Edward Kamau Brathwaite, nato Lawson Edward Brathwaite (Bridgetown, 11 maggio 1930 – 4 febbraio 2020), è stato un poeta barbadiano. Nato a Bridgetown nel 1930, visse tra New York e Barbados.
Ha compiuto gli studi all'Harrison College a Barbados, quindi al Pembroke College di Cambridge ed infine si è laureato in filosofia all'Università del Sussex nel 1968.
Dal 1955 al 1962 è stato ufficiale nel Ministero dell'Educazione del Ghana, in seguito ha insegnato all'University of the West Indies a Kingston, in Giamaica, e dal 1994 è stato professore all'Università di New York.
Fondatore del Caribbean Arts Movement (CAM) nel 1966, ha pubblicato, a partire dal 1951, numerose raccolte poetiche ispirate alla tradizione africana orale ed alcuni saggi storici sulle radici del popolo caraibico.
Considerato una delle principali voci della letteratura caraibica[6], ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali ed internazionali tra i quali il Neustadt International Prize for Literature nel 1994.
Opere tradotte in italiano
Saggi
Missile e capsula: due paradigmi della cultura dei Caraibi, in Pensiero caraibico: Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott di Andrea Gazzoni, Roma, Ensemble, 2014
Il XX secolo: dal 1914 ad oggi (curatore), Novara, De Agostini, 2003
Poesia
Diritti di passaggio (Rights of Passage, 1967), Roma, Ensemble, 2014, traduzione di Andrea Gazzoni
Speciale Kamau Brathwaite a cura di Andrea Gazzoni, con una scelta di poesie edite e inedite , in «La Rivista dell’Arte», 2, 2013, pp. 168-212.
La polvere
‘Sera Miss
Evvy, Miss
Maisie,
Miss
Maud. Come stai
Olive? Come sta
la mia Eveie?
Lo
hai preso il Cespuglio dei Miracoli
per il guaio che mi hai detto?
Zitta!
Non far ‘sta cagnara
nella
bottega dei bianchi!
Ma allora lo
hai preso?
Tutte le sere prima di
andarmi a
letto.
Scom-
metto che ti senti
già
meno giù!
Non lo so,
Pearlie mia amica.
Com’è
o come non è, non è morto qua il corpo.
No amica mia, sembri anche
più
sana!
Di già?
Allora posso dirlo
e lo
dico ancora:
ringraziamo Dio
per le sue piccole grazie.
Amen,
Eveie mia.
Amen,
Eveie
mia
e io dico
ancora Amen.
Miss Evvy, vorrei
segnare la farina
mezza
libbra e il sapone
due pezzi finché non è
lunedì se
lo vuole
Nostro Signore.
Scrivi sapone
due pezzi e farina
mezza
libbra nel libro nero dei conti
di Olive per me, Maisie
mia cara.
E Olive –
non ti scordare i
biscotti e il
merluzzo salato
che Marylin tua figlia
è venuta qui e ha detto
che vuoi
saldare l’ultimo mese!
Sì lunedì sì ti pago
tutto
il malloppo le carte e gli spic-
ci in sospeso in questa bottega,
Miss
Olive mia cara.
Ehi Mary!
Sei tu?
Non ti vedevo
laggiù
con mezza testa allo scuro
sotto il saccone di iuta.
Come sta
il mulo di Darrington?
Malato è malato. E in più
ho
sentito che pure la mucca
se ne sta un bel po’ giù. È da
martedì
che il latte non c’è.
È la pes-
tilenza, amica mia.
Un
tipo di malattia uguale,
come una carogneria, amica, stra-
pazza
gli ignami.
Vero. Melanzane,
spinaci, i cavoli a
grinze,
Anche le mie patate e i fagioli dell’occhio;
la
verdura trapassa e nella fila dei cavoli le foglioline
azzurre
sono ormai così secche
secche secche.
È la pes-
tilenza, amica mia.
Il
signor Gilkes dice che è una prova
dei tempi come nel
quattor-
dici diciotto con la
guerra quando bruciavano le
palle
con quel gas mostarda tutto giallo.
E se me lo chiedi
a me, lo so che
presto
ci saranno altre guerre e voci
di guerre.
Ma è
vero.
È
la pes-
tilenza, amica mia.
Non
lo senti tu
il silenzio? Il Pastore
nella
Cappella ieri sera diceva
che è la Mano che scrive sul muro.
Ma non è tutto qui!
ti ricordi la
storia
che il nonno diceva, la polvere
a maggio?
No! Che altra
roba è?
Be’ sembra che
c’è una montagna
vicino qua
che tutto il tempo bolle e fuma
come quando hai la
bile nella pancia.
Cosa dici, cara mia!
Ma è
vero!
E come lo
sai? Là qual-
cuno ci
vive? Tu
conosci qual–
cuno da là
che vive quaggiù?
E
anche, dove dici
che questo posto è di preciso?
Non sono af-
fari tuoi! E poi,
è
miglia e miglia
dalla pace di questo
posto
e tutto frigge e tutto
fuma
tutto il tempo. C’è chi dice
che è laggiù in una di
quelle isole
dove gli si intorciglia la lingua
e
sentirli parlare così
nel loro patois di St. Lucia
è come se
non sanno capire
neanche una parola di inglese.
Ma
non lo so per davvero. Tutto quello che so
è che un giorno di
colpo così
questa montagna ha fatto bum-bum-bum-kabumm
Tutta quella maledetta parte di
dietro
di questa collina è come scoppiata
come nella cava che
fanno saltare
in aria le pietre.
Rocce grosse come il recinto dove tieni
le mucche
buttate su in aria come se erano
un pugno di ghiaia.
Quel botto,
Cristo santo, deve aver fatto piovere giù
schegge e scintille
come se fosse la
Con-
federazione.
Ma non hai da nominare
il nome di
Dio invano
per farcela bere questa
storia. Non va bene,
Olive, cara!
È vero!
E il Signore Iddio
sa
che ti dispiace.
Ma che nero nero nero
da dietro di
quel monte:
ce l’avevi in faccia, nel mangiare,
negli occhi. Infatti,
dice la nonna,
in pieno
giorno anche il bianco
della sua finestrella si è spento.
E
se senti la gente che grida!
come fanno a non trovare la
strada
come fanno a non avere il riparo
a non pregarlo un prete
o un capo
e Dio è andato via e ha fatto scuro quel giorno!
Dice la nonna che anche i polli
nell’aia
saltavano sopra le stie quando l’aria
veniva giù
grigia e i galli via che cantano
come quando è prima di giorno.
Si faceva scuro scuro scuro
come di
notte
e hai pau-
ra, lo sai,
quando senti cose così;
e mi fa
meravigliarmi e
mi fa pregare: perché io
mi dico: Olive mia,
tu mangi e poi
dormi
e provi a scordarti
qualcuno dei pesi
che ha da portare
la schiena;
tu bevi, tu balli
a volte un sabato
sera, incontri il
tuo uomo
e con la grazia di Dio fai un figlio
Tu ti alzi, vai in giro.
ringrazi
Dio che il tuo corpo
non è ancora di pietra,
e le hai ancora grosse le tette;
che
hai una voce
buona a gridare
fino al paradiso per farti
sentire:
non hai da aver paura di niente
da nessuno. Te ne vieni
alla bottega, ti fermi,
due
chiacchiere, dai il saluto
e vai a casa;
hai una schiena che può ancora
scavare
nei campi
e zappare e strappare le erbacce
da quel
quadra-
tino di terra che tu chiami il tuo;
non sei malata e
hai figli forti;
ogni giorno lo vedi il sole
che
s’alza, il sole
che scende; ogni mese Dio manda
una luna nuova. La stagione di
secca
viene ancora dopo la stagione di pioggia
e dopo la
pioggia viene il verde raccolto.
E poi di colpo così
non c’è
rima
non c’è ragione
i tuoi raccolti iniziano a morire
non
puoi neanche vedere il sole nel cielo;
e di colpo così, non c’è
rima,
non c’è ragione, la tua speranza è
finita tutta
ti sembra che tutto va storto.
Perché va così?
Che cosa vuol dire?
Ali di colomba
Brother Man il Rasta-
fari, barba
piena di licheni
cervello pieno di pidocchi
stava lì a
guardare i topi
spuntare su dalle assi
della sua cucina da
quartiere del centro,
da quartiere di baracche,
e sorrideva.
Beati i poveri
di salute, lui mormorava,
perché dovrebbero
ereditare questa
abbondanza. Beati gli umili
di cuore, lui
borbottava,
perché è tutto per loro questo abbandono.
Brother Man il Rasta-
fari, capelli
pieni di licheni
testa calda come il ghiaccio
stava lì a
guardare i topi
entrare in questo suo povero
buco, si prendeva
la sua pace
e la pipa per la ganja
e sorrideva perché gli
occhi
dei topi, pezzi di pomice
calda, erano bagliori nella
stanza
come il rubino, come il quarzo
e di colpo facevano un
sobbalzo
come il diamante.
E io
Rastafar-io
nella città del
boom
a Babilonia, reso folle dalla luna
e da questo calice di
pace, io
profeta e cantore, flagello
dello squallore,
custode
Trench Town, Dungle e Young’s
Town, mi alzo in piedi
e mi incammino per le strade degli
afflitti ora in silenzio, occhi
di falco
duri di paura e
di affetto, e ascolto la mia gente
che
piange, la mia gente
che grida:
Giù giù
uomo
bianco,
uomo
furbo, uomo
bruno, giù
giù uomo
pieno, uomo
grasso
sguardo
storto, bianco
nero quello,
l’uomo che
vive
in
città.
Su su
in piedi coi tuoi
dreadlock,
Salo-
mone sale
della terra, su su
in piedi
deridiamo-
li,
sfottiamo-
li, fermiamo-
li, uccidiamo-
li e
torniamo
indietro là
dove l’uomo nero
ha la sua
terra
indietro là
in Af-
rica.
2
E lo sai che non lo
fanno apposta,
non ci possono far niente
ma quelle facce pulite
brune nella
città di Babilonia di loro ho più paura
e di me loro han più paura.
Guardali
gli avvoltoi vola-
re, sentili i corvi gracchiare
vedi cosa
comprano coi soldi?
Cra cra cra cra.
Vecchio corvo,
vecchio corvo, crudele vecchio
vecchio corvo, è tutto quel che
ha
la spocchia loro.
Corvo vola capriola
un
saltarello
sul terreno; no
niente piede che sta fermo
sopra pietre ferme, no
niente bimbi
buoni nati
dalla carne
di quelle ossa,
no no no no.
3
Così battili i
tamburi
quelli, stendile
le ali quelle,
guardale volare
quelle, su
in alto alzarsi quelle,
chiare nella gloria del Signore.
Guardale le navi quelle
alle città
venire quelle
sono piene di seta quelle
sono piene
di cibo quelle
e guardali gli aerei quelli
vengono
giù a terra quelli
sono pieni di lampi quelli
sono
pieni di grana quelli
di seta quelli di cibo quelli
di
scarpe quelli di vino quelli
che quelli bevono quelli
e si
divorano quelli
in lode della gloria del Signore.
Così battili quelli
bruciali,
mettigli
a quelli in testa che non
hanno
niente quelli
solo quelli
lucidi gingilli lucidi
che scoppieranno tutti quelli
quando
la fiamma dall’alto quella
distruggerà dall’alto quella
e
ruggirà dall’alto quella
e i poveri in piedi quelli
e
sorgeranno in furia quelli
nella gloria del Signore.
(tratti da da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014)






