martedì 14 aprile 2026

#stranieri / OSWALD Alice (1966 - viv.)

 

Alice Oswald
, all'anagrafe Alice Priscilla Lyle Keen (Reading, 1966), è una poetessa e scrittrice britannica. 
Alice Oswald è nata a Reading, figlia di Charles William Lyle Keen e Lady Priscilla Mary Rose Curzon; ha due fratelli: la scrittrice Laura Beatty e l'attore Will Keen. Ha studiato lettere classiche al New College dell'Università di Oxford e successivamente ha lavorato come giardiniera al Chelsea Physic Garden e altri orti botanici di rilievo.
Ha cominciato a pubblicare poesie a metà degli anni novanta e la sua prima raccolta, The Thing in the Gap-Stone Stile, è stata candidata al Forward Poetry Prize e al T. S. Eliot Prize, un premio che ha vinto nel 2002 con il poema Dart, dedicato all'omonimo fiume inglese. Negli anni successivi ha pubblicato altre raccolte, tra cui The Thunder Mutters (2005), Woods Etc. (2006), vincitore del Geoffrey Faber Memorial Prize, Weeds and Wild Flowers (2009) e A sleepwalk on the Severn (2009), mentre nel 2011 ha ottenuto grandi plausi dalla critica per Memorial, una rivisatazione dell'Iliade incentrata sui soldati morti. Memorial è stato candidato al T. S. Eliot Prize, ma la poetessa ha declinato la candidatura per motivi etici. Nel 2016 ha vinto il Costa Book Award per la sua raccolta Falling Awake, premiata anche con il Griffin Poetry Prize nel 2017. Dal 2019 insegna poesia all'Università di Oxford.
È sposata con il drammaturgo Peter Oswald e la coppia ha avuto tre figli.

Opere
The Thing in the Gap-Stone Stile, Oxford University Press, 1996
Dart, Faber and Faber, 2002
Woods etc. Faber and Faber, 2005
Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, 2009
A sleepwalk on the Severn, Faber and Faber, 2009
Memorial, Faber and Faber, 2011 / Memorial. Uno scavo dell'Iliade, Milano, Archinto, 2020. ISBN 8877687541
Falling Awake, Jonathan Cape, 2016
Nobody, Jonathan Cape, 2019
A Short Story of Falling, Fine Press Poetry, 2020.

Sposalizio

Di tanto in tanto il nostro amore è vela
e se la vela inizia l’altalena
di rotta in rotta, è come rondine
e se la rondine vola è giubba;
e se la giubba è tua, ha uno strappo
come grande bocca che se inizia
a trarre il vento, è trombettiere
e se la tromba soffia, è a milioni…
e questo, amore, se milioni van
senza di noi, è come un trucco;
e se il trucco inizia, è la punta
dei piedi sulla corda, che è fortuna;
e se fortuna inizia, è sposalizio,
che è come amore, che è come tutto.

da The Thing in the Gap Stone Stile, 2007


Volpe

Ho sentito tossire
come se lì ci fosse un ladro
fuori dal mio dormire
una secca inspirazione

una volpe nel suo manto di volpe
passando per
il prato in guanti neri
ha abbaiato alla mia casa

era così brusco e strano
il modo in cui andava
a chiedere affamata
nel denso accento del cuore

in sì seria insonne
intrusione è venuta
donna dalla voce d’uomo
ma niente nome

come a dire: è mezzanotte
e la mia vita
è distesa sotto i miei figli
come foglia d’oro

da Falling Awake, 2016


Narciso

un tempo ero metà fiore, metà sé,
quel sé invisibile la cui assenza abita gli specchi,
quel fiore invisibile che è sempre interiore,
che brancolando s’inerpica in noi, un che di gracile che si gonfia a scoppiare,
sì un tempo ero per metà fragile, per metà scintillante,
continuamente a emergere dalla scorta del sé stesso,
sempre a scrutare fiumi, sempre
ad annuire col capo e pendere da un lato, sono affiorata trionfante,
e per un po’ sono stata metà pelle metà respiro,
per un po’ non sono stata né una cosa né l’altra,
una vampata d’acqua, una variabile uomo-donna dei margini,
con addosso l’ultima immagine del sé che mi han lasciato
prima che la mia forza cadesse giù nell’oscurità
per gran parte dell’anno e giace accartocciata
in un grumo di sonno alle radici di nulla tutto

da Weeds and Wild Flowers, 2009

traduzioni di Francesca Biagi


domenica 12 aprile 2026

#stranieri / MIRON Gaston (1928 - 1996)

 

Gaston Miron
 (Sainte-Agathe-des-Monts, 8 gennaio 1928 – Montréal, 14 dicembre 1996) è stato un poeta, scrittore e editore canadese, originario del Québec.
Miron è il poeta "nazionale" della grande provincia canadese del Québec ed è ancora oggi considerato uno dei massimi esponenti dei paesi francofoni americani: convinto assertore della forza della lingua francese del Québec, Miron si pone come punto di riferimento per la profondità e la forza delle sue opere, inserite nel contesto di un paese "anglicizzato" nella quotidianità e ancora troppo legato alla letteratura francese. In particolare, come editore, negli anni sessanta con le sue Éditions de l'Hexagone, traghetta la letteratura da canadese-francese a quebecchese, rivendicando la sua autonomia rispetto a quella francese vera e propria e, in prospettiva, influenzando e responsabilizzando tutti gli strati sociali del paese: per questo motivo venne anche chiamato il Poeta militante per le ripercussioni sociali che le sue opere hanno avuto in Québec.
Nel 1996, anno della sua morte, è stato insignito del grado di Ufficiale dell'Ordine nazionale del Québec (in fr.: Officier de l'Ordre national du Québec), il secondo più alto riconoscimento per le personalità di spicco dato dal governo del paese (Gran Ufficiale e Cavaliere sono gli altri due gradi) e in generale dei paesi di lingua francese d'America.
Cofondatore nel 1953 dell'Éditions de l'Hexagone, principale casa editrice del Québec assieme a Gilles Carle, Louis Portugais, Olivier Marchand, Mathilde Ganzini e Jean-Claude Rinfret.
Miron inizia a pubblicare dagli anni cinquanta su diversi quotidiani e periodici (Le Devoir, Liberté e Parti pris). Nel 1953 pubblica, assieme al poeta Olivier Marchand, la raccolta di poesie Deux sangs, che inaugura le Éditions de l'Hexagone. In quasi due decenni pubblica tantissime poesie "sparse" e si lascia convincere a raccoglierle (assieme ad alcuni suoi testi in prosa), in una raccolta intitolata L'Homme rapaillé, la sua opera principale e vincitrice, nel 1981 dello storico Premio Guillaume-Apollinaire. Pubblicata nel 1970 (per la Presses de l'Université de Montréal e non per le Éditions de l'Hexagone), è stata oggetto da parte di Miron di continue modifiche (7 edizioni diverse curate dall'autore).
Il suo capolavoro, il poema La marcia dell'amore (La Marche à l'amour), originariamente edito nel 1962 e rivisto parzialmente nel 1970, lo ha reso celebre in patria e all'estero: è riconosciuto come una delle più belle pagine scritte nei paesi francofoni dell'America.
In Italia il primo a tradurlo è stato il poeta Angelo Bellettato.

Opere principali
Deux sangs (raccolta di poesie di Gaston Miron e Olivier Marchand) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 1953.
L'homme rapaillé - Montréal, Presses de l'Université de Montréal (1ª ediz.), 1970.
Courtepointes - Ottawa, Éditions de l'Université d'Ottawa, 1975.
Poèmes épars (1947-1995) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2003.
Un long chemin (d'autres proses) (testi e prose) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2004.


L’uomo raccattato
Per Emanuelle

Ho compiuto da più lontano di me un viaggio abracadrabrante
da molto tempo non m’ero rivisto
eccomi in me come uomo in una casa
che s’è fatta in sua assenza
ti saluto, silenzio

Non son più tornato per tornare
Son arrivato à ciò che comincia


Il bicchiere d’acqua o l’inaccettabile

Le gemme della sete nei pori
non è l’acqua che bevo nel bicchiere
è qualcosa sul filo dell’acqua
a cui si pensa nella ronda dei giorni
come uno fatto infitto
tutta la santa faccia della giornata
tutta, goccia a goccia
perché le sete rimane, panico, tenace
perché né il peso, di posto o distesa
né dentro, o forse fuori
nulla di nulla è cambiato
ho sempre la zolla di fuoco sullo stomaco
lanciato nel rifiuto con entrambi i piedi
sui freni del tempo
come d’assuefazione ogni volta
una volta aperti gli occhi
e vuoto il bicchiere


Per il mio rimpatrio

Uomo dei solchi dei bruciati dell’esilio
Secondo il tuo amore dalle mani colme di grezze conquiste
secondo il tuo sguardo arcobaleno ostinato nei venti

Non ho mai viaggiato
verso nessun altro paese che te, paese mio

Un giorno avrò detto sì alla mia nascita
Avrò frumento negli occhi
Avanzerò sul tuo suolo commosso, abbagliato,
dalla purezza bestiale che la neve solleva

Un uomo tornerà
dal fuori del mondo

i testi tradotti sono tratti dalla raccolta L’homme rapaillé,  Montreal, Presses Universitaires de Monréal, 1970 – traduzioni di Jacopo Rasmi


venerdì 10 aprile 2026

#stranieri / KINNELL Galway (1927 - 2014)

 

Galway Kinnell
 (Providence, 1º febbraio 1927 – Sheffield, 28 ottobre 2014) è stato un poeta statunitense.
Fin dalla prima raccolta, Che regno era (What a Kingdom It Was, 1960), la sua poesia di mistico moderno fissa il percorso simbolico di una esistenza divisa fra sofferenza notturna e l'idillio del giorno, tra l'adesione al mondo materiale, sociale, contemporaneo, e l'immersione nella tenebra. In Poesie della notte (1968) e Il libro degli incubi (The Book of Nightmares, 1971) l'ansia di conciliare gli opposti, mai appagata in Kinnell, trova precisi modelli formali nella ricerca alchemica - nella metafora del fuoco rigeneratore - e nel processo onirico, che coinvolgono la scrittura in uno scomporsi e ricrearsi di nuove strutture lessicali.
Artista dai molti maestri (Walt Whitman, Gerard Manley Hopkins, William Butler Yeats, Pablo Neruda, Yves Bonnefoy, da lui tradotto, come anche François Villon) e dal lungo apprendistato, Kinnell è stata una delle voci più forti ed inquietanti della poesia americana contemporanea.
Ottenne il Premio Pulitzer per la poesia nel 1983 per l'opera Selected Poems.

Opere principali
What a Kingdom It Was, (1960)
Flower Herding on Mount Monadnock, (1964)
Body Rags, (1968)
The Book of Nightmares, (1973)
The Avenue Bearing the Initial of Christ into the New World: Poems 1946-64 (1974)
Mortal Acts, Mortal Words, (1980)
After Making Love We Hear Footsteps, (1980)
Blackberry Eating, (1980)
Selected Poems, (1982)
How the Alligator Missed Breakfast, (1982)
The Fundamental Project of Technology, (1983)
The Past, (1985)
When One Has Lived a Long Time Alone, (1990)
Three Books, (2002)
Imperfect Thirst, (1996)
A New Selected Poems, (2001)
Strong Is Your Hold, (2006)


Aspetta

Aspetta, per adesso.
Diffida di tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato ovunque, fino a adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa: quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è fedeltà al vecchio.

Aspetta.
Non andare troppo presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta dalle pene, recitare se stessa fino al completo esurimento.

da Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. E. Biagini

*

Il fuoco di olivo

Quando Fergus si svegliava di notte piangendo
lo portavo dalla sua culla
alla sedia a dondolo e sedevo tenendolo tra le braccia
davanti al fuoco d’un olivo millenario.
Qualche volta, per ragioni che non ho mai saputo e
che lui ha dimenticato, anche dopo il biberon i lacrimoni
continuavano a scendere sulle sue grandi guance
– la guancia sinistra sempre più lucente della destra –
e sedevamo, alcune notti per ore, dondolandoci
alla luce che si diffondeva dall’antico legno,
e ci tenevamo l’un l’altro contro l’oscurità,
la sua appena poco indietro e lontana nel futuro,
la mia che immaginavo tutta intorno.
Una di queste volte, mezzo addormentato io stesso,
credetti d’aver sentito un grido
– un aviatore che urlava in orrore
mentre buttava fuoco su chi o cosa non sapeva,
oppure un bimbo incendiato in quel modo –
e mi drizzai in allarme. Il fuoco d’olivo
bruciava a fiamma bassa. Nelle mie braccia stava Fergus,
profondamente addormentato, la guancia sinistra luccicante, Dio.

*

L'ORSO

1
A fine inverno
mi capita di intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.

2
Appuntisco la costola di un lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.

E quando è sparita
mi metto sulle tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.

Allora parto
di corsa, seguo le chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi in avanti con i coltelli da orso in pugno.

3
Il terzo giorno comincio ad aver fame,
all’imbrunire mi chino come sapevo che avrei fatto
su una merda imbevuta di sangue,
esito, la raccolgo,
me la ficco in bocca e la mando giù,
mi alzo
e riprendo a correre.

4
Il settimo giorno,
ormai mi sostentavo solo del sangue dell’orso,
scorgo il cadavere capovolto, lontano avanti a me,
un’arruffata carcassa fumante
con la pesante pelliccia che si increspa al vento.

Lo raggiungo
e guardo gli occhi piccoli, vicini,
il muso sgomento
riverso sulla spalla, le narici
dilatate, che forse
hanno percepito il primo sentore di me
mentre moriva.

Gli squarcio
una forra nella coscia e mangio e bevo,
lo squarto da cima a fondo
lo apro e ci entro dentro
e me lo chiudo addosso, contro il vento,
e dormo.

5
E sogno
di trascinarmi esangue
sulla tundra,
pugnalato due volte da dentro,
lasciandomi dietro una scia di sangue,
sangue che sgorga comunque, a dispetto di dove, come mi muovo,
di qualsiasi parabola di trascendenza orsina,
di qualsiasi danza di solitudine accenni,
qualsiasi balzo artigliato dalla gravità,
qualsiasi arrancare, qualsiasi grugnire.

6
E poi un giorno barcollo e cado—
cado su questo
ventre che ce l’ha messa tutta a resistere,
a digerire il sangue che gli colava dentro,
a dissolvere
e digerire l’osso stesso: e adesso il vento
soffia accarezzandomi, soffia via
i rutti ripugnanti di sangue d’orso mal digerito
e di stomaco marcio
e il normale, orribile odore di orso,

soffia sulla
mia lingua pesta e ciondolante una canzone
o un urlo, finché non penso che mi devo alzare
a ballare. E giaccio immobile.

7
Mi risveglio, penso. I fuochi fatui
riappaiono, le oche
di nuovo in formazione sulla rotta di volo.
Nella sua grotta sotto la neve vecchia la mamma-orso
giace, lecca
pelo raggrumato
e occhi lacrimosi facendone forme
con la lingua. E avanti con un
passo arrancante di zampa pelosa,
e un altro portato grugnendo,
e un altro,
un altro,
il resto dei miei giorni li passo
vagando: divagando
su cosa, comunque,
fosse quell’infuso viscoso, quel gusto rancido di sangue, quella poesia, di cui vivevo.



mercoledì 8 aprile 2026

#stranieri / MUELLER Lisel (1924 - 2020)

 

Lisel Mueller
, all'anagrafe Elisabeth Neumann (Amburgo, 8 febbraio 1924 – Chicago, 21 febbraio 2020) è stata una poetessa e traduttrice tedesca naturalizzata statunitense.
Nata in Germania, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti nel 1939 per sfuggire al nazismo. Fu un'accademica e critica letteraria e nel corso della sua vita insegnò all'Università di Chicago, all'Elmhurst College e al Goddard College. Cominciò a scrivere poesie dopo la morte della madre dai primi anni cinquanta e pubblicò la sua prima raccolta, Dependencies, nel 1965.
Nei trent'anni successivi pubblicò altre otto raccolte di poesie, vincendo il National Book Award nel 1980 per The Need to Hold Still e il Premio Pulitzer per la poesia nel 1996 per Alive Together: New & Selected Poems. Tradusse i racconti e le lettere di Marie Luise Kaschnitz dal tedesco all'inglese.
Fu sposata con Paul E. Mueller dal 1943 alla morte dell'uomo nel 2001 e la coppia ebbe due figlie, Lucy e Jenny. Dopo la morte del marito la Mueller smise di scrivere, anche a causa del peggioramento della vista che la affliggeva già dagli anni novanta. Morì a Chicago nel 2020 all'età di novantasei anni.

A volte, quando la luce

A volte, quando la luce colpisce con angoli strani
e ti riporta all'infanzia

e stai passando davanti a una villa in rovina
completamente nascosta dietro vecchi salici

o a un convento vuoto custodito da cicute
e abeti giganti che si ergono fianco a fianco,

sai di nuovo che dietro quel muro,
sotto i peli incolti dei salici,

sta succedendo qualcosa di segreto,
così meraviglioso e pericoloso

che se strisciassi attraverso e vedessi,
moriresti o saresti felice per sempre.


Un'altra versione

I nostri alberi sono pioppi tremuli, ma la gente
li scambia per betulle;
ci immagina come personaggi
di un romanzo russo, Kitty e Levin
che vivono felici in campagna.
I nostri amici di città osservano gli uccelli
e i conigli che pascolano insieme
sulla neve alta e bianca.
(Abbiamo inverni russi in Illinois,
ma niente campanellini da slitta, opossum al posto dei lupi,
nessun servitore fidato che faccia il nostro lavoro.)
Come in un'opera teatrale russa, un vecchio
vive in casa nostra, è mio padre;
lascia andare la vita a un tale rallentatore,
anno dopo anno, che il dolore
mi è rimasto dentro, una mela avvelenata
che non sale né scende.
Ma come le tre sorelle, parliamo raramente
di ciò che ci tiene sveglie la notte;
come loro, ci lamentiamo di cose
che non contano davvero e parliamo
dei nostri piaceri e del futuro:
ci diciamo che i salici
sono precoci quest'anno, velati di verde.


Cose

Ciò che è successo è che siamo diventati soli
vivendo tra le cose,
così abbiamo dato all'orologio un quadrante,
alla sedia uno schienale,
al tavolo quattro gambe robuste
che non soffriranno mai la fatica.

Abbiamo dotato le nostre scarpe di linguette
lisce come le nostre
e le abbiamo infilate dentro campanelli
per poter ascoltare
il loro linguaggio emotivo,

e poiché amavamo i profili aggraziati
la brocca ha ricevuto un labbro,
la bottiglia un collo lungo e sottile.

Persino ciò che era al di là di noi
è stato rimodellato a nostra immagine;
abbiamo dato alla campagna un cuore,
alla tempesta un occhio,
alla grotta una bocca
per poter entrare in salvo.


(traduzioni a cura di Sergio Albertini)

lunedì 6 aprile 2026

#stranieri / LEVINE Philip (1928 - 2015)

 

Philip Levine 
(Detroit, 10 giugno 1928 – Fresno, 14 febbraio 2015) è stato un poeta statunitense.
Philip Levine nacque in una famiglia ebrea a Detroit. Dopo la laurea alla Wayne State University nel 1950 iniziò a lavorare nelle industrie di Chevrolet e Cadillac.
Tra il 1963 e il 2016 pubblicò oltre una ventina di raccolte poetiche e due volumi di traduzioni delle opera di Gloria Fuertes e Jaime Sabines.
Per la sua raccolta Ashes: Poems New and Old vinse il National Book Award e il National Book Critics Circle Award. Nel 1991 vinse il suo secondo National Book Award per What Work Is, mentre nel 1995 vinse il Premio Pulitzer per la poesia per The Simple Truth. Nel 2011 fu il poeta laureato degli Stati Uniti.
Fu sposato con Patty Kanterman dal 1951 al 1953 e con Frances J. Artley dal 1954 alla morte.

Una storia

Chiunque ama una storia. Cominciamo con una casa.
La possiamo riempire di stanze ordinate e riempire le [stanze
di cose – tavoli, sedie, madie, cassetti
chiusi a celare minuscoli lettini dove i bambini un tempo [dormivano
o grandi cassetti aperti in uno sbadiglio a rivelare
indumenti piegati con cura lavati fino alla consunzione,
mai indossati, stantii nell’attesa di essere logorati.
Ci dovrà essere una cucina, e la cucina
dovrà avere una stufa, forse una di ferro, grande
con un grosso tubo nero che svanisce nel soffitto
fino a raggiungere il cielo ed esalarvi odori e complicità.
Questo era il centro della vita di qualsiasi famiglia
si trovasse qui, questo e l’acquaio ingiallito
intorno allo scarico dove l’acqua, sporca o pulita,
scorreva senza spiegazione, un po’ come il punto
di tutto questo, la storia che abbiamo promesso e ancora [potremmo riuscire a raccontare.
Non fraintendiamo, qui c’era una famiglia. Vedete
il sentiero scavato nel linoleum dove il legno,
grigio, di pino certamente, si intravede.
Il padre se ne stava lì, in piedi nel mezzo della propria vita
a invocare un cielo che immaginava certo in ascolto
sopra il tetto. E quando nessuno rispondeva
si può ancora vedere il punto in cui il tallone premeva [ancora
e ancora, anche se gli era stato insegnato
a non chiedere mai. Non che la vita fosse troppo crudele;
avevano per prima cosa acqua di pozzo da pompare,
una stufa che scaldava, una madre presso l’acquaio
tutto il giorno intenta a osservare nostalgica
il punto in cui la foresta una volta raccoglieva i versi
di orsi appena nati – anch’essi una famiglia – e canti
di uccelli fuggiti tanto tempo fa quando il fitto del bosco si [era arreso
un albero alla volta, all’arrivo dei taglialegna
coi loro thermos di caffè bollente. Il punto logoro del [davanzale
é quello su cui Mamma appoggiava la testa quando nessuno la vedeva,
quei due orli macchiati erano punti d’appoggio per le [mani
su cui lei contava; non l’hanno mai tradita.
Dov’è adesso? Pensi di avere diritto
a sapere tutto? Figli abbastanza piccoli
da stare in una madia, abbastanza grandi da avere stanze
tutte per sé e poi abbandonarle, il padre
con la destra alzata contro il cielo?
Se sono domande troppo personali, allora dicci,
dove sono i boschi? Devono esserci stati,
l’intero continente era coperto d’alberi.
L’abbiamo letto tutti a scuola e lo davamo per vero.
Eppure tutto ciò che vediamo sono case, file e file
di case fin dove arriva lo sguardo, e dove lo sguardo [svanisce
nel nulla, nel mondo nuovo che nessuno ha visto,
ci dev’essere più che polvere, particelle portate dal vento
di terra ardente, la terra che abbiamo perduto, e niente altro.

*

Suite di Dearborn

1

Di mezza età, sommamente annoiato
dalla propria moglie, un lavoro che odia,
in preda all’insonnia, si alza
dal letto e gira per la sua magione
in vestaglia e ciabatte, chiedendosi
se questo è proprio tutto ciò
che occorre per diventare Henry Ford,
l’uomo che ha creato
il mondo moderno. I cieli
sopra la grande fabbrica sul Rouge
sono neri di fuliggine, senza stelle,
il mondo intero . senza stelle adesso, tutto
perch. . stato lui a renderlo
a sua immagine, gratificazione non da poco.

2

Lunedì arriva come di dovere, con una pallida
luna che affonda dietro gli olmi.
Ci dicevano che un’alba nuova
era in arrivo, magari trattenuta
dal traffico sul Grand Boulevard
o da Henry, il signore di Dearborn
che disdegna di condividere la luce
con i non illuminati tra di noi.
Questo accadeva sessant’anni fa.
Il giorno arrivò, un sole debole
e tuttavia reale,
la sua luce torbida a inondare
muri, finestre, palpebre mentre
la buona vecchia luna si abbandonava al sonno.

3

Da ragazzo conoscevo questi campi
colmi di phlox selvatica ad aprile,
in cui di notte la volpe dalla coda rossa
arrivava a cacciare e l’assiolo
solcava l’aria in un improvviso balzo
assassino. Amavo quel mondo
coi suoi piccoli boschi a trattenere
la propria oscurità e i laghi fermi,
limpidi come ghiaccio, che trattenevano le stelle
ogni notte fino all’aprirsi dell’alba
su lotti di terra picchettati,
identificati e nominati, fienili e stalle,
case bianche dagli occhi serrati
contro l’intrusione di sguardi altrui.

4

L’inferno è qui in fonderia
dove le presse giganti stampano
parti di carrozzeria e l’odore
della pelle che brucia ci si insinua
nei capelli e sotto le unghie.
Il vecchio, Re Henry, timbra
il turno di notte assieme a noi,
i suoi amati negri ed ebreucci,
per lavorare fino a quando le finestre frantumate
ingrigiranno. C’è una giustizia
dopotutto, c’è un inno luminoso
per l’occasione, qualcosa
di triste e familiare, con parole che noi tutti
cantiamo, come Time on My Hands.

traduzione di Giuseppe Strazzeri (Mondadori, 2015)

*

Detroit, una fabbrica abbandonata

I cancelli incatenati, la recinzione di filo spinato è lì
come un’autorità di metallo contro la neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero, di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro menti.

Al di là, attraverso le finestre rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo e l’altro
e così, sospese nell’aria, restano prese
al margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si contano i raggi
che il movimento sfuocava, i montanti che l’inerzia
combatteva,

e si calcola la perdita del potere del potere umano,
lento ed esperto, la perdita di anni,
il graduale declino della dignità.
Uomini vivevano in queste fonderie, ora dopo ora;
nulla di ciò che hanno forgiato è sopravvissuto agli
ingranaggi arrugginiti
che sarebbero potuti servire a macinare il loro elogio.

Traduzione di Claudio Bellinzona



#stranieri / OSWALD Alice (1966 - viv.)

  Alice Oswald , all'anagrafe Alice Priscilla Lyle Keen (Reading, 1966), è una poetessa e scrittrice britannica.  Alice Oswald è nata a ...