Stanley Jasspon Kunitz (Worcester, 29 luglio 1905 – Manhattan, 14 maggio 2006) è stato un poeta statunitense.
Stanley Kunitz nacque a Worcester, figlio degli immigrati ebrei lituani Yetta Helen e Solomon Z. Kunitz. Il padre si suicidò sei settimane prima della nascita di Stanley, il minore di tre figli. All'età di quindici anni, dopo la morte del secondo marito della madre, Kunitz se ne andò di casa e cominciò a lavorare in una macelleria. Nel 1926 si laureò summa cum laude in letteratura inglese e filosofia ad Harvard, dove conseguì anche la magistrale l'anno successivo. Gli fu rifiutata la possibilità di proseguire gli studi con un dottorato in quanto ebreo.
Dopo aver lavorato come giornalista per il The Worcester Telegram ed essersi dichiarato obiettore di coscienza durante la seconda guerra mondiale, dal 1946 ai primi anni ottanta insegnò in numerose diverse università, tra cui il Bennington College, l'Università del Washington, il Queens College, l'Università del Washington, la Brandeis University, l'Università Columbia, Yale, Università di Princeton e il Vassar College. Tra il 1930 e il 2005 pubblicò una dozzina di raccolte di poesie, che gli valsero grandi plausi da parte della critica. Nel 1985 vinse il National Book Award per Passing Through: The Later Poems, mentre nel 1959 aveva vinto il Premio Pulitzer per la poesia per Selected Poems, 1928-1958. Fu poeta laureato degli Stati Uniti per due volte, nel 1974 e nel 2000.
Nel corso della sua vita si sposò tre volte. Fu il marito di Helen Pearce dal 1930 al 1937 e, dopo il divorzio, si risposò con Elanor Evans, con cui rimase per ventun anni fino al 1958. Dopo il secondo divorzio si risposò immediatamente con Eilise Asher, con cui rimase fino alla morte della donna nel 2004. Due anni più tardi Kunitz morì all'età di cent'anni.
Il ritratto
Mia madre mai perdonò a mio
padre
d’aver rigettato la vita,
in un così duro tempo,
poi,
e in un pubblico parco,
quella primavera
ch’io ero in
attesa d’entrare nel mondo.
Serrò il nome di lui
nel suo
ripostiglio più segreto
e mai più l’avrebbe di lì tratto
fuori,
sebbene io lo sentissi talvolta picchiare.
Quando scesi
giù dal solaio
in mano stringendo il ritratto
d’uno
sconosciuto con lunghe labbra
e baffi da bravaccio
e oscuri
occhi regolari,
senza una parola mia madre
l’afferrò e lo
ridusse in brandelli
e con durezza colpì sul viso.
Ora
sessantaquattrenne
sento la guancia
ancora bruciarmi.
da Poesia del Novecento americano (Guida, 1978), a cura di T. Pisanti
Ho camminato attraverso molte vite,
tra di esse c’è la mia,
e non sono più ciò che ero,
pur se qualche principio essenziale
mi rimane, da cui faccio fatica
a non allontanarmi.
Quando mi guardo alle spalle,
quanto questo è necessario,
prima di poter raccogliere le forze,
per procedere nel mio viaggio,
vedo le tappe fondamentali
mentre vado incontro all’orizzonte
e i fuochi che si spengono lentamente
negli accampamenti abbandonati,
sui di essi avvoltoi
ruotano con ali pesanti.
Oh, io stesso avevo una tribù
fatta di affetti
ormai dispersi!
Come potrà il cuore riconcialiarsi
con il dolore di tante perdite?
In un vento crescente
le traversie dei miei amici,
coloro che sono caduti lungo la strada,
pungono amaramente la mia faccia.
Eppure mi giro, mi giro,
alquanto esultante ,
con la volontà di andare salvo
ovunque ho bisogno di andare,
e ogni pietra della strada
è per me preziosa.
Nella mia notte più buia,
quando la luna era coperta
e vagavo tra le macerie,
una voce da una nuvola
mi ha detto:
“Vivi sui molteplici strati della tua vita
non sulle macerie”
Anche se non sono capace
a decifrarlo,
senza dubbio il prossimo capitolo
nel mio libro dei mutamenti
è già scritto.
(traduzione di Anna Maria Sessa)
Il rapimento
Alcune cose non dichiaro
di capirle,
forse
non voglio capirle, incluso
qualunque cosa abbiano
fatto
con te o tu con loro,
quel giorno d'estate senza tempo
in
cui sei uscita barcollando dal bosco,
distratta, con la camicetta
bianca strappata
e una macchia di sangue sulla gonna.
"Ci
credi?", hai chiesto.
Insieme, nel corso degli anni,
abbiamo
messo insieme abbastanza pezzi
da rendere la storia reale:
come
hai incontrato sul sentiero
una muta di eleganti segugi
grigi,
seguiti da un seguito di muti
in sudari di cuoio; e
come
sei stata condotta, attraverso sentieri alberati,
al
cospetto di un cervo reale,
fiammeggiante nel suo mantello
castagno,
che si inginocchiava su una distesa di muschio
davanti
a te; e come sei stata portata
in alto in trionfo attraverso il
verde,
distesa sulla sua rastrelliera di corno in boccio,
finché
all'improvviso ti sei ritrovata sola
in una radura calpestata.
È
successo tanto tempo fa,
quasi un'altra epoca, ma anche
ora,
quando ti tengo tra le braccia,
mi chiedo dove tu sia.
A
volte mi sveglio sentendo
i motori della notte rombare
fuori
dalla finestra a bovindo orientale,
sul prato che si estende fino
al roseto.
Giaci accanto a me in un elegante riposo,
un accenno
di trasporto aleggia sulle tue labbra,
indifferente ai fulgidi
bagliori verdi
che volteggiano nella stanza,
riflettori
controllati da mani invisibili.
Là fuori c'è un paese
d'infanzia,
volti sbiancati che scrutano
con carboni ardenti al
posto degli occhi.
Le nostre vite si disperdono
da un mondo
all'altro;
le forme delle cose
si muovono nel vento.
Cosa
sappiamo
oltre l'estasi e il terrore?
(traduzione di Sergio Albertini)



