sabato 18 aprile 2026

#stranieri / MIŁOSZ Czesław (1911 - 2004)

 

Czesław Miłosz
 (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.
Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura.
Era figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile, e di Weronica (nata Kuna), discendente da un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di espressione francese Oscar Vadislas de Lubicz Milosz.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell'Impero russo, Czesław Miłosz frequentò le scuole superiori e l'università a Vilnius, oggi in Lituania, ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario "Zagary", fece il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavorò per la radio polacca e continuò il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggevano la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Unione Sovietica. Passò la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventò addetto culturale all'ambasciata polacca a Washington e successivamente, nel 1951, a Parigi. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un'élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esitò a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiese asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegnò letteratura polacca, continuò la propria opera poetica, dedicandosi parallelamente all'attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca nell'ambito anglo-americano e successivamente europeo. Nel 1969 scrisse e pubblicò, in America, una poderosa Storia della Letteratura Polacca: aggiornata, per l'edizione italiana, sino all'epocale avvento di Solidarnosc, ha rinnovato, con geniale intento didattico, lo studio sui contenuti di questa mirabile fioritura dell'umano spirito creatore.
Nel 1980 gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell'uomo in un mondo di duri conflitti.» (Motivazione del premio Nobel per la letteratura)
Nello stesso anno, gli operai di Solidarność trascrissero brani di una sua poesia ai piedi del monumento a Danzica dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia durante gli scioperi del 1970.
Nel 1993 ricevette il Premio Grinzane Cavour.
Il suo corpo è sepolto, insieme ad altri famosi scrittori e artisti polacchi, nella chiesa di San Michele Arcangelo e San Stanislao (Skałka) a Cracovia.
Saggista e poeta
In ambito saggistico, Czesław Miłosz contribuì al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell'ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Czesław Miłosz affrontò il complesso rapporto tra letteratura e società nell'ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evocò e analizzò tanto l'adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell'intellettuale dissidente diffusasi nell'ambiente europeo filo-comunista, Czesław Miłosz ritrasse la condizione divisa dell'individuo all'interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il "ketman") basata sulla dissimulazione e sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall'uscita, il saggio-romanzo offrì una prospettiva critica inedita sulla libertà umana e una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d'Europa.
Influenze
In un dialogo sulla letteratura con Iosif Brodskij, realizzato nel 1989 e pubblicato nel 2001 sulla rivista Zeszyty Literackie, parlando degli scrittori che l'hanno influenzato, Czesław Miłosz dice: «E poi l'influenza, una forte influenza del mio cugino francese Oscar Milosz. Aveva scritto in maniera stupefacente il suo primo trattato metafisico nel 1916, conoscendo lo sviluppo delle teorie di Einstein (...) se non sbaglio pubblicate nella sua prima versione proprio in quello stesso anno. Lui credeva che la teoria della relatività aprisse le porte di una nuova era di armonia tra la scienza, la religione e l'arte. Per il semplice motivo che il mondo newtoniano è per principio contrario all'immaginazione, all'arte, alla religione. Io perciò seguii quella traccia e constatai con stupore che erano idee prossime a William Blake, che, anche se ovviamente non poteva sapere nulla della relatività, aveva fatto nascere le proprie teorie nella fisica. E anche Goethe, in una sorta di ribellione istintiva contro la via intrapresa dalla scienza ottocentesca (...) Una questione fondamentale è che per Newton lo spazio era stabile e obiettivo, invece per la fisica contemporanea e anche per Oscar Milosz, una cosa simile non può esistere perché tutto è un unicum di moto, materia, tempo e spazio.»

Opere tradotte in italiano
La mente prigioniera, trad. di Olga Ceretti Borsini, Martello, Milano, 1955; trad. di Giorgio Origlia, Adelphi, Milano, I ed. 1981
Europa familiare , trad. di Riccardo Landau, Silva, Milano, 1961
La fodera del mondo, a cura di Valeria Rossella, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966
Il castigo della speranza : 20 poesie, a cura di Pietro Marchesani, All'insegna del pesce d'oro, Milano, 1981
Il poeta ricorda : 24 poesie, a cura di Pietro Marchesani, introduzione di Josif Brodskij, Libri Scheiwiller, Milano, 1981
Czesław Miłosz racconta Czesław Miłosz, a cura di Aleksander Fiut, CSEO Biblioteca, Bologna, 1983
Storia della letteratura polacca. Bologna, 1983
Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, I ed. 1983
La mia Europa, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1985
La terra di Ulro, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2000
Il cagnolino lungo la strada, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2002
Abbecedario, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2010
Trattato poetico, trad. di Valeria Rossella, Adelphi, Milano, 2011
La testimonianza della poesia : sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2013



Scadenze

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
sulla terra solo fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e l’alba della condanna esce dai mari.
Tutto trascorso, tutto dimenticato,
è dunque ora che tu sorga e corra,
anche se ignoti lo scopo e la sponda,
tu vedi solo che il fuoco brucia il mondo.
Ed è ora di odiare ciò che amavi,
e di amare ciò che hai odiato
e di calpestare i volti di chi ha scelto
la bellezza silenziosa.
Per il deserto, il viale, le forre dei muti
− dove il vento ogni voce trasforma in sussurro
o in sonno pesante con la testa all’indietro −
andare. Allora... Allora tutto era in me
grido e richiamo. Col grido e il richiamo
mi lacerava il germoglio di nere primavere.
Basta. Basta. Eppure non si è trattato d’un sogno.
Nessuno sa nulla di te. Il vento soffia così sui fili.
È dunque ora. Io ho amato questa terra tanto
quanto nessuno sa farlo in epoca migliore,
quando sono felici i giorni e quiete le notti,
quando sotto l’arco dell’aria, sotto il portone
delle nubi cresce questa grande alleanza
di forza e fede.
Ora devi chiudere forte gli occhi,
perché monti, città e acque si accatastano,
e ciò che durava schiacciato − precipiterà in avanti,
ciò che andava avanti − cadrà all’indietro.
Sì, solo chi aveva il sangue più caldo degli altri
si ergerà sulla mandria di teste d’oro al galoppo
e con un grido volgerà in basso la spada aguzza.
Passato, passato, nessuno ricorda le colpe,
solo gli alberi come àncore gettate nel cielo,
gli armenti scorrono giù dai monti, hanno coperto le vie,
girano i raggi delle ruote, il fumo ci avvolge.


Verso la fine del ventesimo secolo

Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio,
dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi,
dopo conquiste, perdite e recuperi,
sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo
e guarire la propria vita pensando intensamente alle cose conosciute,
così intensamente che il tempo non potrà sottrarre luoghi e persone
e tutto durerà più vero di com’era.
Senza capire la provenienza degli anni di estasi e tormento,
accettando la propria sorte e implorandone un’altra,
non ho avuto indulgenza con me stesso, ho stretto le labbra.
Orgoglioso di una sola, a me nota, virtù:
lo sferzarmi con una disciplina dalle molte braccia.
Ricomincio continuamente da capo, perché ciò che dispongo in racconto
si rivela una finzione, comprensibile per gli altri, non per me,
e il desiderio di verità mi rende disonesto.
Allora penso ai precetti dello stile alto
e alle persone che non sono mai state necessarie.
Come pure al fatto che da una vita intera mi inganna la speranza.



Speranza

La speranza c’è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro.
Se guardassimo meglio e più saggiamente
Un nuovo fiore ancora e più d’una stella
Nel giardino del mondo scorgeremmo.
Taluni dicono che l’occhio c’inganna
E che non c’è nulla, solo apparenza.
Ma proprio questi non hanno speranza.
Pensano che appena l’uomo volta le spalle
Il mondo intero dietro a lui più non sia,
Come da mani di ladro portato via.


Ars poetica?

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

 da Poesie (trad. di P. Marchesani, Adelphi, 1983)

giovedì 16 aprile 2026

#stranieri / BRAND Dionne (1953 - viv.)

 

Dionne Brand
 (Port of Spain, 7 gennaio 1953) è una scrittrice e poetessa canadese, la cui opera è quasi interamente ispirata alle condizioni delle donne di colore.
Nata in Trinidad e Tobago, nel 1970 emigrò in Canada e studiò all'università di Toronto dove studiò filosofia e lingua inglese, riuscendo anche a laurearsi ed a insegnare "storia delle donne" nello stesso ateneo.
In aggiunta alla sua attività di scrittrice, ha anche diretto alcuni documentari per la National Film Board of Canada; tra questi, ebbe abbastanza successo: "In silenzio per qualcosa: Adrienne Rich e Dionne Brand in conversazione".
È un'attivista politica in favore dei diritti delle minoranze sessuali e delle comunità emarginate, tra cui quella del popolo di colore e degli omosessuali (lei stessa ha dichiarato di essere lesbica). Il suo nome non deve essere confuso con quello della collega Di Brandt, curiosamente anche lei poetessa canadese, quasi omonima e quasi coetanea.

Opere di Poesia
Fore Day Morning - 1978
Earth Magic - 1979
Primitive Offensive - 1982
Winter Epigrams - 1983
Chronicles of the Hostile Sun - 1984
No Language is Neutral - 1990
Land to Light On - 1997
thirsty - 2002


OSSARIO VIII
L'Avana, Yasmine arrivò una sera presto,
lo stelo di un vestito arancione,
una borsa da viaggio, floscia, senza alcun oggetto
 
il mare assalì le mura della città,
l'aria,
gli uccelli assalirono il mare
 
non è costiera,
più abituati agli interni delle città del nord,
nemmeno i loro laghi ancillari, tranquilli, verde-neri
 
sebbene nulla fosse mai tranquillo in lei,
essendo lì fuori dalla sua America elementare
la turba, la slega
 
essere vivi, essere umani, la sua monotonia
la sconcertava comunque, l'opaco presente,
la consapevolezza, nel suo nucleo primordiale, del nulla
 
un temporaneo dolore di sicurezza,
le foglie le ricadevano sulla schiena come felci che si dispiegano,
intravide sotto l'ostinata seduzione dell'Atlantico
 
e la costa dell'isola,
quando atterrarono, una contraddizione,
una pioggerellina pepata, il dolce sole di un pomeriggio
 
l'aria oleosa dell'Avana si faceva strada sull'aereo,
lievitato, domestico,
la cabina Tupelov come un forno che scurisce il pane

da THE BLUE CLERK

Verso, girare, piegare, arare, un solco, una fila, voltarsi, verso, attraversare
Un giorno, quando avevo nove anni e tornavo a casa da scuola, mi fermai in cima alla mia strada e guardai giù per la dolce pendenza, verso casa mia nascosta da una piccola curva, osservando la linea discendente del complesso di case con due camere da letto, chiamato Mon Repos, il mio riposo. Ma lì mi sono allontanato troppo dall'intenzione immediata. Un giorno, quando avevo nove anni e tornavo a casa da scuola, mi fermai in cima alla mia strada e seppi, sentii e intuii di guardare giù per la dolce pendenza con le piccole case e i loro recinti di ibisco, i loro recinti di rose, i loro recinti di ixora, le loro tinteggiature gialle, rosa e blu; il calzolaio sulla sinistra in alto, la sarta in basso a sinistra, e più in basso il parco e il profondo canale di scolo dove un ragazzo in bicicletta mi spinse e una delle mie zie prese un bastone per raggiungere la porta di sua madre. Di nuovo, quando avevo nove anni e tornavo a casa un giorno con la mia uniforme marrone e la camicetta bianca, mi fermai in cima alla mia strada sapendo, arrivando a sapere in quell'istante in cui il sole era nella sua fase delle quattro e guardando in basso potevo vedere finestre e porte aperte e le tende della porta d'ingresso che sventolavano. Avevo nove anni e mi fermai in cima alla strada senza motivo se non quello di scendere la dolce salita verso casa mia dove vivevo con tutti e tutto al mondo, le mie sorelle e i miei cugini erano con me, avevamo i nostri zaini e la nostra fame delle quattro con noi e nostra nonna e tutto ciò che amavamo al mondo ci aspettavano nella casa dipinta di giallo, c'erano una siepe di ibisco e un cespuglio di ranuncoli e zinnie che aspettavano e per diversi istanti tutto questo sembrò scivolare verso il passato; di nuovo, quando avevo nove anni e mi fermai in cima alla mia strada e guardai giù per la dolce salita verso casa mia nella luce del sole delle quattro del mattino, mi resi conto che non avrei vissuto lì per tutta la vita, che me ne sarei andato e non sarei mai più tornato un giorno.

Da ASSETATO

IO

Questa città è bellezza
infrangibili e amorosi come le palpebre,
nelle strade, pressate da partenze feroci,
atterraggi sommersi,
Sono innocente come le soglie
e uccelli notturni distrutti, malati d'amore,
come ascensori vuoti
 
lasciami dichiarare le porte,
angoli, inseguimento, lasciami dire
in piedi qui tra le ciglia, dentro
seni invisibili, nel lago che si restringe
nei piccoli negozi dei ricordi falsi,
la vita fragile e rosicchiata che viviamo,
Sono trattenuto e trattenuto
 
il tocco di tutto mi arrossisce,
piccioni e ragazzi distrutti,
ore mezze morte, musicisti ciechi,
donne inconcludenti con abiti ammaccati
anche gli uomini abituali in abito grigio con terribili
valigette, come mai, come mai
Non mi aspetto nulla di così intimo come la storia
 
avrei avuto una vita diversa
fallendo questo abbraccio con cose rotte,
vene iridescenti, proiettili estatici, piccole crepe
nel cervello, saprei questi fatti particolari,
come una frase lascia una cicatrice su una guancia, come l'acqua
asciuga l'amore, questo, un pensiero così casuale
come ogni secondo eviscera un respiro
 
e questo, lo incontriamo a intervalli noncuranti,
nei bar, nelle stazioni di servizio, nelle protesi
conversazioni, lotterie, intraducibili
bocche, in versioni di ciò che potremmo essere,
un tremore della mano nella realizzazione
di finali, un soffio di lacrime
sulla pelle, il netto rifiuto in velocità

martedì 14 aprile 2026

#stranieri / OSWALD Alice (1966 - viv.)

 

Alice Oswald
, all'anagrafe Alice Priscilla Lyle Keen (Reading, 1966), è una poetessa e scrittrice britannica. 
Alice Oswald è nata a Reading, figlia di Charles William Lyle Keen e Lady Priscilla Mary Rose Curzon; ha due fratelli: la scrittrice Laura Beatty e l'attore Will Keen. Ha studiato lettere classiche al New College dell'Università di Oxford e successivamente ha lavorato come giardiniera al Chelsea Physic Garden e altri orti botanici di rilievo.
Ha cominciato a pubblicare poesie a metà degli anni novanta e la sua prima raccolta, The Thing in the Gap-Stone Stile, è stata candidata al Forward Poetry Prize e al T. S. Eliot Prize, un premio che ha vinto nel 2002 con il poema Dart, dedicato all'omonimo fiume inglese. Negli anni successivi ha pubblicato altre raccolte, tra cui The Thunder Mutters (2005), Woods Etc. (2006), vincitore del Geoffrey Faber Memorial Prize, Weeds and Wild Flowers (2009) e A sleepwalk on the Severn (2009), mentre nel 2011 ha ottenuto grandi plausi dalla critica per Memorial, una rivisatazione dell'Iliade incentrata sui soldati morti. Memorial è stato candidato al T. S. Eliot Prize, ma la poetessa ha declinato la candidatura per motivi etici. Nel 2016 ha vinto il Costa Book Award per la sua raccolta Falling Awake, premiata anche con il Griffin Poetry Prize nel 2017. Dal 2019 insegna poesia all'Università di Oxford.
È sposata con il drammaturgo Peter Oswald e la coppia ha avuto tre figli.

Opere
The Thing in the Gap-Stone Stile, Oxford University Press, 1996
Dart, Faber and Faber, 2002
Woods etc. Faber and Faber, 2005
Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, 2009
A sleepwalk on the Severn, Faber and Faber, 2009
Memorial, Faber and Faber, 2011 / Memorial. Uno scavo dell'Iliade, Milano, Archinto, 2020. ISBN 8877687541
Falling Awake, Jonathan Cape, 2016
Nobody, Jonathan Cape, 2019
A Short Story of Falling, Fine Press Poetry, 2020.

Sposalizio

Di tanto in tanto il nostro amore è vela
e se la vela inizia l’altalena
di rotta in rotta, è come rondine
e se la rondine vola è giubba;
e se la giubba è tua, ha uno strappo
come grande bocca che se inizia
a trarre il vento, è trombettiere
e se la tromba soffia, è a milioni…
e questo, amore, se milioni van
senza di noi, è come un trucco;
e se il trucco inizia, è la punta
dei piedi sulla corda, che è fortuna;
e se fortuna inizia, è sposalizio,
che è come amore, che è come tutto.

da The Thing in the Gap Stone Stile, 2007


Volpe

Ho sentito tossire
come se lì ci fosse un ladro
fuori dal mio dormire
una secca inspirazione

una volpe nel suo manto di volpe
passando per
il prato in guanti neri
ha abbaiato alla mia casa

era così brusco e strano
il modo in cui andava
a chiedere affamata
nel denso accento del cuore

in sì seria insonne
intrusione è venuta
donna dalla voce d’uomo
ma niente nome

come a dire: è mezzanotte
e la mia vita
è distesa sotto i miei figli
come foglia d’oro

da Falling Awake, 2016


Narciso

un tempo ero metà fiore, metà sé,
quel sé invisibile la cui assenza abita gli specchi,
quel fiore invisibile che è sempre interiore,
che brancolando s’inerpica in noi, un che di gracile che si gonfia a scoppiare,
sì un tempo ero per metà fragile, per metà scintillante,
continuamente a emergere dalla scorta del sé stesso,
sempre a scrutare fiumi, sempre
ad annuire col capo e pendere da un lato, sono affiorata trionfante,
e per un po’ sono stata metà pelle metà respiro,
per un po’ non sono stata né una cosa né l’altra,
una vampata d’acqua, una variabile uomo-donna dei margini,
con addosso l’ultima immagine del sé che mi han lasciato
prima che la mia forza cadesse giù nell’oscurità
per gran parte dell’anno e giace accartocciata
in un grumo di sonno alle radici di nulla tutto

da Weeds and Wild Flowers, 2009

traduzioni di Francesca Biagi


domenica 12 aprile 2026

#stranieri / MIRON Gaston (1928 - 1996)

 

Gaston Miron
 (Sainte-Agathe-des-Monts, 8 gennaio 1928 – Montréal, 14 dicembre 1996) è stato un poeta, scrittore e editore canadese, originario del Québec.
Miron è il poeta "nazionale" della grande provincia canadese del Québec ed è ancora oggi considerato uno dei massimi esponenti dei paesi francofoni americani: convinto assertore della forza della lingua francese del Québec, Miron si pone come punto di riferimento per la profondità e la forza delle sue opere, inserite nel contesto di un paese "anglicizzato" nella quotidianità e ancora troppo legato alla letteratura francese. In particolare, come editore, negli anni sessanta con le sue Éditions de l'Hexagone, traghetta la letteratura da canadese-francese a quebecchese, rivendicando la sua autonomia rispetto a quella francese vera e propria e, in prospettiva, influenzando e responsabilizzando tutti gli strati sociali del paese: per questo motivo venne anche chiamato il Poeta militante per le ripercussioni sociali che le sue opere hanno avuto in Québec.
Nel 1996, anno della sua morte, è stato insignito del grado di Ufficiale dell'Ordine nazionale del Québec (in fr.: Officier de l'Ordre national du Québec), il secondo più alto riconoscimento per le personalità di spicco dato dal governo del paese (Gran Ufficiale e Cavaliere sono gli altri due gradi) e in generale dei paesi di lingua francese d'America.
Cofondatore nel 1953 dell'Éditions de l'Hexagone, principale casa editrice del Québec assieme a Gilles Carle, Louis Portugais, Olivier Marchand, Mathilde Ganzini e Jean-Claude Rinfret.
Miron inizia a pubblicare dagli anni cinquanta su diversi quotidiani e periodici (Le Devoir, Liberté e Parti pris). Nel 1953 pubblica, assieme al poeta Olivier Marchand, la raccolta di poesie Deux sangs, che inaugura le Éditions de l'Hexagone. In quasi due decenni pubblica tantissime poesie "sparse" e si lascia convincere a raccoglierle (assieme ad alcuni suoi testi in prosa), in una raccolta intitolata L'Homme rapaillé, la sua opera principale e vincitrice, nel 1981 dello storico Premio Guillaume-Apollinaire. Pubblicata nel 1970 (per la Presses de l'Université de Montréal e non per le Éditions de l'Hexagone), è stata oggetto da parte di Miron di continue modifiche (7 edizioni diverse curate dall'autore).
Il suo capolavoro, il poema La marcia dell'amore (La Marche à l'amour), originariamente edito nel 1962 e rivisto parzialmente nel 1970, lo ha reso celebre in patria e all'estero: è riconosciuto come una delle più belle pagine scritte nei paesi francofoni dell'America.
In Italia il primo a tradurlo è stato il poeta Angelo Bellettato.

Opere principali
Deux sangs (raccolta di poesie di Gaston Miron e Olivier Marchand) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 1953.
L'homme rapaillé - Montréal, Presses de l'Université de Montréal (1ª ediz.), 1970.
Courtepointes - Ottawa, Éditions de l'Université d'Ottawa, 1975.
Poèmes épars (1947-1995) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2003.
Un long chemin (d'autres proses) (testi e prose) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2004.


L’uomo raccattato
Per Emanuelle

Ho compiuto da più lontano di me un viaggio abracadrabrante
da molto tempo non m’ero rivisto
eccomi in me come uomo in una casa
che s’è fatta in sua assenza
ti saluto, silenzio

Non son più tornato per tornare
Son arrivato à ciò che comincia


Il bicchiere d’acqua o l’inaccettabile

Le gemme della sete nei pori
non è l’acqua che bevo nel bicchiere
è qualcosa sul filo dell’acqua
a cui si pensa nella ronda dei giorni
come uno fatto infitto
tutta la santa faccia della giornata
tutta, goccia a goccia
perché le sete rimane, panico, tenace
perché né il peso, di posto o distesa
né dentro, o forse fuori
nulla di nulla è cambiato
ho sempre la zolla di fuoco sullo stomaco
lanciato nel rifiuto con entrambi i piedi
sui freni del tempo
come d’assuefazione ogni volta
una volta aperti gli occhi
e vuoto il bicchiere


Per il mio rimpatrio

Uomo dei solchi dei bruciati dell’esilio
Secondo il tuo amore dalle mani colme di grezze conquiste
secondo il tuo sguardo arcobaleno ostinato nei venti

Non ho mai viaggiato
verso nessun altro paese che te, paese mio

Un giorno avrò detto sì alla mia nascita
Avrò frumento negli occhi
Avanzerò sul tuo suolo commosso, abbagliato,
dalla purezza bestiale che la neve solleva

Un uomo tornerà
dal fuori del mondo

i testi tradotti sono tratti dalla raccolta L’homme rapaillé,  Montreal, Presses Universitaires de Monréal, 1970 – traduzioni di Jacopo Rasmi


venerdì 10 aprile 2026

#stranieri / KINNELL Galway (1927 - 2014)

 

Galway Kinnell
 (Providence, 1º febbraio 1927 – Sheffield, 28 ottobre 2014) è stato un poeta statunitense.
Fin dalla prima raccolta, Che regno era (What a Kingdom It Was, 1960), la sua poesia di mistico moderno fissa il percorso simbolico di una esistenza divisa fra sofferenza notturna e l'idillio del giorno, tra l'adesione al mondo materiale, sociale, contemporaneo, e l'immersione nella tenebra. In Poesie della notte (1968) e Il libro degli incubi (The Book of Nightmares, 1971) l'ansia di conciliare gli opposti, mai appagata in Kinnell, trova precisi modelli formali nella ricerca alchemica - nella metafora del fuoco rigeneratore - e nel processo onirico, che coinvolgono la scrittura in uno scomporsi e ricrearsi di nuove strutture lessicali.
Artista dai molti maestri (Walt Whitman, Gerard Manley Hopkins, William Butler Yeats, Pablo Neruda, Yves Bonnefoy, da lui tradotto, come anche François Villon) e dal lungo apprendistato, Kinnell è stata una delle voci più forti ed inquietanti della poesia americana contemporanea.
Ottenne il Premio Pulitzer per la poesia nel 1983 per l'opera Selected Poems.

Opere principali
What a Kingdom It Was, (1960)
Flower Herding on Mount Monadnock, (1964)
Body Rags, (1968)
The Book of Nightmares, (1973)
The Avenue Bearing the Initial of Christ into the New World: Poems 1946-64 (1974)
Mortal Acts, Mortal Words, (1980)
After Making Love We Hear Footsteps, (1980)
Blackberry Eating, (1980)
Selected Poems, (1982)
How the Alligator Missed Breakfast, (1982)
The Fundamental Project of Technology, (1983)
The Past, (1985)
When One Has Lived a Long Time Alone, (1990)
Three Books, (2002)
Imperfect Thirst, (1996)
A New Selected Poems, (2001)
Strong Is Your Hold, (2006)


Aspetta

Aspetta, per adesso.
Diffida di tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato ovunque, fino a adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa: quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è fedeltà al vecchio.

Aspetta.
Non andare troppo presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta dalle pene, recitare se stessa fino al completo esurimento.

da Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. E. Biagini

*

Il fuoco di olivo

Quando Fergus si svegliava di notte piangendo
lo portavo dalla sua culla
alla sedia a dondolo e sedevo tenendolo tra le braccia
davanti al fuoco d’un olivo millenario.
Qualche volta, per ragioni che non ho mai saputo e
che lui ha dimenticato, anche dopo il biberon i lacrimoni
continuavano a scendere sulle sue grandi guance
– la guancia sinistra sempre più lucente della destra –
e sedevamo, alcune notti per ore, dondolandoci
alla luce che si diffondeva dall’antico legno,
e ci tenevamo l’un l’altro contro l’oscurità,
la sua appena poco indietro e lontana nel futuro,
la mia che immaginavo tutta intorno.
Una di queste volte, mezzo addormentato io stesso,
credetti d’aver sentito un grido
– un aviatore che urlava in orrore
mentre buttava fuoco su chi o cosa non sapeva,
oppure un bimbo incendiato in quel modo –
e mi drizzai in allarme. Il fuoco d’olivo
bruciava a fiamma bassa. Nelle mie braccia stava Fergus,
profondamente addormentato, la guancia sinistra luccicante, Dio.

*

L'ORSO

1
A fine inverno
mi capita di intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.

2
Appuntisco la costola di un lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.

E quando è sparita
mi metto sulle tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.

Allora parto
di corsa, seguo le chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi in avanti con i coltelli da orso in pugno.

3
Il terzo giorno comincio ad aver fame,
all’imbrunire mi chino come sapevo che avrei fatto
su una merda imbevuta di sangue,
esito, la raccolgo,
me la ficco in bocca e la mando giù,
mi alzo
e riprendo a correre.

4
Il settimo giorno,
ormai mi sostentavo solo del sangue dell’orso,
scorgo il cadavere capovolto, lontano avanti a me,
un’arruffata carcassa fumante
con la pesante pelliccia che si increspa al vento.

Lo raggiungo
e guardo gli occhi piccoli, vicini,
il muso sgomento
riverso sulla spalla, le narici
dilatate, che forse
hanno percepito il primo sentore di me
mentre moriva.

Gli squarcio
una forra nella coscia e mangio e bevo,
lo squarto da cima a fondo
lo apro e ci entro dentro
e me lo chiudo addosso, contro il vento,
e dormo.

5
E sogno
di trascinarmi esangue
sulla tundra,
pugnalato due volte da dentro,
lasciandomi dietro una scia di sangue,
sangue che sgorga comunque, a dispetto di dove, come mi muovo,
di qualsiasi parabola di trascendenza orsina,
di qualsiasi danza di solitudine accenni,
qualsiasi balzo artigliato dalla gravità,
qualsiasi arrancare, qualsiasi grugnire.

6
E poi un giorno barcollo e cado—
cado su questo
ventre che ce l’ha messa tutta a resistere,
a digerire il sangue che gli colava dentro,
a dissolvere
e digerire l’osso stesso: e adesso il vento
soffia accarezzandomi, soffia via
i rutti ripugnanti di sangue d’orso mal digerito
e di stomaco marcio
e il normale, orribile odore di orso,

soffia sulla
mia lingua pesta e ciondolante una canzone
o un urlo, finché non penso che mi devo alzare
a ballare. E giaccio immobile.

7
Mi risveglio, penso. I fuochi fatui
riappaiono, le oche
di nuovo in formazione sulla rotta di volo.
Nella sua grotta sotto la neve vecchia la mamma-orso
giace, lecca
pelo raggrumato
e occhi lacrimosi facendone forme
con la lingua. E avanti con un
passo arrancante di zampa pelosa,
e un altro portato grugnendo,
e un altro,
un altro,
il resto dei miei giorni li passo
vagando: divagando
su cosa, comunque,
fosse quell’infuso viscoso, quel gusto rancido di sangue, quella poesia, di cui vivevo.



#stranieri / MIŁOSZ Czesław (1911 - 2004)

  Czesław Miłosz  (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco. Nato a Šeteniai, oggi in Litua...