martedì 17 febbraio 2026

#stranieri / KAMAU BRATHWAITE Edward (1930 - 2020)

 

Edward Kamau Brathwaite
, nato Lawson Edward Brathwaite (Bridgetown, 11 maggio 1930 – 4 febbraio 2020), è stato un poeta barbadiano. Nato a Bridgetown nel 1930, visse tra New York e Barbados.
Ha compiuto gli studi all'Harrison College a Barbados, quindi al Pembroke College di Cambridge ed infine si è laureato in filosofia all'Università del Sussex nel 1968.
Dal 1955 al 1962 è stato ufficiale nel Ministero dell'Educazione del Ghana, in seguito ha insegnato all'University of the West Indies a Kingston, in Giamaica, e dal 1994 è stato professore all'Università di New York.
Fondatore del Caribbean Arts Movement (CAM) nel 1966, ha pubblicato, a partire dal 1951, numerose raccolte poetiche ispirate alla tradizione africana orale ed alcuni saggi storici sulle radici del popolo caraibico.
Considerato una delle principali voci della letteratura caraibica[6], ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali ed internazionali tra i quali il Neustadt International Prize for Literature nel 1994.

Opere tradotte in italiano
Saggi
Missile e capsula: due paradigmi della cultura dei Caraibi, in Pensiero caraibico: Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott di Andrea Gazzoni, Roma, Ensemble, 2014
Il XX secolo: dal 1914 ad oggi (curatore), Novara, De Agostini, 2003

Poesia
Diritti di passaggio (Rights of Passage, 1967), Roma, Ensemble, 2014, traduzione di Andrea Gazzoni 
Speciale Kamau Brathwaite a cura di Andrea Gazzoni, con una scelta di poesie edite e inedite , in «La Rivista dell’Arte», 2, 2013, pp. 168-212.

La polvere

‘Sera Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Come stai

Olive? Come sta
la mia Eveie?
Lo hai preso il Cespuglio dei Miracoli
per il guaio che mi hai detto?

Zitta!
Non far ‘sta cagnara
nella bottega dei bianchi!

Ma allora lo
hai preso?

Tutte le sere prima di
andarmi a letto.

Scom-
metto che ti senti
già meno giù!

Non lo so,
Pearlie mia amica. Com’è
o come non è, non è morto qua il corpo.

No amica mia, sembri anche
più sana!

Di già?
Allora posso dirlo
e lo dico ancora:
ringraziamo Dio
per le sue piccole grazie.

Amen,
Eveie mia.
Amen,
Eveie mia

e io dico
ancora Amen.

Miss Evvy, vorrei
segnare la farina mezza
libbra e il sapone
due pezzi finché non è
lunedì se lo vuole
Nostro Signore.

Scrivi sapone
due pezzi e farina mezza
libbra nel libro nero dei conti
di Olive per me, Maisie mia cara.
E Olive –

non ti scordare i
biscotti e il merluzzo salato
che Marylin tua figlia
è venuta qui e ha detto che vuoi
saldare l’ultimo mese!
Sì lunedì sì ti pago
tutto il malloppo le carte e gli spic-
ci in sospeso in questa bottega, Miss
Olive mia cara.

Ehi Mary!
Sei tu?
Non ti vedevo laggiù
con mezza testa allo scuro
sotto il saccone di iuta. Come sta
il mulo di Darrington?

Malato è malato. E in più
ho sentito che pure la mucca
se ne sta un bel po’ giù. È da martedì
che il latte non c’è.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Un tipo di malattia uguale,
come una carogneria, amica, stra-
pazza gli ignami.

Vero. Melanzane,
spinaci, i cavoli a grinze,
Anche le mie patate e i fagioli dell’occhio;
la verdura trapassa e nella fila dei cavoli le foglioline
azzurre sono ormai così secche
secche secche.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Il signor Gilkes dice che è una prova
dei tempi come nel quattor-
dici diciotto con la
guerra quando bruciavano le palle
con quel gas mostarda tutto giallo.

E se me lo chiedi
a me, lo so che presto
ci saranno altre guerre e voci
di guerre.

Ma è
vero.

È
la pes-
tilenza, amica mia. Non
lo senti tu

il silenzio? Il Pastore
nella Cappella ieri sera diceva
che è la Mano che scrive sul muro.

Ma non è tutto qui!
ti ricordi la storia
che il nonno diceva, la polvere
a maggio?

No! Che altra
roba è?

Be’ sembra che
c’è una montagna vicino qua
che tutto il tempo bolle e fuma
come quando hai la bile nella pancia.

Cosa dici, cara mia!

Ma è
vero!

E come lo
sai? Là qual-
cuno ci vive? Tu
conosci qual–
cuno da là
che vive quaggiù?
E anche, dove dici
che questo posto è di preciso?

Non sono af-
fari tuoi! E poi,
è miglia e miglia
dalla pace di questo

posto
e tutto frigge e tutto fuma
tutto il tempo. C’è chi dice
che è laggiù in una di quelle isole

dove gli si intorciglia la lingua
e sentirli parlare così
nel loro patois di St. Lucia
è come se non sanno capire

neanche una parola di inglese.
Ma non lo so per davvero. Tutto quello che so
è che un giorno di colpo così
questa montagna ha fatto bum-bum-bum-kabumm

Tutta quella maledetta parte di dietro
di questa collina è come scoppiata
come nella cava che fanno saltare
in aria le pietre.

Rocce grosse come il recinto dove tieni le mucche
buttate su in aria come se erano
un pugno di ghiaia. Quel botto,
Cristo santo, deve aver fatto piovere giù

schegge e scintille
come se fosse la Con-
federazione.

Ma non hai da nominare
il nome di Dio invano
per farcela bere questa
storia. Non va bene,

Olive, cara!

È vero!
E il Signore Iddio
sa che ti dispiace.

Ma che nero nero nero
da dietro di quel monte:
ce l’avevi in faccia, nel mangiare,

negli occhi. Infatti,
dice la nonna, in pieno
giorno anche il bianco

della sua finestrella si è spento.
E se senti la gente che grida!
come fanno a non trovare la strada
come fanno a non avere il riparo
a non pregarlo un prete o un capo
e Dio è andato via e ha fatto scuro quel giorno!

Dice la nonna che anche i polli nell’aia
saltavano sopra le stie quando l’aria
veniva giù grigia e i galli via che cantano
come quando è prima di giorno.

Si faceva scuro scuro scuro
come di notte
e hai pau-
ra, lo sai,

quando senti cose così;
e mi fa meravigliarmi e
mi fa pregare: perché io

mi dico: Olive mia,
tu mangi e poi dormi
e provi a scordarti

qualcuno dei pesi
che ha da portare la schiena;
tu bevi, tu balli

a volte un sabato
sera, incontri il tuo uomo
e con la grazia di Dio fai un figlio

Tu ti alzi, vai in giro.
ringrazi Dio che il tuo corpo
non è ancora di pietra,

e le hai ancora grosse le tette;
che hai una voce
buona a gridare

fino al paradiso per farti
sentire: non hai da aver paura di niente
da nessuno. Te ne vieni

alla bottega, ti fermi, due
chiacchiere, dai il saluto
e vai a casa;

hai una schiena che può ancora scavare
nei campi
e zappare e strappare le erbacce
da quel quadra-
tino di terra che tu chiami il tuo;
non sei malata e hai figli forti;

ogni giorno lo vedi il sole
che s’alza, il sole
che scende; ogni mese Dio manda

una luna nuova. La stagione di secca
viene ancora dopo la stagione di pioggia
e dopo la pioggia viene il verde raccolto.

E poi di colpo così
non c’è rima
non c’è ragione

i tuoi raccolti iniziano a morire
non puoi neanche vedere il sole nel cielo;
e di colpo così, non c’è rima,

non c’è ragione, la tua speranza è finita tutta
ti sembra che tutto va storto.
Perché va così? Che cosa vuol dire?



Ali di colomba

Brother Man il Rasta-
fari, barba piena di licheni
cervello pieno di pidocchi
stava lì a guardare i topi
spuntare su dalle assi
della sua cucina da quartiere del centro,
da quartiere di baracche,
e sorrideva. Beati i poveri
di salute, lui mormorava,
perché dovrebbero ereditare questa
abbondanza. Beati gli umili
di cuore, lui borbottava,
perché è tutto per loro questo abbandono.

Brother Man il Rasta-
fari, capelli pieni di licheni
testa calda come il ghiaccio
stava lì a guardare i topi
entrare in questo suo povero
buco, si prendeva la sua pace
e la pipa per la ganja
e sorrideva perché gli occhi
dei topi, pezzi di pomice
calda, erano bagliori nella stanza
come il rubino, come il quarzo
e di colpo facevano un sobbalzo
come il diamante.

E io
Rastafar-io
nella città del boom
a Babilonia, reso folle dalla luna
e da questo calice di pace, io
profeta e cantore, flagello
dello squallore, custode
Trench Town, Dungle e Young’s
Town, mi alzo in piedi e mi incammino per le strade degli
afflitti ora in silenzio, occhi di falco
duri di paura e
di affetto, e ascolto la mia gente
che piange, la mia gente
che grida:

Giù giù
uomo
bianco, uomo
furbo, uomo
bruno, giù
giù uomo
pieno, uomo
grasso sguardo
storto, bianco
nero quello,
l’uomo che
vive in
città.

Su su
in piedi coi tuoi
dreadlock, Salo-
mone sale
della terra, su su
in piedi
deridiamo-
li, sfottiamo-
li, fermiamo-
li, uccidiamo-
li e torniamo
indietro là
dove l’uomo nero
ha la sua terra
indietro là
in Af-
rica.
2
E lo sai che non lo fanno apposta,
non ci possono far niente
ma quelle facce pulite brune nella
città di Babilonia di loro ho più paura

e di me loro han più paura.
Guardali gli avvoltoi vola-
re, sentili i corvi gracchiare
vedi cosa comprano coi soldi?

Cra cra cra cra.
Vecchio corvo, vecchio corvo, crudele vecchio
vecchio corvo, è tutto quel che ha
la spocchia loro.

Corvo vola capriola
un saltarello
sul terreno; no
niente piede che sta fermo

sopra pietre ferme, no
niente bimbi buoni nati
dalla carne
di quelle ossa,

no no no no.
3
Così battili i tamburi
quelli, stendile

le ali quelle,
guardale volare

quelle, su
in alto alzarsi quelle,

chiare nella gloria del Signore.

Guardale le navi quelle
alle città venire quelle

sono piene di seta quelle
sono piene di cibo quelle

e guardali gli aerei quelli
vengono giù a terra quelli

sono pieni di lampi quelli
sono pieni di grana quelli

di seta quelli di cibo quelli
di scarpe quelli di vino quelli

che quelli bevono quelli
e si divorano quelli

in lode della gloria del Signore.

Così battili quelli
bruciali, mettigli

a quelli in testa che non
hanno niente quelli

solo quelli
lucidi gingilli lucidi

che scoppieranno tutti quelli
quando la fiamma dall’alto quella
distruggerà dall’alto quella e
ruggirà dall’alto quella

e i poveri in piedi quelli
e sorgeranno in furia quelli

nella gloria del Signore.

(tratti da da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014)


lunedì 16 febbraio 2026

E' uscito il numero 27 de «L’Ulisse – rivista di poesia, arti e scritture», dedicato al tema monografico “Poesia, fotografia e post-fotografia”. Pubblichiamo qui l'Editoriale

 


Poesia, fotografia e post-fotografia
 

Sin dai primi decenni che hanno seguito la sua invenzione, che convenzionalmente viene fatta coincidere coi primi dagherrotipi del 1839, la fotografia non ha smesso di imporsi come una realtà sempre più inaggirabile; continue innovazioni (le Polaroid, la pellicola Kodachrome, le macchine usa e getta, la fotografia digitale, Photoshop, gli smartphone, l’I.A., ecc.) l’hanno fatta diventare un fenomeno sempre più presente nella vita di tutti, con le immagini fotografiche che hanno sempre più assunto un ruolo costituivo nella costruzione dell’identità e dell’immaginario individuale e collettivo. Soprattutto negli ultimi decenni, il numero di fotografie realizzate è inoltre esponenzialmente aumentato, anche senza che chi viene fotografato ne sia sempre cosciente, come è ugualmente esploso il numero delle fotografie pubblicate e rilanciate nei diversi mass-media e social network, ed è diventato sempre più facile realizzare e modificare delle immagini fotografiche, o “post-fotografiche”.
Questo insieme di fenomeni ha riguardato e continua a riguardare in modo trasversale i più diversi contesti geografici e sociali, con inevitabilmente anche scrittrici e scrittori, poeti e poete che ne sono stati, e ne sono tuttora, influenzati tanto nella propria vita di ogni giorno che nella propria pratica di scrittura. In alcuni casi in modo sotterraneo e non subito evidente, in altri casi in modo diretto, talvolta alimentando forme di diffidenza e di resistenza, altre volte dando vita a intense forme di sperimentazione, spingendo autrici e autori a praticare in prima persona la fotografia, a collaborare con fotografe e fotografi, a proporre delle teorie sul rapporto tra testi e immagini, a sperimentare nuove forme di ibridazione tra testi e fotografie.
Sempre più difficili da separare, i mondi della scrittura e della fotografia faticano però ancora a riflettere criticamente sul rapporto che li lega, o, meglio, più si inizia ad approfondirlo e a studiarlo, più non si può non riconoscerne tanto la complessità che l’inaggirabilità: per approfondire le molteplici forme in cui si articola la creatività contemporanea, ma anche per riflettere su temi apparentemente più astratti come quelli dello spazio, del documento, dell’identità, della memoria.
 
Il numero XXVII de L’Ulisse, a cura di Francesco Deotto, Stefano Salvi e Italo Testa, affronta queste questioni al tempo stesso approfondendo e problematizzando alcune opere ormai riconosciute come dei classici contemporanei, e cercando di esplorare come i progressi tecnologici più recenti stiano cambiando la nostra esperienza della scrittura e della fotografia. In questa duplice prospettiva abbiano raccolto contribuiti che si caratterizzano per approcci anche molto diversi. Studi che si focalizzano su una specifica opera si alternano a saggi che confrontano diversi autori, e a ricerche che privilegiano riflessioni teoriche sul rapporto tra fotografia e poesia. Ampio spazio è inoltre dato a contributi con cui alcune tra le voci più innovative della poesia contemporanea italiana e internazionale articolano in prima persona il loro punto di vista: tramite degli interventi critici e delle interviste, ma anche attraverso dei fototesti creativi inediti.
 
La prima sezione della parte monografica (IL CONTESTO ITALIANO. DAL SECONDO NOVECENTO A OGGI) si apre con dei saggi che hanno al loro centro il rapporto della fotografia e della scrittura con le tensioni e le contraddizioni del contesto storico e politico. Gina Bellomo le mette in evidenza analizzando la collaborazione tra Enzo Sellerio e Danilo Dolci, autori rispettivamente del reportage fotografico Borgo di Dio e del volume Banditi a Partinico, mentre nel saggio di Ludovica Del Castillo l’importanza delle immagini fotografiche per riflettere criticamente sulla realtà emerge analizzando il viaggio fatto da Franco Fortini nella Cina Maoista nel 1955. Il rapporto con la fotografia di un altro importante intellettuale del secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini, è poi approfondito da Michele Marchioro che scrive della sua amicizia con Mario Dondero. Seguono diversi saggi dedicati a delle poete e a dei poeti che, al pari di Pasolini, si sono a loro volta caratterizzati per la loro capacità di superare i confini delle singole discipline letterarie e artistiche: Tomaso Binga (poeta verbo-visiva e performer) studiata da Marzia D’Amico, Giulia Niccolai (fotografa, narratrice, poeta, traduttrice) approfondita sia da Andrea Cortellessa che da Silvia Mazzucchelli, Mario Giacomelli(fotografo e poeta) analizzato e commentato da Stefano Raimondi. L’ultima parte di questa prima sezione è infine dedicata a diverse importanti voci della scena poetica contemporanea: autori con delle poetiche molto diverse che testimoniano della molteplicità dei modi attraverso cui poesia e fotografia possono articolarsi. Umberto Fiori è il protagonista di due saggi, con Tommaso Di Dio che considera l’insieme della sua opera poetica, mentre Alberto Casadeiapprofondisce specificatamente Autoritratto automatico. I saggi di Massimiliano Manganelli, Giulia Cittarelli e Gian Luca Picconi approfondiscono invece rispettivamente gli iconotesti di Giulio Marzaioli, Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti e Casino Conolly di Mariangela Guatteri, opere che schematicamente potrebbero, tutte, essere ricondotte all’area della cosiddetta “scrittura di ricerca”, ma ognuna delle quali si caratterizza per delle forti specificità. Coerentemente con la varietà e la pluralità che caratterizza il numero, la sezione si chiude con un saggio di Silvia Cammertoni dedicato a Dino Ignani, autore da alcuni decenni di un progetto imponente, al tempo stesso artistico e documentario, che lo ha portato a ritrarre centinaia di poeti appartenenti alle più diverse tradizioni letterarie.
 
Passando alla seconda sezione (ALTRI SGUARDI), con essa vi è un cambiamento del contesto linguistico e culturale delle autrici e degli autori trattati, che si allarga al mondo anglofono, francofono e germanofono. Questo allargamento non muta la molteplicità delle forme con cui il rapporto tra fotografia e scrittura poetica viene declinato, rendendo anzi, se possibile, ancora più evidente tale molteplicità, come emerge confrontando i saggi della sezione. Nel primo, Ulisse Dogà si sofferma sul ruolo che il George-Kreis ha attribuito alla fotografia nella “costruzione mitica” dell’identità poetica. Alessio Christen mette in evidenza lo stretto legame delle fotografie di Gustave Roud con la sua opera poetica e col paesaggio che è al centro di quest’ultima. Michela Davo, con una prospettiva ancora diversa, riflette in riferimento a Philippe Larkin su alcune differenze che separano il soggetto lirico dal soggetto fotografico. Restando nel mondo anglofono, Beatrice Seligardi ricostruisce e commenta un componimento poetico di Francesca Woodman a partire dal quale è stata creata una serie fotografica che, tuttavia, non è mai stata presentata nei cataloghi nella sequenzialità dei versi. Seguono tre saggi dedicati a tre protagonisti del mondo letterario e fotografico francofono: Alix Cléo Roubaud, Jacques Roubaud e Denis Roche. Le opere di Alix Cléo Roubaud vengono in primo luogo approfondite da Beatrice Tombolato, che ne analizza le dimensioni del ritmo e dell’espressione poetica, ma sono presenti anche nel saggio di Marcello Sessa,che analizza la poetica di Jacques Roubaud soffermandosi specificatamente su Quelque chose noir, il libro da lui scritto dopo la morte della compagna. Roche è invece al centro dello studio di Luigi Magno, che in riferimento ai Dépôts de savoir & de technique studia il rapporto tra scrittura fotografica e dispositivo critico. Infine, col saggio di Massimo Palmatorniamo nel contesto anglofono, con l’analisi di Claudia Rankine, un’autrice estremamente attenta al tempo stesso alle tensioni e ai traumi del presente e al loro rapporto col passato e con la sua memoria.
 
Se nel loro insieme i testi delle prime due sezioni si caratterizzano per il fatto di affrontare, ciascuno a proprio modo, anche delle questioni teoriche, è nella terza sezione (TEORIE, PROSPETTIVE, VISIONI) che abbiamo però raccolto i saggi che sono più esplicitamente impegnati sul fronte della teoria. Nel primo di essi, Fabrizio Scrivano si interroga sull’importanza, troppo spesso rimossa, della gestualità nell’articolarsi della relazione tra poesia e fotografia, e più in generale tra parole e immagini. Eugenio Gazzola riflette invece sul rapporto dei fototesti coi libri illustrati per l’infanzia, e sulla promessa di felicità propria in generale ai libri con immagini. Seguono due saggi particolarmente attenti alle implicazioni ontologiche e politiche dello scrivere e del fotografare. Nel primo Gianluca Rizzo approfondisce la nozione di iconofagia sviluppata da Jérémie Koering confrontandola con la “fame di realtà” che caratterizza la pratica ecfrastica di poeti come Emilio Villa e Bern Porter. Nel secondo Massimiliano Cappello ripensa le questioni dell’iconoclastia e della redenzione alla luce delle opere di autori apparentemente molto distanti come Ben Lerner, Giorgio Cesarano, Franco Fortini, Jean-Marie Gleize. Gli ultimi due contributi della sezione approfondiscono infine alcune conseguenze legate allo sviluppo di nuovi strumenti di osservazione della realtà. Alessandro De Francesco lo fa a partire dai più recenti telescopi aerospaziali, a partire dai quali riflette sull’idea di un telescopio poetico e sulla centralità della nozione di spettro. Lorenzo Cardilli invece coglie nelle tecnologie della “realtà aumentata” una possibilità per ripensare un fenomeno antico quanto l’umanità, ovvero l’iscrizione muraria, e con essa il rapporto tra poesia e luoghi.
 
In continuità con questi saggi, un forte impegno teorico caratterizza anche la quarta sezione (INTERVENTI E DIALOGHI), nella quale quattro poeti attivi anche come critici e saggisti riflettono in prima persona sulla propria poetica e sul proprio rapporto con parole e fotografie. Il primo è Umberto Fiori, che ripercorre da una nuova prospettiva il suo percorso poetico e il suo incontro con la fotografia, di cui nella prima sezione i saggi di Alberto Casadei e di Tommaso Di Dio avevano già evidenziato l’importanza. Marco Giovenale riprendendo gli studi di Franco Vaccari e di K. Silem Mohammad difende invece l’esigenza di operare una dislocazione dell’inconscio, spostandolo – proprio attraverso la fotografia, insieme alle pratiche del collage e dell’editare – “nell’impersonale/sensibile del meccanismo”. Jan Baetens e Maria Teresa Carbone sono poi i protagonisti di due interviste con le quali abbiamo cercato di mettere in evidenza le molteplici prospettive (teoriche, storiche e artistiche) a partire dalle quali si sono occupati, e continuano a farlo, di poesia e fotografia. Le loro risposte costituiscono al tempo stesso una forma di bilancio generale rispetto a quanto avvenuto negli ultimi decenni, una forma di “radiografia” dell’attuale stato delle loro ricerche, ed anche un’apertura verso il futuro, nella misura in cui entrambi non mancano di parlare di alcuni dei progetti a cui stanno lavorando.
 
Tra presente e futuro possono d’altra parte essere letti anche i fototesti della quinta e ultima sezione della parte monografica (SCRIVENDO E FOTOGRAFANDO/FOTOTESTI E FOTOPOESIE), nella quale diversi protagonisti della poesia italiana contemporanea ci offrono dei contributi poetici e artistici che fanno dialogare testi e immagini. I loro autori sono, in ordine alfabetico, Gabriel Del Sarto, Riccardo Frolloni, Lorenzo Mari, Guido Mazzoni, Sabrina Ragucci,Francesco Terzago. Anche in questo caso si impone una forte varietà nelle forme nelle quali si articola la possibile ibridazione tra parole e fotografie: al livello dei testi (alcuni in prosa, altri in versi; alcuni più lirici e personali, altri più impersonali; alcuni più ellittici, altri con una forte dimensione saggistica); al livello delle immagini (alcune realizzate con uno smartphone, altre con macchine reflex; alcune in bianco e nero, altre a colori; alcune realizzate dagli stessi autori dei testi, altre da altri autori, alcune modificate con l’A.I.); e al livello del rapporto tra fotografie e parole (talvolta si trovano affiancate, altre volte si alternano; talvolta vi è un esplicito legame ecfrastico, altre volte un rapporto dialettico).
 
Chiudono il numero, in linea con la tradizione de L’Ulisse, le due sezioni di AUTORI. Le LETTURE accolgono scritture inedite di Luca Ariano, Mariasole Ariot, Paola Silvia Dolci e Francesca Mazzotta. I TRADOTTI si apre con un omaggio a Stéphane Bouquet (1967-2025) curato da Andrea Inglese, e prosegue con una scelta di testi di Philip Larkin, tradotto da Davide Castiglione; di Roberto Sosa, tradotto da Roberto Minardi; di Pierre Alferi, tradotto da Alberto Comparini; di Jean-Patrice Courtois tradotto da Francesco Deotto; e di Petru Ilieşu, tradotto da Davide Astori.
 
Questo numero de L’Ulisse è dedicato ad Alessandro Broggi: e non solo con il pensiero al vuoto che la sua assenza lascia ancora nelle nostre vite, ma anche al fatto che, senza il suo lavoro e la sua intelligenza, questa rivista non avrebbe mai potuto esistere. Cofondatore de L’Ulisse, Alessandro Broggi ha diretto con Stefano Salvi e Italo Testa la rivista dal 2007 sino al 2016, per poi dedicarsi esclusivamente alla sua scrittura, rimanendo una presenza amica in dialogo con noi.
 
Francesco Deotto, Stefano Salvi, Italo Testa


#biblioteca / Carmen Gallo - PROCNE MACHINE - Einaudi

 
Carmen Gallo
PROCNE MACHINE
Giulio Einaudi editore
Collezione di poesia
2026
pp. 112, euro 11
ISBN 9788806269289

 
Il lungo viaggio di due sorelle dal passato del mito a un presente su cui si allungano ombre di violenza che minacciano corpi e voci. Procne Machine è una macchina di associazioni e metamorfosi, come quella che trasforma Procne in una rondine e sua sorella Filomela, con la lingua tagliata, in un’usignola dal canto memorabile: «Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti». È anche un attraversamento della cultura occidentale guidati dal volo e dal canto degli uccelli: dal titolo che riecheggia l’Hamletmaschine di Heiner Müller a Eschilo e Coetzee, passando per Shakespeare, Keats, Eliot, fino a Laurie Anderson e Lou Reed. L’intima matrice autobiografica («Ho sempre avuto paura di voi») alimenta e fa proliferare l’immaginazione, animando una creatura ibrida che pensa e si ripensa, esplorando le possibilità della piú recente poesia contemporanea: a calibrati componimenti in versi seguono «microsaggi» in prosa, un poemetto dalle suggestioni leopardiane, libere traduzioni di testi classici, la descrizione analitica di un quadro surrealista di Ernst. Un viaggio sulle tracce di una storia che contiene altre storie, esercizi di violenza e compassione, ma anche la speranza di un canto a venire. A partire da una domanda: «Com’è possibile difendersi da ciò | che ci minaccia o ci reclama dall’alto».
 
Le metamorfosi
 
Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo piú bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio.
Quando ci hanno trovate
eravamo vive e spaventate.
Non abbiamo fatto molta strada.
Ci hanno portate in un posto
con centinaia di altre gabbie.
Era quasi settembre, credo,
perché molti stavano male,
prendevano le sbarre a testate.
Era colpa degli ormoni
che gli dicevano di andare.
Di notte si quietavano
ma di giorno ricominciavano
a tentare il volo
a migrare senza andare.
Poi un silenzio lungo un letargo,
una specie di morte fino ad aprile
quando di nuovo sono tornate
le testate, le ali incastrate.
Gli uomini ci hanno tenute lí
in attesa di sentirci cantare
ma noi siamo rimaste
mute per tutta l’estate
cosí si sono spazientiti
e dopo qualche tempo
ci hanno messo in una busta
e ci hanno congelate.
 
Non so cosa le hanno fatto
ma posso immaginarlo.
L’avranno tirata fuori dal frigo
per farle subito delle foto
di faccia, di profilo
sul tavolo di marmo nuovo
poi l’avranno scuoiata
piano, con un coltellino,
l’avranno incisa sulla pancia
stando attenti a non tagliare
gli organi interni da asportare,
a non rovinare troppo la pelle
perché è costosa e dopo gli serve.
Avranno allentato con cura i lembi
per rimuovere il grasso e la carne,
le avranno tolto gli occhi,
ma non il becco, perché
quello è forte e a tirarlo
non viene via facilmente.
L’avranno cosparsa di sale
e disinfettante,
e dopo qualche giorno
le avranno messo dentro
una specie di gesso,
una massa morbida
di un materiale strano,
prima di rivestirla
con le piume, le zampe
e tutto il resto.
Avranno guardato
con attenzione le foto
per ricordarsi bene
la forma del suo corpo.
Avranno sistemato con le mani
i buchi e i bozzi
prima di ricucirla
con un filo di nylon
e rendere invisibile
il taglio sul davanti.
 
[…]
 
Lí nel buio del cassetto
le parlavo di che cosa
era accaduto, del freddo
nel bosco, delle grida
tra le gabbie, il gelo
nella cella, l’ago
e il filo nella carne,
la colla per le zampe.
Andavo avanti a raccontarle
ma lei non rispondeva.
Poi un giorno hanno lasciato
aperto il cassetto e c’era luce
e ho visto che con il becco
aveva graffiato un lato della scatola,
aveva provato a scrivere qualcosa.
Nella testa mi è sembrato
di sentire la sua voce, e diceva,
«smettila di ricordare», proprio cosí,
«smettila di ricordare».
 
[…]
 
Traducendo Keats
 
Ode all’usignolo
(da Keats)
 
Non sei nato per la morte, uccello immortale.
Non ti calpestano le generazioni mai sazie.
Nei tempi andati, imperatori e buffoni hanno ascoltato
la voce che ascolto io in questa notte che passa.
Lo stesso canto ha forse trovato un varco
nel cuore triste di Ruth, che pianse
nel grano straniero pensando alla sua casa.
 
Rondine, rondine
(da Tennyson)
 
Rondine, rondine, che voli verso sud,
va’ da lei, posati sulla sua grondaia dorata,
e dille, dille ciò che ti dico.
 
Dille, rondine, tu che conosci entrambi,
che splendido e fiero e volubile è il sud,
e buio e vero e tenero è il nord.
 
Bisanzio
(da Yeats)
 
Miracolo, uccello e manufatto dorato,
piú miracolo che uccello o manufatto
posato sull’oro di un ramo, nella luce delle stelle,
tu, fiero del tuo metallo che non muta,
puoi cantare come i galli dell’Ade
o, amareggiato dalla luna, puoi schernire
l’uccello comune, il petalo e tutta
la complessità del fango e del sangue.

Carmen Gallo è nata a Napoli. Nel 2025 ha raccolto i suoi libri di poesia in Stanze per una fuga (La Vita Felice), che include Le fuggitive (Aragno; Premio Napoli 2021). Nel 2024 ha pubblicato il fototesto Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo). Per Einaudi ha pubblicato Procne Machine (2026). Ha scritto sulla poesia metafisica di John Donne e ha curato e tradotto opere di William Shakespeare, T.S. Eliot, Caryl Churchill, Hannah Sullivan e altri. Insegna letteratura inglese alla Sapienza Università di Roma.



#biblioteca / Marilena Garis - RAINER MARIA RILKE - Ares

 
Marilena Garis
RAINER MARIA RILKE
Luce sull’invisibile

Edizioni Ares
collana Profili
2025
pp. 304, euro 19
ISBN 9788892986466


Un’inquietudine profonda ha segnato l’esistenza di Rainer Maria Rilke (1875-1926), poeta dell’anima, la cui vita, contraddistinta da un incessante vagabondare geografico e interiore, si intreccia indissolubilmente alla sua opera. Nato a Praga nel 1875, cresciuto tra l’amore soffocante di una madre che lo vestiva come una bambina e l’austerità delle scuole militari imposte dal padre, Rilke sviluppò fin da giovane uno straordinario e complesso mondo interiore che sarebbe diventato il nucleo pulsante della sua poetica.
Dall’incontro con Lou Andreas-Salomé, musa e guida intellettuale, ai viaggi in Russia che segnarono la sua spiritualità, dall’influenza di Auguste Rodin a Parigi fino al rifugio creativo nel castello di Duino e nella torre di Muzot, sulle Alpi svizzere, ogni tappa della sua esistenza fu un passo verso la creazione dei suoi capolavori, come le Elegie duinesi e i Sonetti a Orfeo. La sua poesia, spesso carica di immagini e metafore visionarie, ha innovato il linguaggio lirico del Novecento per aprirsi a un verso libero, che rispecchia il fluire dell’anima.
Marilena Garis, in questa appassionata biografia, non racconta solo una vita straordinaria, ma anche un viaggio nei luoghi che plasmarono l’esistenza e l’opera del poeta.

Marilena Garis (1976), giurista, cultrice della letteratura e della poesia, scrive per la rivista letteraria Pangea. Studiosa rilkiana, è membro della Association des Amis de la Fondation Rilke di Sierre (Svizzera). Ha curato l’epistolario R.M. Rilke e A. Forrer, La tentazione della rima (Magog 2023) e insieme a Giorgio Anelli il carteggio C. Pozzi e R.M. Rilke, Non dimenticherò che mi avete teso la mano (Ladolfi 2023). Con Ares ha pubblicato il profilo Rainer Maria Rilke. Luce sull’invisibile.

#biblioteca / Elisa Biagini - QUANTO PREME AI VETRI - Manni

 
Elisa Biagini
QUANTO PREME AI VETRI
poetica e poesia

Manni Editori
collana La pantera profumata
2025
pp. 96, euro 14
ISBN 9788836173853


La poesia di Elisa Biagini è un viaggio nella vita della parola essenziale, della parola abitata dal silenzio. I versi, che uniscono nitore e leggerezza, via via disegnano una fisica poetica, affidata a uno sguardo che sa collocarsi nell’intimo dell’apparire, nello stare dell’oggetto, nell’esatta geometria del mondo. La parola si tiene stretta, mirabilmente, al respiro delle cose. E per questo ha una sua luce e una sua musica. Anche le composizioni di oggetti che nella prima sezione del libro si fanno immagini fotografiche raccontano questa limpida cura del visibile.
In questo libro, che ripercorre un bell’itinerario, con le sue scansioni e i suoi indugi, si fa esplicita una scommessa: mostrare – nella lingua della poesia, nella sua dolcezza e nelle sue asperità – la comune appartenenza di uomini e cose al bios, al ritmo del mondo. In dialogo con i versi, la riflessione sulla poesia, sulla sua necessità, sulla sua responsabilità.  (Antonio Prete)

Elisa Biagini è nata nel 1970  a Firenze, dove vive. Insegna Storia dell’arte, Letteratura e Scrittura creativa alla New York University Florence.
Ha esordito in poesia nel 1993 e da allora ha pubblicato varie raccolte, alcune bilingui. Con Einaudi L'ospite (2004), Nel bosco (2007), Da una crepa (2014), Filamenti (2020), L'intravisto (2024). 
Ha curato e tradotto Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), l’antologia di Paul Celan Non separare il no dal sì (Ponte alle Grazie, 2020), e con Antonella Anedda Poesia come ossigeno. Per un'ecologia della parola (chiarelettere, 2021).
I suoi libri sono tradotti in oltre quindici lingue.

#stranieri / KAMAU BRATHWAITE Edward (1930 - 2020)

  Edward Kamau Brathwaite , nato Lawson Edward Brathwaite (Bridgetown, 11 maggio 1930 – 4 febbraio 2020), è stato un poeta barbadiano. Nato ...