Sinisgalli, Leonardo Sinisgalli: una galleria di ritratti. 70 disegni, a cura di Giuseppe Tortora, Associazione culturale L'albero di Porfirio, Napoli 1993;
Leonardo Sinisgalli, Intorno alla figura del poeta, a cura di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1994;
Leonardo Sinisgalli, Horror vacui, a cura e con un saggio di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1995;

Può bastare poco

Può bastare poco a riprendere fiato,
uno slancio puerile, un impeto a vuoto.
Non conosco le strade che calpesto,
i muri che rasento sconosciuto.
Come un ebete urlo a mani alzate.
La vita non l’ho combattuta.
Ho schiacciato la miccia sotto i tacchi,
ho franto i fiori tra le dita.
E non mi accosto più
ai vecchi affetti, alle insegne abbattute.
Io allargo intorno il vuoto.


Una camera a Milano

Io, forse, non esisto.
Non devo riempire la vita
di cose, di corse.
Appena mi ricordo di un altro.
Qui pianse per terra bocconi,
qui, dove sto ore e ore,
c’è un sibilo tra i balconi
e, dietro, la città.


Due poesie per la fine dell’estate

1

Torno alle mie storture,
alle mie fandonie.
Torno alle stanze vuote,
ai miei terrori.
Mi porto dietro le confidenze,
di una formica
e carte di petunie e di begonie.
Troverò qualche bene
per l’inverno che viene.
Mi contenterò di una mollica.

2

Mi riabituo a sopportare il semibuio
delle stanze tappate.
Mi stendo semicieco sui tappeti.
Resto immobile lunghe ore.
Odo lo sterminio delle bottiglie
vuote nel corridoio seminterrato,
il trillo del venditore di piumini,
gli appelli reiterati
di un telefono nel condominio.
In dormiveglia supino
guardo in alto la larva
di un cane che vola.


Da Tutte le poesie, a cura di Franco Vitelli, Mondadori, Milano 2020  

sabato 7 marzo 2026

MARATTI Faustina (1682 ca. - 1745)

 

Faustina Maratti
, o Faustina Maratta, nota anche in Arcadia col nome di Aglauro Cidonia (Roma, 1682 circa – Roma, 9 gennaio 1745), è stata una poetessa italiana.
Figlia naturale del pittore Carlo Maratta, nacque a Roma attorno al 1682 e non al 1679, come ancora indicato da bibliografia ormai superata. Il padre poté sposare la madre Francesca Gommi (1660 - 9 giugno 1711) solo nel 1698, dopo che divenne vedovo della seconda moglie Francesca Trulli.
Ricevette fin da fanciulla una buona educazione umanistica studiando fra l'altro musica, arti figurative e, soprattutto, poesia.
Molto avvenente, attirò l'attenzione di Giangiorgio Sforza Cesarini, figlio cadetto di Federico Sforza di Santa Fiora, duca di Genzano, la località dei Castelli Romani in cui Carlo Maratta si era ritirato. Il rifiuto delle profferte amorose dello Sforza Cesarini, da parte di Faustina, spinsero il giovane duca, nel maggio del 1703, a tentare di rapirla mentre la ragazza stava andando a messa in compagnia della madre e di alcune domestiche. La ragazza riuscì a sfuggire all'agguato, ma le rimase una cicatrice sulla tempia sinistra. Il duca venne condannato a una lunga pena detentiva, a cui sfuggì riparando dapprima a Napoli e poi in Spagna, dove morì nel 1719. Nel 1715, a Roma, per desiderio di Papa Clemente XI, il Dott. Buonafede Vitali, soprannominato l'Anonimo, operò un reintervento chirurgico per porre riparo alla deturpante ferita. Che col tempo la poetessa potesse aver magnanimamente perdonato, lo attesterebbe la chiusa di un suo noto sonetto: così del volgo reo vendetta face, / chi piena l'alma d'onorato orgoglio, / s'en passa altier sopra l'offesa, e tace.
Considerata suo malgrado un'eroina, nel 1704 la giovane poetessa fu accolta nell'Accademia dell'Arcadia dove ricevette il nome di Aglauro Cidonia. Nell'Arcadia conobbe il poeta Giambattista Felice Zappi, un avvocato originario di Imola e poeta molto rinomato, che Faustina sposò nel 1705 e col quale visse felicemente. La casa degli Zappi divenne un centro di rinomate riunioni artistiche; fra i frequentatori del loro salotto basterà ricordare Georg Friedrich Händel, Domenico Scarlatti, Giovanni Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni. Dal matrimonio nacquero tre figli: Livia (28 marzo 1706, moglie dal 1730 di Niccolò Guidiccioni di Lucca), Luigi (22 novembre 1707) e Rinaldo (12 marzo 1709; morirà due anni dopo). Nel 1719 rimase vedova, e rifiutò di risposarsi.
Nel 1728 un giovane di Albano, tale Francesco, la citò in giudizio dichiarando di essere figlio naturale suo e del duca Giangiorgio Sforza Cesarini. Il processo durò a lungo. Faustina riuscì a discolparsi dall'accusa; morì nel 1745, poco tempo dopo essere riuscita a provare la sua estraneità al fatto, e pochi giorni dopo le nozze del figlio Luigi. È sepolta nella chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane.

Opere
Il Canzoniere di Faustina Maratti (o Aglauro Cidonia) comprende soli 38 sonetti che vennero pubblicati, assieme ai versi del marito, la prima volta nel 1723 nella raccolta Rime di Giovanni Battista Felice Zappi e di Faustina Maratti, sua consorte, aggiuntevi altre poesie de' più celebri dell'Arcadia di Roma. Si tratta di sonetti in stile petrarchesco, formalmente eleganti ed equilibrati secondo i canoni del teorico Giovanni Mario Crescimbeni. I sonetti giovanili avevano per soggetto grandi figure femminili della romanità (Veturia, Tuzia, Porzia, Lucrezia), e traevano spesso ispirazione dai dipinti del padre Carlo Maratta. Molto più sentite appaiono le rime dell'età matura che cantano, con stile misurato, gli affetti familiari o il dolore per la morte del figlioletto Rinaldo.
Sono noti alcuni componimenti rimasti inediti durante la vita di Faustina: 5 sonetti e una epistoletta pubblicati nella quindicesima edizione delle rime dei coniugi Zappi; l'epistoletta testimonia come la Maratti non scrivesse soltanto sonetti.

Incipit di alcune opere

Dolce sollievo dell'umane cure

Dolce sollievo dell'umane cure,
Amor, nel tuo bel regno io posi il piede,
E qual per calle incerto uom, che non vede,
Temei l'incontro delle mie sventure.

Che? non credevi forse, anima schiva

Che? non credevi forse, anima schiva,
Cader sotto il mio giogo alto e possente;
Credevi tu quell'orgogliosa mente
Mantener sempre d'ogni affetto priva?

Io porto, ahimè, trafitto il manco lato

Io porto, ahimè, trafitto il manco lato
D'un dardo il più crudel, ch'avesse Amore,
Poiché nulla scopria d'aspro rigore,
Ma di cara dolcezza era temprato.

Pensier, che vuoi, che in così torvo aspetto

Pensier, che vuoi, che in così torvo aspetto
All'agitata mente t'appresenti?
Perché le pene all'alma accrescer tenti,
E pormi in seno, ahimè! nuovo sospetto?

Qualora il tempo alla mia mente riede

Qualora il tempo alla mia mente riede,
Cader sotto il mio giogo alto e possente;
Credevi tu quell'orgogliosa mente
Mantener sempre d'ogni affetto priva?

Non so per qual ria sorte, o qual mio danno

Non so per qual ria sorte, o qual mio danno
Cangiasse Amor lo stato, in ch'io vivea.
Allor che in pace i giorni miei traea,
Scarca dal peso d'ogni grave affanno.


giovedì 5 marzo 2026

MARCOALDI Franco (1955 - viv.)

 

Franco Marcoaldi 
(Guidonia Montecelio, 21 maggio 1955) è un poeta e scrittore italiano.
Franco Marcoaldi è nato nel 1955 e vive da tempo sulla laguna di Orbetello.
Nel corso degli anni ha fondato riviste (Leggere), è stato consulente di case editrici (Donzelli, Mondadori), ha scritto per il teatro (Benjaminowo e Sconcerto con Toni Servillo), per la musica (lavorando con Fabio Vacchi e Giorgio Battistelli), per la televisione (i ‘Dieci Comandamenti’ di Roberto Benigni, la serie di documentari Grand'Italia per Rai Cultura).
Ha curato il Meridiano Mondadori di Fosco Maraini e introdotto opere di Cesare Brandi, Pier Paolo Pasolini, Beniamino Placido. Ha collaborato con il fotografo Mario Dondero e la pittrice Giosetta Fioroni.
Nel 1995 pubblica Celibi al limbo (Einaudi), vincitore del Premio di Poesia "Paolo Prestigiacomo" (III edizione).
È autore della serie di documentari Grand'Italia - 12 ritratti di italiani che negli ambiti più diversi hanno reso grande l'Italia nel mondo - andata in onda su Rai Storia e in programmazione nel 2016 su Sky Arte.
Ha scritto libri di viaggio (Un mese col Buddha, Prove di viaggio e Viaggio al centro della provincia), saggi e romanzi (tra gli altri, Voci rubate e Il vergine). Ma il centro della sua attività è la poesia.
Molti i suoi libri in versi, che hanno vinto i più importanti premi - dal Viareggio al Montale, dal Pavese al Brancati: ‘Mosca cieca’, Amore non Amore, L'isola celeste, Benjaminowo, Celibi al limbo, Animali in versi, Il tempo ormai breve, La trappola, Il mondo sia lodato. Il 6 maggio 2025 ha pubblicato, sempre per la collana bianca di Einaudi, Una parola ancora. Diversi suoi libri sono stati tradotti all'estero. Collabora da molti anni al quotidiano La Repubblica.

Opere di Poesia
A mosca cieca, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 1992, (Premio Viareggio per la poesia).
Celibi al limbo, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 1995
Amore non Amore, Milano, Bompiani, 1997; nuova ed. accresciuta, Collana Passaggi, Milano, Bompiani, 2003; Amore non amore. Cento poesie, Collana Le onde n.43, Milano, La nave di Teseo, 2019
L'isola celeste, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2000
Animali in versi, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2006 Premio Brancati
Il tempo ormai breve, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2008
La trappola, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2012
Il mondo sia lodato, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2015
Tutto qui, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2017
Il padre, la madre, disegni di Marilù Eustachio, Le Farfalle, 2019
Quinta stagione. Monologo drammatico, Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2020
Animali in versi, Collezione di Poesia, Torino, Einaudi, 2022

I malpensieri

Arrivano nella notte i malpensieri,
erigendo picchi di insormontabili
problemi, cumuli d'angosce, oscure
colpe, sentimenti neri, Arrivano
nella notte i malpensieri. E non c'è
modo di uscire dalla loro rete
a maglie strette. Il sonno s'allontana
e dentro al portacenere si assommano
i resti di due, tre, cinque, dieci
sigarette. Gonfiano il loro ventre
i malpensieri, come rospi giganti
che minacciano la luna. E proprio quando
sembra che arrida loro la fortuna,
ecco lo schianto: tardivo, Morfeo rapisce
al sonno un corpo esausto di stanchezza,
mentre l'aurora cancella con un alito
di vento quel mare di fantasmi di cupezza.


Dovessi spiegarti cos'è una vita

Dovessi spiegarti cos'è una vita,
a lato, il résumé di ieri
sarebbe sufficiente: Giovanni Decollato.
Mi sono alzato presto
per frastornarmi molto,
molto ho fantasticato
tastando bene il polso.
E in conclusione, quanto
ho verificato, è che un rancore
e una femmina, una birra
e una preghiera, non fanno
una vita. Fanno soltanto sera.


Il doppio sguardo

Quante volte si è detto
il mondo deperisce.
Quante volte si è detto
il mondo fa naufragio.
Dovremmo misurare meglio
le parole: ché il mondo
deperisce eppure ingrassa;
e mentre naufraga galleggia.
È questa la fatica
a cui siamo vocati: sostenere
un doppio sguardo, capace
di fissare in faccia la rovina
e assieme la lamina di sole
che accende ogni mattina.



martedì 3 marzo 2026

COPIOLI Rosita (1948 - viv.)

 

Rosita Copioli
 (Riccione, 1948) è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Nata a Riccione nel 1948, vive a Rimini. Traduttrice e studiosa di William Butler Yeats, ha scritto saggi riguardanti Rimini e opere di narrativa, ma è in campo poetico che si è distinta maggiormente fin dal suo esordio nel 1979 con Splendida lumina solis (Premio Viareggio opera prima poesia).
Dal 1979 al 1989 ha fondato e diretto la rivista di poesia L'altro versante e attualmente collabora con il quotidiano Avvenire.
Con la raccolta di versi Il postino fedele si è aggiudicata nel 2009 sia il Premio Brancati, sia il Premio Letterario Camaiore.

Opere di Poesia
Splendida lumina solis, Forlì, Forum/Quinta generazione, 1979
Furore delle rose, Parma, Guanda, 1989
Elena, Parma, Guanda, 1996
Il postino fedele, Milano, Mondadori, 2008
Animali e stelle, Azzate, Stampa, 2009
Le acque della mente, Milano, Mondadori, 2016

Notte preziosa più dell’ebano

Questa notte, notte di delizia solitaria,
notte preziosa più dell’ebano,
profumata, questa notte ero tutta presa
e pure espansa, dentro il tuo abbraccio.
Mi aveva avvolta la nube della proprietà.
Io ero tornata. Il mio corpo era tornato
al suo corpo. L’appartenenza e la proprietà
erano sanciti di nuovo.
Mi sono resa conto di nuovo, di notte,
cosa vuol dire appartenenza e proprietà.
Se sei lontano, da tempo, credi
di mantenere. Solo il mistico mantiene
la realtà. Finché non lo diventi,
tu la devi avere nel corpo. Capisci
cosa è di diverso la lontananza
da quella presenza che hai in te.
E allora capisci
quanto è preziosa la presenza
oltre la presenza, quanto sei prezioso tu
in ogni goccia di tempo di presenza.

 

da Le acque della mente (Mondadori, 2016)


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COME UN CACCIATORE SENZA RIMORSI

Se tu hai il tempo più vicino,
non pensi a quello più lontano.
Ma se ricordi così bene il lontano,
non quello più vicino, che importa,
se grande, se immenso
è quello più lontano?

Il tempo non sempre è clemente,
ricordi però l’amore, e in questo
il tempo è onnipotente,
niente lo annienta.

Sarà perché l’amore è stato ed è onnipotente
che il tempo si adegua,
si adagia, si accuccia
come un cane al nostro camino
come un cacciatore senza rimorsi.

In tempi di rimorsi idioti
evviva il fuoco dei miei vecchi cacciatori.

 da “I fanciulli dietro alle porte”, Vallecchi 2022


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Se dev’essere eguaglianza

I
Non mi sento superiore.
Non riesco a diventare vegetariana.
Sono come un gatto, un cane, una tigre
o un pesce che non sono (ancora)
“superiori”.
Figlia di un cacciatore però
non potrei sparare né pescare.
Chissà se lo farei, in un’isola deserta.
Credo di sì? – No.
Per ora vilmente (mi pongo il problema)
escludo animali simpatetici e ripugnanti,
e mi comporto come loro,
secondo la mia specie
secondo la loronostra ingiustizia.
Mi sento come un maschio
con il genere femminile, però
(o è un’apparenza?).

II

In disvirtù di questa eguaglianza
proclamo di appartenere al selvaggio.
Nessun problema se sarò uccisa,
cacciata.
Tenterò la mia difesa.
Come ho sempre fatto
appartenendo al “sesso debole”:
ossia a quello animale.
Legittima difesa di aggressione.
Chi è la caccia chi è il cacciato?
Cervo, grifo, pantera, leone,
Diana, Atteone,
Demetra spiga di grano,
sulle tombe si rincorre la vita.

III

Eppure,
non togliere la vita a chi possiede
soltanto il suo respiro –
le cose piccole e mute,
che ci guardano con coraggio,
che ci guardano miti.

In ricordo della nostra separazione
corre come un pianto
un sogno del lutto.

Cos’è questa energia che ci prende
e ci lascia –
Cos’è questo soffio…


da Le acque della mente, Mondadori, 2016  

domenica 1 marzo 2026

LOI Franco (1930 - 2021)

 

Francesco Carlo Mario Loi
, detto Franco (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) è stato un poeta, scrittore e saggista italiano.
Franco Loi nasce a Genova nel 1930 da padre sardo e da madre emiliana. Seguendo il padre ferroviere si trasferisce nel 1937 a Milano dove frequenta gli studi diplomandosi in ragioneria. Successivamente lavorerà come contabile allo scalo merci di Lambrate. In seguito lavora come impiegato allo scalo merci del porto di Genova fino al 1950 per diventare poi, nel 1955, incaricato per le relazioni pubbliche presso l'Ufficio pubblicità de La Rinascente e nel 1962 lavora all'Ufficio stampa della casa editrice Arnoldo Mondadori Editore.
Dopo essere stato attivo militante comunista, ha aderito al movimento della nuova sinistra, ma dagli anni settanta ha lasciato sostanzialmente l'attività politica assumendo posizioni molto personali con forte accentuazione di una religiosità anarchico-libertaria. La sua prima produzione poetica nacque tutta in una breve stagione, tra il settembre 1965 e l'estate 1974 quasi "sotto dettatura", così il poeta rievoca quegli anni fondamentali: "scrivevo versi per quattordici ore filate al giorno, mi sono sempre considerato amanuense di Qualcuno".
Esordisce solo nel 1973 come poeta in dialetto e ha subito un buon successo con l'opera I cart pubblicata dall'Edizione Trentadue di Milano con i disegni dell’amico Eugenio Tomiolo e l'anno dopo, 1974, con Poesie d'amore edite da Il Ponte. Nel 1975 il poeta dimostra di aver raggiunto la completa maturità di espressione con il poema Stròlegh, pubblicato da Einaudi con prefazione di Franco Fortini, di cui una parte aveva già visto la pubblicazione nel secondo "Almanacco Dello Specchio" ricevendo una critica positiva da Dante Isella.
Nel 1978 Einaudi pubblica la raccolta Teater e nel 1981 l'opera L'Angel viene edita a Genova dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani. Sempre nel 1981, grazie alla raccolta L'aria (Einaudi), vince il Premio nazionale "Lanciano" di Poesia dialettale, di cui diventa giurato a partire dalla XVI edizione (1986) fino alla sua conclusione nel 2008.
Nel 1994, grazie all'opera L'angel (Mondadori), vince il Premio di Poesia "Paolo Prestigiacomo" (II edizione).
Nel 2005 pubblica per Einaudi L'aria de la memoria, in cui raccoglie tutte le poesie scritte tra il 1973 e il 2002, alcune delle quali apparse già nelle raccolte I cart e Poesie d'amore. Molte altre sono le sue opere, tutte in dialetto milanese, tra le quali Lünn, Liber, Umber, El vent, Isman, Aquabella, Pomo del pomo.
Oltre alle poesia, Franco Loi si dedica alla narrativa (si ricorda il libro di racconti L'ampiezza del cielo, Milano, Gallino Editore, 2001) e alla saggistica. È stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Stròlegh e del premio Nonino per Liber; in seguito ha ricevuto il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008 (sezione poesia) con il libro Voci d'osteria. È stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d'oro e ha inoltre ricevuto dal Comune di Milano l'Ambrogino d'oro e il "Sigillo Longobardo della Regione Lombardia".
Contributore di numerose riviste e redattore del Il Sole 24 ore, a dicembre del 2018 rilascia alla rivista Affari Italiani un'intervista dal titolo Mussolini ha fatto più di tutti per gli operai, nella quale riprende la retorica del cosiddetto paradosso democratico, sostenendo che la sua azione in termini mutualistici, assistenziali e previdenziali restò ineguagliata dai politici successivi.
È morto il 4 gennaio 2021 all’età di 90 anni nella sua casa di Milano. Le sue ceneri sono tumulate in una celletta del Cimitero Monumentale, nell'Ossario centrale.
Temi ricorrenti nelle opere di Loi sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera. Il titolo della sua raccolta più famosa "Stròlegh" (astrologo), composta in due tempi nell'estate 1970 e nella primavera 1971, rimanda a un sogno a occhi aperti, a una profezia rassicurante.
Il nono passaggio della poesia è dedicato a Piazzale Loreto, luogo fondamentale nell'esperienza di Loi, situata a poche centinaia di metri da dove allora abitava, in Via Casoretto: fu lì che, ancora ragazzino, il 10 agosto 1944, vide quei partigiani uccisi "gettati sul marciapiede come spazzatura", e nel 1945 i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi fascisti lì trucidati. I due momenti sembrano confondersi in un'unica scena, che suscita nel poeta rabbia e pietà, elegiaca reminiscenza e angosciosa invettiva. Le ultime raccolte sono caratterizzate da un linguaggio meno incisivo. Alcuni esempi: "Teàter" del 1978, l'"Aria" e l'"Angel" del 1981, l'"Amur del Temp" del 1999.
La poetica di Loi, ricca di arcaismi (in particolare dantismi) e neologismi, è spesso fondata su costruzioni sintattiche anormali, essa è finalizzata a una libertà espressiva assoluta, ma nasce anche in base a una precisa scelta di campo ideologico-politica per dare voce a un proletariato oppresso e sfruttato. Lo stile violentemente espressionistico, scaturisce da una costante mescolanza di registri, dal grottesco al sarcastico al satirico.

Poesia
Aria de la memoria. Poesie scelte (1973-2002), collana Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2005.
Voci d'osteria, collana Lo specchio, Milano, Mondadori, 2007.
I cart, disegni di Eugenio Tomiolo, Milano, Edizioni Trentadue, 1973.
Poesie d'amore, incisioni di Ernesto Treccani, San Giovanni Valdarno, Edizioni Il Ponte, 1974.
Stròlegh, introduzione di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1975.
Teater, Torino, Einaudi, 1978.
L'angel, presentazione di Franco Brevini, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1981.
Lünn, incisioni di Fernando Farulli, Firenze, Il Ponte, 1982.
Bach, Milano, Scheiwiller, 1986.
Liber, risvolto di Cesare Segre, Milano, Garzanti, 1988.
Memoria, introduzione di Giovanni Tesio, Mondovì, Boetti & C., 1991.
Poesie, introduzione di Franco De Faveri, Roma, Fondazione Piazzola, 1992.
Umber, prefazione di Romano Luperini, Lecce, Piero Manni, 1992.
Poesie. Antologia personale, introduzione di Franco De Faveri, Roma, Fondazione Marino Piazzolla, 1992.
L'angel, in 4 parti, risvolto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 1994. 2022².
Arbur, incisioni di Guido Di Fidio, Bergamo, Moretti & Vitali, 1994.
Verna, risvolto di Daniela Attanasio, Roma, Empiria, 1997.
Album di famiglia, introduzione di Bernardo Malacrida, Falloppio, Lietocollelibri, 1998.
Amur del temp, Milano, Crocetti, 1999.
Isman, Torino, Einaudi, 2002.
Aquabella, Novara, Interlinea, 2004.
El bunsai, con un'acquaforte originale dell'autore, Milano, Il ragazzo innocuo, 2005.
La lûs del ver, Milano, Quaderni di Orfeo, 2006.
Scultà, con un'incisione originale di Luciano Ragozzino, Milano, Il ragazzo innocuo, 2006.
I niul, Novara, Interlinea, 2012.
Nel scûr, con incisioni originali di Bruno Biffi, Milano, Quaderni di Orfeo, 2013.
La torre, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2020.

* * *
Che dì, ragassi! In depertütt balera!
Baler in strada, baler den’ di curtìl…
L’è la mania del ballo! Milan che balla!
Gh’è ’n giögh de bocc, un prâ… Sü tri canìcc,
e, tràcheta, la sala bell’e prunta…
Un’urchestrina… Tri balabiott pescâ
föra Lambrâ… E via volare! El Nait
’na lüsa sula! Basta che pénden
chi quatter lampedìn de carta rösa…
Gardenia, Miralago, Stella Russa,
el Lido, Lago Park, la Capannina…
Fina nel Trotter… E ogne nòm ’na storia,
ché basta dì «l’era ’l Quarantacinq»
e pö «Quarantases», e a tanta gent
s’indrissa i urègg, ghe vègn i furmigun…
… Vegnivum da la guèra, e per la strada
gh’evum passâ insèma amur, dulur.
Amô sparaven, amô gh’eren i mort,
ma serum nüm, serum class uperara,
nüm serum i scampâ da fam e bumb,
nüm gent de strada, gent fada de mort,
nüm serum ’me sbuttî dai fòpp del mund,
e, nun per crüdeltâ, no per despresi,
mancansa de pietâ, roja de nüm,
ma, cume ’na passiun de sû s’ciuppada,
anca la nott nüm la vurevum sû…
Ciamila libertâ, ciamila sbornia,
ciamila ’me vurì… Festa ai cujun!
… ma nüm, che l’èm patida propri tüta,
anca la libertâ se sèm gudü!
 
Che giorno, ragazzi! Dappertutto balera!
Balere in strada, balere nei cortili…
È la mania del ballo, Milano che balla!
C’è un gioco di bocce, un prato… Su tre cannicci,
e, tràccheta, la sala è già pronta…
Un’orchestrina… Tre strapelati pescati
fuori Lambrate… E via volare! Il Night
è una sola luce! Basta che pendano
quelle quattro lampadine di carta rosa…
Gardenia, Miralago, Stella Rossa,
il Lido, Lago Park, la Capannina…
Perfino nel Trotter… E ogni nome una storia,
ché basta dire «era il Quarantacinque»
e poi «Quarantasei», e a tanta gente
si drizzano le orecchie, gli vengono i formiconi…
… Venivamo dalla guerra, e per la strada
ci avevamo passato insieme amori, dolori.
Ancora sparavano, ancora c’erano i morti,
ma eravamo noi, eravamo classe operaia,
noi eravamo gli scampati dalla fame e dalle bombe,
noi, gente di strada, gente fatta di morte,
noi eravamo come germinati dalle fosse del mondo,
e non per crudeltà, non per disprezzo,
mancanza di pietà, vomito di noi,
ma, come una passione di sole esplosa,
anche la notte noi la volevamo sole…
Chiamatela libertà, chiamatela sbornia,
chiamatela come volete… Festa ai coglioni!
… ma noi, che l’abbiamo patita proprio tutta,
anche la libertà ci siamo goduti!
(Angel, 1994 – Parte Prima. IX)

* * *

Nüm ciàmum natüra quèl che sèmm, vedèmm
e tùccum, vìvum, màgnum… forsi pénsum…
Ma lé sé l’è? Un quìss. Forsi sustansa
de quèl che ne la vita l’è ’l pensà,
forsi quèl vöj ch’al mar de la bundansa
la furma scund nel vel del sò passà…
Oh che natüra matta! Un giögh del nient.
Te vöret stàgh nel cör e sbandunàss,
e lé la buffa, se fa d’aria, e ’l vent
te tira denter e l’è ’me ’n sluntanàss,
e l’è ’na vöja che te strèppa dent
e dumâ curr te fa sensa fermàss…
E alura a chi dà atrâ? A la natüra?
la sciensa? religiun? el farnesià
che fa filusufìa? o a chi trascüra
la faccia d’un quaj diu e i sò creà?
Mì, per mè cünt, û truâ la cüra:
natüra lé, natüra mì, el parlà…
E dunca stèmegh dent sensa paüra
e del sò bèll lassìm ’me ’n ciucch cantà.
 
 
Noi chiamiamo natura quel che sappiamo, vediamo,
e tocchiamo, viviamo, mangiamo… forse pensiamo…
Ma lei cos’è? Un enigma. Forse sostanza
di quello che nella vita è il pensare,
forse quel vuoto che in un mare così grande
la forma nasconde al velo del suo passare…
Oh che natura pazza! Un gioco del niente.
Tu vuoi starci nel cuore e abbandonarti,
ma lei sbuffa, si fa d’aria, e il vento
ti attira dentro ed è come un allontanarsi,
ed è un desiderio che ti dilania dentro
e soltanto correre ti fa senza riposo…
E allora a chi dar retta? Alla natura?
alla scienza? la religione? il farneticare
della filosofia? o a chi trascura
la faccia d’un qualsiasi dio e le sue creazioni?
Io, per mio conto, ho trovato la cura:
natura lei, natura io, il parlare…
Dunque stiamoci dentro senza paura
e del suo bello lasciatemi da ubriaco cantare.
(Angel, 1994 – Parte Quarta. III)

 
* * *

Sù pü né quèl che sun né quèl che seri,
sù nient de quèl sarà che me recorda,
e alter me vègn sü, cum ’una storia
che vègn de la memoria del cantà..
Oh vurarìa.. Che gran parola storba!
Quèl che la vita dìs sa pü parlà.
J öcc.. oh dì di öcc! che gran fortüna
vèss in quj öcc un spegg del respirà..
La nott l’era la nott, e mì nel venter
me sun nascost de lé per mai turnà.
 
Non so più quel che sono né quel che ero,
non so niente di quel futuro che già mi ricorda,
e l’altro mi vien su, come una storia
che torna dalla memoria del cantare..
Oh vorrei.. Che gran parola disturbata!
Quel che la vita dice non sa più parlare.
Gli occhi… oh dire degli occhi! Che gran fortuna
essere in quegli occhi uno specchio del respirare..
La notte era la notte, e io nel ventre
mi son nascosto di lei per non tornare.
(Verna, 1997)



SINISGALLI Leonardo (1908 - 1981)

  Leonardo Rocco Antonio Maria Sinisgalli  (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) è stato un poeta, saggista e critico d'ar...