giovedì 30 aprile 2026

#stranieri / LONGLEY Michael (1939 - 2025)


Michael Longley
 (Belfast, 27 luglio 1939 – Belfast, 22 gennaio 2025) è stato un poeta britannico naturalizzato irlandese.
Longley è figlio di genitori inglesi che negli anni venti si trasferiscono a Belfast, società piena di tensioni, dove cresce e si forma. Compie gli studi primari presso la Reale Accademia di Belfast per poi trasferirsi a Dublino nel 1958 per frequentare l'università al Trinity College dove il futuro poeta ha la conferma del posto che la poesia occupa nella propria vita. Al College stringe amicizia con Derek Mahon con il quale discute quotidianamente di poesia e che costituirà per il futuro poeta, come egli stesso dice, "il mio vero apprendistato poetico". Ritornato a Belfast conosce Séamus Heaney e frequenta il gruppo dei poeti che si riuniscono a casa del docente di letteratura inglese alla Queen's University, Philip Hobsbaum il rappresentante del rinascimento letterario dell'Ulster. Insegna in varie scuole di Belfast e di Londra e nel 1970 diventa direttore del Consiglio delle arti dell'Ulster e ne detiene la carica fino al 1991, anno del suo pensionamento. Nel 2001 riceve la medaglia d'oro per la poesia dalla Regina d'Inghilterra.
Pubblica la sua prima raccolta di poesia, "No Continuing City: Poems 1963-1968" nel 1969 e nel corso degli anni settanta, sconvolti dalla guerra civile, riesce a dare alle stampe altre tre raccolte: "An Exploded View" nel 1973, "Man Lying on a Wall" nel 1976 e "The Echo Gate: Poems 1975-1979" nel 1980. Trascorreranno più di dieci anni di silenzio ma tra il 1991 e il 2004, Longley pubblica altre quattro raccolte di versi che gli fanno ottenere molti riconoscimenti sia in patria che all'estero. Nel 1991 riceve il premio "Gorse Fires di Whitbreadper" per la poesia, nel 2000 l'Hawthornden Prize e in seguito il "T. S. Eliot Prize" e il Premio di arti di Belfast per la letteratura oltre al "Premio Librex Montale " nel 2005.
Michael Longley è stato "Writer Fellow" al Trinity College di Dublino nel 1993, ha contribuito a varie riviste compreso l'"Encounter" e il "Phoenix" e ha scritto per la BBC. È socio della "Royal Society of Literature" e membro di "Aosdána", un gruppo di artisti irlandesi impegnati nel campo della letteratura, della musica e delle arti visive. Visse a Belfast con la moglie Edna Longley.
Tutti i suoi poemi sono stati raccolti e pubblicati nel 2006.
Nella prima raccolta di Longley, "No Continuing City", non si avvertono ancora i segni della crisi dell'Ulster mentre è evidente la preoccupazione di scrivere in modo stilisticamente e formalmente corretto per poter equiparare i migliori poeti contemporanei inglesi.
La ricerca formale non esclude però l'elaborazione di quei temi che lo accompagneranno durante tutta la sua formazione poetica come il tema dell'amore, il tema della natura, il tema della guerra.
Le riflessioni che egli fa sulla guerra prendono spunto da quei poeti che, come Wilfred Owen, Keith Douglas, David Rosenberg ed Edward Thomas, scrivono versi indimenticabili traendo ispirazione dalla loro esperienza al fronte.
Nei versi del poeta, che meditano sul fenomeno della violenza, si avverte l'epos omerico unito all'antimilitarismo delle figure rappresentate.
Nella seconda raccolta, An Exploded View, il poeta segue il metodo dell'osservazione e della scomposizione, valorizzando il dettaglio ma senza dimenticare il sistema delle relazioni e degli equilibri generali cercando di utilizzare il metodo del distacco dalle tensioni.
Longley, che a differenza dei suoi colleghi non si è allontanato da Belfast, trova a Carrigskeewaun, distretto agricolo della contea di Mayo dove trascorre alcuni periodi di "buen retiro", la serenità necessaria per affrontare altri temi, soprattutto quello della natura che gli è particolarmente caro.
Con i versi "The Linen Industry", contenuti nella sua quarta raccolta (The Echo Gate), si conclude la prima fase alla quale seguiranno molti anni di silenzio.
Nel 1991, con la raccolta "Gorse Fires", Longley si dedica particolarmente al tema della natura in difesa dell'ecosistema e riprende il tema dell'epos omerico ispirandosi all'Iliade e all'Odissea.
Appare inoltre per la prima volta il tema dell'Olocausto in "Terenzin" e "Ghetto": "Nessuna stanza è stata mai silenziosa come la stanza/in cui centinaia di violini sono appesi all'unisono".
Nella raccolta successiva, "The Ghost Orchid", è compresa la poesia più conosciuta in Irlanda ("Ceasefire"). Essa viene pubblicata nel 1994, dopo due giorni dall'annuncio del cessate il fuoco da parte dell'IRA.
Si tratta di un sonetto di 14 versi che narra la storia del re Priamo che si reca da Achille per chiedere la restituzione del figlio Ettore, ucciso dal Pelide. Il vecchio Priamo bacia la mano di colui che gli ha ucciso il figlio ed è così la tregua (ceasefire), anche se, dice il poeta, "l'onestà della memoria esige che si precisi che la tregua di cui si parla nell'Iliade fu, appunto, solo una tregua, alla fine della quale il massacro riprese".
Nelle ultime due raccolte, "The Eeather in Japan" e "Sbow Water", si notano novità nel campo linguistico. Infatti i versi che le compongono sono brevi e ridotti a una linguistica essenziale come se il poeta, a livello simbolico, propendesse a una concezione dell'arte intesa come un delicato equilibrio per compensare lo sconvolgimento e la frantumazione dell'ordine nella vita quotidiana.
In queste due raccolte il poeta insiste sulla sua fede nella forza terapeutica della poesia. Solo elaborando la perdita si può ricostruire sul foglio quello che nella vita è stato distrutto.

Opere
Ten Poems (1965)
Secret Marriages: Nine Short Poems (1968)
No Continuing City (1969)
Lares (1972)
An Exploded View (1973)
Fishing in the Sky: Love Poems (1975)
Man Lying on a Wall (1976)
The Echo Gate (1979)
Patchwork (1981)
Poems 1963-1983 (1985)
Poems 1963-1980 (1981)
Gorse Fires (1991)
Baucis and Philemon: After Ovid (1993)
Birds and Flowers: Poems (1994)
Tuppeny Stung: Autobiographical Chapters (1994)
The Ghost Orchid (1996)
Ship of the Wind (1997)
Broken Dishes (1998)
Selected Poems (1998)
The Weather in Japan (2000)
Snow Water (2004)
Collected Poems (2006)
A Hundred Doors (2011)



Room to Rhyme
in memoria di Seamus Heaney

I
T’ho mandato un bacio attraverso il palco
quando abbiamo letto poesie a Lisdoonvarna
a due settimane dalla tua morte. Nei loro mascheroni
di paglia infine spuntarono gli Armagh Rhymers.
II
Nel mezzo di un campo a Mourne in piedi
fianco a fianco e guardando dritto in avanti
abbiamo pisciato contro un torno di muro in pietra,
frangivento di Saint Patrick, orinale della pioggia.
III
Nei nostri pellegrinaggi verso il nord
dentro la tua Volkswagen infangata intonavamo
i canti della Grande Guerra: Hush! Here comes a whizz-bang!
We’re here because we’re here because we’re…
IV
Sbronzi dopo Room to Rhyme a Cushendall
varcammo a stento campi d’erica fino a Fair Head
e firmammo con la biro la maglia di Davy
per poi lanciarla al vento dalla scogliera.
V
Dopo la Bloody Sunday andammo in macchina
alla marcia di Newry – posti di blocco, deviazioni –
tempo sufficiente a decidere, se una guardia armata
ci avesse chiesto: Di che religione siete?
VI
Quando Oisin Ferran fu arso vivo, tu
all’obitorio impotente piangevi e piangevi.
Risvégliati dal tuo fertile letto di terra:
baciami sulle labbra a Lisdoonvarna.

da “Angel Hill”, a cura di Paolo Febbraro, Elliot


CESSATE IL FUOCO

I
In mente il suo stesso padre, mosso al pianto.
Achille prese il vecchio re per mano e piano
lo scostò da sé, ma Priamo si raccolse ai suoi piedi
e pianse con lui, colmando la tenda di mestizia.
II
Preso il corpo di Ettore fra le sue braccia Achille
si assicurò che fosse lavato e rivestito intorno
delle armi, che Priamo lo potesse riportare a Ilio,
adorno come un dono, al primo sciccare del giorno.
III
Quand’ebbero mangiato insieme, fu loro grato
come agli amanti mirare l’un dell’laltro la bellezza,
Achille simile a un dio, Priamo nobile d’aspetto
e conversevole, lui che fra i singhiozzi aveva detto:
IV
«Piego le mie ginocchia, acconsento al destino
e bacio la mano che ha ucciso mio figlio.»

(Traduzione di Piero Boitani e Paolo Febbraro)


Cinquant’anni

Hai passeggiato con me un milione di volte
sul sentiero roccioso per Carrigskeewaum
fermandoti nell’insidia dei cerchi delle fate
a cogliere funghi per merende e poesia.
Hai indicato, per un guscio di lumaca
o la piuma di un chiurlo o il fodero vuoto
di un uovo di squalo la parola esatta, sillabe
e silenzi udibili sul filo ventoso dell’acqua.
Abbiamo seguito le orme della lontra verso Allaran
e atteso per ore sul nostro trono gelato,
per cinquant’anni, marito e moglie, contando
a voce bassa le beccacce e i piovanelli.



martedì 28 aprile 2026

#stranieri / OLIVER Mary (193 - 2019)

 

Mary Oliver
 (Maple Heights, 10 settembre 1935 – Hobe Sound, 17 gennaio 2019) è stata una poetessa statunitense. Ha vinto il National Book Award e il Premio Pulitzer. Il New York Times l'ha descritta come "di gran lunga, la poetessa di questo paese che ha venduto di più".
Da ragazza visse per un breve periodo nella casa della deceduta Edna St. Vincente Millay, dove aiutò la sorella di costei, Norma, nel riordino e nella conservazione delle carte di famiglia. Negli anni cinquanta ha frequentato sia l'Ohio State University che il Vassar College, ma senza conseguirvi diplomi. Ha abitato a Provincetown, Massachusetts, per più di quarant'anni. La sua partner, Molly Malone Cook, le ha fatto da agente letterario per tutta la vita.
Intensa e gioiosa osservatrice del mondo naturale, Mary Oliver viene spesso paragonata a Walt Whitman e Henry David Thoreau. Le sue poesie sono ricche di immagini quotidiane provenienti dalle paludi vicino a casa sua a Provincetown: pivieri, serpenti d'acqua, le fasi della luna e le megattere, sono gli elementi maggiormente rappresentati. Maxine Kumin chiama la Oliver "una pattugliatrice delle paludi" allo stesso modo in cui Thoreau era un esploratore delle "bufere di neve" e "una infaticabile guida al mondo naturale". La sua opera, infatti, rappresenta uno dei punti più elevati della poesia consacrata alla natura. Coi suoi lavori ha aperto molte strade per la presa di coscienza della crisi ambientale. Oliver usa uno stile linguistico semplice e chiaro per far condividere ai lettori il suo amore per gli altri esseri viventi. La sua casa è la "Grande Madre" terra che onora nelle sue poesie.
Premi
Oliver ha ricevuto numerosi premi per la sua opera tra i quali il Lannan Literary Award per la poesia nel 1998, il National Book Award for Poetry nel 1992 per la sua raccolta New and Selected Poems, il Premio Pulitzer per la poesia nel 1984 per la raccolta American Primitive, il Guggenheim Foundation Fellowship nel 1980, e il Shelley Memorial Award nel 1969-70) della "Poetry Society of America".

Opere
No Voyage, and Other Poems (1963, prima edizione; 1965, (edizione ampliata)
The River Styx, Ohio, and Other Poems (1972)
The Night Traveler (1978)
Twelve Moons (1978)
Sleeping in the Forest (1979)
American Primitive (1983)
Dream Work (1986)
Provincetown (1987, edizione limitata con incisioni in legno di Barnard Taylor)
House of Light (1990)
New and Selected Poems (1992)
A Poetry Handbook (1994)
White Pine: Poems and Prose Poems (1994)
Blue Pastures (1995)
West Wind: Poems and Prose Poems (1997)
Rules for the Dance: A Handbook for Writing and Reading Metrical Verse (1998)
Winter Hours: Prose, Prose Poems, and Poems (1999)
The Leaf and the Cloud (2000, poema in prosa)
What Do We Know (2002)
Owls and Other Fantasies: poems and essays (2003)
Why I Wake Early: New Poems (2004)
Blue Iris: Poems and Essays (2004)
Long Life: Essays and Other Writings (2004)
New and Selected Poems, volume two (2005)
At Blackwater Pond: Mary Oliver Reads Mary Oliver (2006, audio cd)
Thirst: Poems (2006)
Our World (2007) con fotografie realizzate da Molly Malone Cook

Dichiara pace

Dichiara pace con il tuo respiro.
Inspira uomini d’arme e d’attrito, espira edifici interi e stormi di merli dalle ali rosse.
Inspira terroristi ed espira bambini che dormono e campi appena falciati.
Inspira confusione ed espira alberi di acero.
Inspira quanto è caduto ed espira amicizie di tutta una vita ancora intatte.
Dichiara pace con il tuo ascolto: quando senti sirene, prega ad alta voce.
Ricorda quali sono i tuoi strumenti: semi di fiori, spilli da vestiti, fiumi puliti.
Prepara una minestra.
Fai musica, impara come si dice grazie in tre lingue diverse.
Impara a fare la maglia, e fai un cappello.
Pensa al caos come mirtilli che danzano,
immagina il dolore come l’espirazione della bellezza o il gesto del pesce.
Nuota per andare dall’altra parte.
Dichiara pace.
Il mondo non è mai apparso così nuovo e prezioso.
Bevi una tazza di tè e rallegrati.
Agisci come se l’armistizio fosse già arrivato.
Non aspettare un altro minuto.

***

Le oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
Per centinaia di miglia nel deserto, per espiare.
Devi solo lasciare che il delicato animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Parlami della disperazione, la tua, e io ti parlerò della mia.
Intanto il mondo va avanti.
Intanto il sole e le luminose perle di pioggia
Si stanno spostando attraverso il paesaggio,
sopra le praterie e gli alberi profondi,
le montagne e i fiumi.
Intanto le oche selvatiche, alte nella pulita aria blu,
di nuovo si stanno dirigendo verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo ti senta,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, stridenti ed eccitanti –
annunciando ripetutamente il tuo posto
nella famiglia delle cose.

***

Il viaggio

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli-
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentivi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c’era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l’unica cosa che potevi fare
determinata a salvare
l’unica vita che potevi salvare. 



domenica 26 aprile 2026

#stranieri / DOTY Mark (1953 - viv.)

 

Mark Doty
 (Maryville, 10 agosto 1953) è un poeta statunitense.
Figlio di Lawrence e Ruth Doty, Mark Doty è nato a Maryville e ha conseguito la laurea triennale alla Drake University e la magistrale al Goddard College.
Nel 1987 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Turtle, Swan, seguita quattro anni più tardi da Bethlehem in Broad Daylight. In questo periodo la poesia di Doty affrontava numerose tematiche legate alla crisi dell'AIDS con componimenti sia di carattere elegiaco ed introspettivo, che con poesie di denuncia sociale contro l'omofobia imperante e l'incapacità dell'amministrazione Raegan di fronteggiare l'epidemia.
Dopo che anche il compagno Wally Roberts contrasse l'HIV nel 1989, Doty ha scritto la sua opera più celebre, My Alexandria, una riflessione poetica incentrata sui temi della perdita, della mortalità e del lutto. L'opera è valsa a Doty il National Book Critics Circle Award e il T.S. Eliot Prize, diventando così il primo scrittore statunitense a vincere il più importante riconoscimento poetico britannico.
Nei vent'anni successivi Doty ha pubblicato un'altra decine di raccolte di poesie, tra cui Altantis (1995), School of the Arts (2005) e Fire to Fire (2008), che gli è valso il National Book Award per la poesia. È inoltre l'autore di quattro libri di memorie: Heaven's Coast (1996), Firebird: A Memoirs (1999), Dog Years (2007) e What is the Grass: Walt Whitman in My Life (2020).
All'attività poetica Doty ha affiancato anche quella accademica e ha insegnato poesia e scrittura creativa in diversi atenei statunitensi, tra cui Princeton, l'Università dell'Iowa, la Columbia, l'Università Cornell e la New York University. È stato inoltre giudice di importante premi letterari, tra cui il Griffin Poetry Prize nel 2013.
È stato sposato con lo scrittore Paul Lisicky dal 2008 al 2013 e, dopo il divorzio, si è risposato con Alexander Hadel nel 2015.

Opere di Poesia
Turtle, swan, David R. Godine, 1987
Bethlehem in Broad Daylight, David R. Godine, 1991
My Alexandria: Poems, University of Illinois Press, 1993
Atlantis, Harper Collins, 1995
Sweet Machine, Harper Flamingo, 1998
Murano: Poem, Getty Publications, 2000
Source, Harper Collins, 2001
Fire to Fire: New and Selected Poems, Harper Collins, 2008
Theories and Apparitions, Jonathan Cape, 2008
Paragon Park, David R. Godine, 2012
A Swarm, A Flock, A Host. Prestel, 2013
Deep Lane: Poems, W. W. Norton & Company, 2015

In palestra

Questa macchia di sale
segna il punto in cui gli uomini
poggiano la testa,
il dorso sulla panca,

e non sollevano qualcosa
di necessario
ma un peso che stavolta
hanno scelto: più ripetizioni,

più peso, la spinta verso l’alto
che lascia, complessivamente,
la traccia di dove siamo stati:
come impressa sul sudario, in negativo,

stampata sul vinile
su cui spingiamo qualcosa
di irremovibile verso il cielo,
guadagnando un certo potere

almeno sulla carne,
che pungola di desiderio
e terrorizza con la sua fragilità.
E chi può dire chi

sia stato ad aggiungere questo calore al bagliore
del nostro intento, qui dove
ci facciamo artefici di noi stessi:
qualcosa di difficile

da sollevare, distendendo o piegando le braccia,
potere sulla bellezza,
potere su potere.
Anche se c’è qualcosa di più

sensibile, sotto la nostra vanità,
la volontà di diventare oggetti
del desiderio: sudiamo sul telo
il segno della nostra presenza.

Come un alone
lasciato dai vivi.



Il proprietario della notte

interroga chiunque percorra
questo sentiero oscuro, quest'ora
non riservata a te: chi

devi entrarci?
La testa di Orione
sopra la strada, cintura di gioielli

luce selce delle stelle
per alimentare due occhi che guardano
dall'alto:

fari al contrario,
poiché la luce si riversa verso
il suo appetito

finché non vola con la sua sagoma silenziosa
tra il nostro tetto e le stelle,
sopra questa porta e tutte le porte

nascosti nell'erba:
arvicole sognanti,

provincia di lucciola,

vespe nel palazzo
che hanno scavato sotto la collina.

La talpa appoggia il viso sulle mani aperte.

Appollaiati, sbatti le palpebre. Poni
la domanda della sera
agli insonni

mentre la luna, se c'è,
sparge isole
su un campo d'inchiostro. Chi

mappa questo? Il proprietario
della notte guarda in basso
allo specchio e ammette le ore

prima che le volte superiori
inizino ad alleggerirsi e a ritirarsi.
Hai sentito cosa ho detto,

Un volto guarda giù dalla notte?
Chi mi ha sentito? Chi
legge questa pagina, chi la scrive?


Brian, sette anni

Grata per la visita
alla farmacia,
la classe di prima elementare
ha disegnato questi quadri,
ogni autoritratto è attaccato
al vetro della finestra,
i volti sono rivolti verso la strada,
rotondi e disponibili,
con linee parallele al posto dei capelli.

Questa mi piace di più: Brian,
il cui nome attenuato
riempie un quarto dell'inquadratura,
disteso accanto a gambe impossibili
che scendono dalla sfera
del suo torso, due lunghe braccia
che spuntano da quella stessa
sfera centrale. Respira qui,

sulla sua pagina. Non è l'abilità manuale
a dare vita a questa figura;
Brian disegna solo palline e linee,
con tratti di pastello tremolanti.
Perché alcuni segni
sembrano vibrare di vita,
possedere una parte
dell'energia nervosa
della mano del loro creatore?

Quella grande curva di un sorriso
arriva quasi fino al bordo
del suo viso; tiene in mano
un gelato imponente,
sfere marroni che barcollano
sul loro cono,
un regalo della fontana di soda
lungo la sua metà
, come se fosse la bandiera

del suo paese, tenuto in alto
dalla linea nera e disadorna
del suo braccio. Un sostegno così nudo
per così tanta gioia! Ragazzo ingenuo,
ha trovato un sistema di bellezza:
ci mostra il piacere
e ciò a cui il piacere resiste.
Il gelato è delizioso.
È fragile di fronte al suo implacabile standard.


venerdì 24 aprile 2026

#stranieri / TRETHEWEY Natasha (1966 - viv.)

 

Natasha Trethewey
 (Gulfport, 26 aprile 1966) è una poetessa statunitense.
Natasha Trethewey nacque in Mississipi, figlia del canadese Eric Trethewey e dell'afroamericana Gwendolyn Ann Turnbough; la coppia era originaria dell'Ohio, ma dovette trasferirsi in Mississippi dato che nel loro Stato d'origine i matrimoni interrazziali erano illegali I genitori divorziarono quando Natasha aveva sei anni e tredici anni dopo la madre Gwendolyn Ann Turnbough fu uccisa dal suo ex secondo marito poco dopo il divorzio.
La Trethewey studiò letteratura inglese all'Università della Georgia, scrittura creativa all'Hollins University e poesia all'Università del Massachusetts. Tra il 2000 e il 2018 ha pubblicato sei raccolte di poesia – incluso il romanzo epistolare in versi Bellocq's Ophelia – e per la sua opera Native Guard ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia nel 2007. Tra il 2012 e il 2013 ha mantenuto la carica di poeta laureato degli Stati Uniti.
È sposata con lo storico Brett Gadsden.

Opere di Poesia
Domestic Work, 2000
Bellocq's Ophelia, 2002
Native Guard, 2006
Beyond Katrina: A Meditation on the Mississippi, 2010
Thrall, 2012
Monument: Poems New and Selected, 2018



La Ofelia di Bellocq
da una fotografia. /912 circa

Nel dipinto di Millais, Ofelia muore a faccia in su
occhi e bocca spalancati come se stesse pronunciando
le sue ultime parole o esalando l'ultimo respiro, fiori e canneti
spuntano dallo stagno, e fluttuano sulla superficie
attorno a lei. La giovane donna che posò
giacque immersa in una vasca per ore, tremando,
raffreddandosi, forse immaginando pesci
intrappolati nei suoi capelli o che mangiucchiavano un neo scuro
comparso sulla sua bianca pelle. L'ultimo sguardo di Ofelia
e' rivolto al cielo, con le mani ripiegate verso l'alto
come se avesse appena detto, Prendimi.
Penso a lei quando guardo le foto di Bellocq -
una donna messa in posa su un divano di vimini, con i capelli
sparsi attorno. Attorno a lei, fiori -
sul cuscino, sul folto tappeto. Persino
i difetti di questa vecchia fotografia risplendono
come gigli d'acqua da una parte all'altra della coscia.
Quanto tempo ha resistito là dentro, quest'altra
Ofelia, abitante senza nome di Storyville,
nuda, i suoi capezzoli esposti, turgidi dal freddo.
La piccola collina del suo ventre, i peli chiari
del pube - queste cose - il suo corpo
lì per essere colto. Ma nel suo volto, una sfida.
Fissando la macchina fotografica, sembra cogliere
ogni movimento delle sue esili membra
e trattenerlo in quegli occhi dalle palpebre pesanti.
Il suo corpo afflosciato come quello di Ofelia morta,
le sue labbra in posa nell' atto di aprirsi, per parlare.



Marzo 1911
Mi turba pensare che son fatta
per questo lavoro - spettacolo e feticcio-
una pallida odalisca. Ma poi ricordo
la mia istruzione di un tempo -l'infanzia - come
mia madre m'insegnava a fare l'inchino e a starmene
immobile per compiacere un uomo bianco, mio padre.
Per lui imparai a modellare i miei gesti,
provavo nuove espressioni sul mio volto plasmabile.
Poi, presi l'arsenico - ingoiai delle pillole
per mantenermi chiara, bianca scolorita come la pietra.
Più bianca ancora, sono la silhouette rovesciata
sullo sfondo nero dove poso, ora,
per le fotografie, di un uomo di nome Bellocq.
Viene spesso, paga il tempo che gli serve per guardare
attraverso il suo obiettivo. Sembra che io possa star seduta per ore,
e sopportare quell'occhio distante che sposta su di me,
perdermi in fantasticherie, in cui per lo più penso
a te: a come fossi una bambola nelle tue mani
mentre mi spazzolavi e lisciavi i capelli, meravigliandomi
di come i denti del pettine - le tue dita - potessero infilarsi
come se stessero setacciando la farina bianca. Anche allora,
potevo perdermi, il mio viso - ogni gesto - si spostava
mentre sedevo davanti a te per riflettere il tuo, ben lavato
e splendente d'istruzione, le mie sopracciglia s'inarcavano,
soffermandosi su ogni cosa nuova che insegnavi. Lì
a scuola, potevo dimenticare l'altra mia vita fatta di lavoro:
il bucato, i ferri da stiro e le lenzuola umide, l'esplosione
del vapore davanti al viso; o la stagione del raccolto,
ingobbita sui campi - un mare di cotone,
bianco come l'oblio - dove sprofondavo
e svanivo. Ora sono davanti alla macchina fotografica,
aspetto che la fotografia mi mostri chi sono.


Ottobre 1911
Proprio l'altro giorno, mi sono immaginata
come una donna di società, come te,
con vestiti rispettabili da passeggio -
un nastro nuovo sul mio cappello di paglia bianco,
la mia giacca di lino bianco lavata
e stirata, un modesto pezzetto di percalle
sul colletto. Così agghindata, mi avventurai fuori,
oltre i confini del quartiere,
per fare la mia parte di buone azioni, recar
visita al sanatorio ad una sorella ammalata,
il suo corpo invaso dallo spettro invisibile
del nostro lavoro. Bellocq mi ha incontrata qui,
ha sistemato la sua macchina di fronte a questa scena:
una donna in piedi in mezzo ali 'inquadratura,
e distante sulla destra, a malapena nell'immagine,
ciò che potrebbe diventare - quella malata
che donne, la tenda dell' ospedale tirata indietro,
solo a mostrarne il volto, scollegato
dal corpo che ha cominciato a perdere.
Sulla sinistra, vestaglie vuote appese
alla porta. E oltre quella porta,
ciò che non si può vedere.
Più tardi, finita la visita,
camminai fuori nella luce del luminoso pomeriggio, il sole
pungente, che erode ogni cosa - il mio viso
il viso che un uomo ha riconosciuto.
(E qui esito a dirtelo -) fui scortata
alla stazione di polizia, colpevole di essere
dove non mi era permesso stare, una donna
notoriamente abbandonata alla dissolutezza.
Lì, ho posato per un altro obiettivo, ho sopportato
indecenze che non posso descrivere.
Non vedrai quelle fotografie -
il belletto imbrattato sul mio viso,
i capelli sciolti e scompigliati - un doppio
la cui faccia aborrisco ma che devo affrontare.
Ora so che se scegliamo di conservare
una parte di quel che ci siamo lasciati alle spalle,
dobbiamo prendere il tutto, tenere ogni momento
in alto sotto la luce come in una fotografia -
questa foto che ti mando del mio buon lavoro,
un ritratto modesto per mia madre,
che è pure la mia rozza immagine in un file di polizia.


mercoledì 22 aprile 2026

#stranieri / DUGAN Alan (1923 - 2003)

 

Alan Dugan
 (Brooklyn, 12 febbraio 1923 – Hyannis, 3 settembre 2003) è stato un poeta statunitense.
Tra il 1961 e il 2001, Alan Dungan pubblicò sette raccolte di poesie intitolate semplicemente Poems, ciascuna dedicata alla moglie Judith Shahn. La prima raccolta gli valse il Premio Pulitzer per la poesia e il National Book Award, mentre per l'ultima, Poems Seven: New and Complete Poetry, vinse un secondo National Book Award nel 2001.
È morto all'età di ottant'anni nel 2003.

Opere
Poems (1961)
Poems 2 (1963)
Poems 3 (1967)
Poems 4 (1974)
Poems Five: New and Collected Poems (1983)
Poems Six (1989)
Poems Seven: New and Complete Poetry (2001)

Swing Shift Blues

Cosa c'è di meglio che uscire da un bar
nel bel mezzo del pomeriggio,
se non restarci dentro o non
esserci entrati
perché avevi una brava donna con cui stare?
L'aria ha un profumo particolarmente fresco
dopo l'odore di birra stantia e piscio.
Puoi guardare tutto il cielo:
è blu e bianco e non
ti fissa come lo specchio del bar,
e c'è Colui che esce
proprio dietro di te e dice: "Non
ci credo, non ci credo: eccolo lì
, a fissare il fottuto cielo
con la bocca aperta. Non
ti rendi conto, stupido figlio di puttana,
che sono le quattro meno un quarto
e dobbiamo timbrare il cartellino tra
quindici minuti per andare al lavoro?".
Quindi andiamo al lavoro e non lavoriamo
e possiamo persino respirare in faccia al Toro
perché è stato nell'altro bar
in cui non andiamo quando c'è lui.


Canzone della prigione

La pelle si increspa sul mio corpo come acqua cullata dalla luna,
impennandosi per sfuggirmi. Dove potrebbe trovare un altro
animale nudo come quello che odia coprire?
Una volta mi ha detto cosa stava succedendo fuori,
chi stava attaccando, chi accarezzando, e cosa stava facendo l'aria
per nutrirmi o congelarmi. Ora mi sveglio
al buio nella notte, in un oceano di ignoranza senza consistenza,
o la frutta morde e l'acqua mi ferisce come una pietra.
È gelosia, perché cerco altri strumenti per sapere
, e un'altra armatura, più adatta al mio desiderio.
Quindi lasciala stare, spegni gli indizi o prova ad andartene:
cucita su di me senza cuciture come quelle dolorose camicie
indossate dai santi che odiano il corpo, la guaina dell'inferno
è comunque trafitta nella mia oscurità: quali traditori
si affannano sul mio viso, quali indizi insinuano attraverso
la sua guardia arcuata! Ma anche nella notte in cui imprigiona,
con nient'altro che le sue bugie ei suoi silenzi di cui nutrirsi,
la prigione stessa può creare uno scenario, cantare canzoni carcerarie
e far esplodere fuochi d'artificio per celebrare una giornata fatta in casa.


Ricordi ubriachi di Anne Sexton

La prima e ultima volta che ho incontrato
la mia ex amante Anne Sexton è stato a
una lettura di poesie di protesta contro
una guerra anticostituzionale in Asia,
quando un figlio di puttana accademico,
per mettere alla prova la sua reputazione di ubriaca,
le ha dato un bicchiere di birra pieno di vino
dopo la nostra lettura. Lo ha bevuto
tutto d'un fiato fissandomi
dritto in faccia e poi ha detto
"Non mi interessa cosa pensi,
sai", come se fossi
il suo ex... cosa, marito, amante,
cosa? E proprio mentre
stavo per dirle che
la amavo, sono stato, cosa,
sono stato, interrotto dalla mia bellissima nemica
Galway Kinnell, che le ha detto
"Proprio come mi è stato detto, i tuoi occhi,
uno blu e uno verde",
ed eccoli lì, i due
bellissimi poeti, a fissarsi negli
occhi
mentre io bevevo il fondo del suo vino.

(traduzioni di Sergio Albertini)

lunedì 20 aprile 2026

#stranieri / DEPESTRE René (1926 - viv.)

 

René Depestre
 (Jacmel, 29 agosto 1926) è un poeta e scrittore francese.
Pubblica nel 1945 i suoi primi versi nella raccolta Étincelles. Impegnato nella vita politica del suo paese, viene incarcerato e in seguito costretto a lasciare la sua isola natale per partire in esilio in Francia poi a Cuba. Continua a scrivere poesie e pubblica Minerai noir nel 1956 nel quale evoca le sofferenze e le umiliazioni dello schiavismo.
Il suo romanzo Hadriana dans tous mes rêves (1988) riceve il Premio Renaudot, il Premio del romanzo della Société des gens de lettres e il Premio del romanzo dell'Académie royale de langue et de littérature françaises de Belgique.
Nel 1993 riceve il Premio Guillaume-Apollinaire per la sua opera Anthologie personnelle.
René Depestre è il poeta del meraviglioso incarnato, di un'infanzia del cuore, capace di mostrarci attraverso la poesia la possibilità di avvicinarci, con i sentimenti, alla reciproca fraternità.

Opere
Poeta a Cuba, a cura di Ugo Salati, Milano, Edizioni dell'Accademia, 1973
Eros in un treno cinese, Firenze, Giunti, 1985
Alleluja per una Donna Giardino, Firenze, Giunti, 1992
L'albero della cuccagna, Mlano, Jaka Book, 1994
Hadriana in tutti i miei sogni, Firenze, Giunti, 1999

Le ceneri di Toussaint Louverture
 
Lo vediamo giorno e notte arrampicarsi
sulla palma della disperazione negra:
è lì che deposita l’uovo fresco della sua rivolta.
Attraversa il mare di ceneri
a volte come ciclone di fuoco nero
a volte come orgoglioso ramo d’ulivo.
Il suo destino inventa alberi da frutto
si fa quaderno di rabbia e di sogni
Arriva il suo corpo da schiavo
come un grido in una casa che dorme,
portatore nell’oceano di sventura nera
delle prime campane della guarigione.
La sua storia è piena di clorofilla
e polvere in barili: arriva
con parole in fiamme che sono
donne in piedi nella linfa degli alberi.
«Rovesciandomi, non si è abbattuto a Santo-
Domingo che il tronco dell’albero della libertà dei
Neri: ricrescerà dalle radici, perché
queste sono profonde e numerose.»
Dopo aver detto addio agli haitiani
fu dato alla neve del Giura
il tempo delle sue vecchie ossa in pasto:
il suo futuro si è fatto sale di calce viva
nella traiettoria della sua ultima luna.
Tra la sua strada persa fra le nevi
e il lutto sottozero dei suoi
ci sono i mesi di veglia d’armi;
c’è la cenere di un vecchio
che è uguale al sole che sorge
al fogliame del sangue nero.
Dal suo corpo estinto le ferite
causate dalla frusta bianca volarono via
come mani tenere di donne
all’incrocio dove l’orizzonte dei grandi alberi
raggiunge di sera il silenzio del mare.
 
(traduzione di Giancarlo Cavallo)


STEMMA DEL CORPO FEMMINILE
BOCCA

Bocca, ali, sempre lirico
Il potere combustibile dei baci.
Mani, armi da fuoco leggere
Anche molto talentuoso
Per pirateria in alto mare.
Seni, leggende solari
Chi sta aleggiando
Sopra i nostri abissi.
Nato a pancia in giù per la combustione
Sublime di giorno e di notte
Il ventre dei vulcani, complice della loro lotta.
Fianchi, trattori felici
Chi sa come organizzare un assalto
Le terre più belle del nostro sangue.
Cosce, geometria oscura,
Un mulino che sa macinare
Il granello di dolcezza.
Glutei, fari meravigliosi
Che ruotano attorno
Dalle nostre onde interiori.
Gambe, erbe selvatiche
Chi ama camminare
Nel profondo di noi stessi.
Canterò anche io
Il primo dei cereali
L'estate più gloriosa della carne:
Il sesso femminile!
Canto dell'orchestra dove trionfa
La domenica del corpo della donna.
Il trono del sale marino, l'elemento
Dove si risveglia la nostra innocenza?
Per ricoprirci di gloria!
Questo è il santuario pagano
Dove la fame e la sete
Gioia e salute
La nostra dimenticanza della morte
Ricevono anche il grido
La loro più grande benedizione.
Gloria!

(traduzione di Sergio Albertini)


UN APPELLO AI POETI D'EUROPA

I poeti d'Europa hanno smesso di cantare:
Hanno usato la scrittura come trampolino di lancio
Da dove lanciano le farfalle del circo
Senza segreti disegnati sulle loro ali.
In Europa non c'è più il cielo aperto?
Sui misteri e i tormenti dei poeti?
Non esiste più una donna e un uomo?
Chi, solo vedendosi sotto un acquazzone,
Cento foreste di verità bruciano all'improvviso?
...
La nostra era è un bambino abbandonato
Alla porta di ogni vero poeta:
Un bambino rimasto coperto di sangue
Con sette proiettili nello stomaco.

(traduzione di Sergio Albertini)


sabato 18 aprile 2026

#stranieri / MIŁOSZ Czesław (1911 - 2004)

 

Czesław Miłosz
 (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.
Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura.
Era figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile, e di Weronica (nata Kuna), discendente da un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di espressione francese Oscar Vadislas de Lubicz Milosz.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell'Impero russo, Czesław Miłosz frequentò le scuole superiori e l'università a Vilnius, oggi in Lituania, ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario "Zagary", fece il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavorò per la radio polacca e continuò il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggevano la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Unione Sovietica. Passò la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventò addetto culturale all'ambasciata polacca a Washington e successivamente, nel 1951, a Parigi. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un'élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esitò a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiese asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegnò letteratura polacca, continuò la propria opera poetica, dedicandosi parallelamente all'attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca nell'ambito anglo-americano e successivamente europeo. Nel 1969 scrisse e pubblicò, in America, una poderosa Storia della Letteratura Polacca: aggiornata, per l'edizione italiana, sino all'epocale avvento di Solidarnosc, ha rinnovato, con geniale intento didattico, lo studio sui contenuti di questa mirabile fioritura dell'umano spirito creatore.
Nel 1980 gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell'uomo in un mondo di duri conflitti.» (Motivazione del premio Nobel per la letteratura)
Nello stesso anno, gli operai di Solidarność trascrissero brani di una sua poesia ai piedi del monumento a Danzica dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia durante gli scioperi del 1970.
Nel 1993 ricevette il Premio Grinzane Cavour.
Il suo corpo è sepolto, insieme ad altri famosi scrittori e artisti polacchi, nella chiesa di San Michele Arcangelo e San Stanislao (Skałka) a Cracovia.
Saggista e poeta
In ambito saggistico, Czesław Miłosz contribuì al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell'ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Czesław Miłosz affrontò il complesso rapporto tra letteratura e società nell'ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evocò e analizzò tanto l'adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell'intellettuale dissidente diffusasi nell'ambiente europeo filo-comunista, Czesław Miłosz ritrasse la condizione divisa dell'individuo all'interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il "ketman") basata sulla dissimulazione e sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall'uscita, il saggio-romanzo offrì una prospettiva critica inedita sulla libertà umana e una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d'Europa.
Influenze
In un dialogo sulla letteratura con Iosif Brodskij, realizzato nel 1989 e pubblicato nel 2001 sulla rivista Zeszyty Literackie, parlando degli scrittori che l'hanno influenzato, Czesław Miłosz dice: «E poi l'influenza, una forte influenza del mio cugino francese Oscar Milosz. Aveva scritto in maniera stupefacente il suo primo trattato metafisico nel 1916, conoscendo lo sviluppo delle teorie di Einstein (...) se non sbaglio pubblicate nella sua prima versione proprio in quello stesso anno. Lui credeva che la teoria della relatività aprisse le porte di una nuova era di armonia tra la scienza, la religione e l'arte. Per il semplice motivo che il mondo newtoniano è per principio contrario all'immaginazione, all'arte, alla religione. Io perciò seguii quella traccia e constatai con stupore che erano idee prossime a William Blake, che, anche se ovviamente non poteva sapere nulla della relatività, aveva fatto nascere le proprie teorie nella fisica. E anche Goethe, in una sorta di ribellione istintiva contro la via intrapresa dalla scienza ottocentesca (...) Una questione fondamentale è che per Newton lo spazio era stabile e obiettivo, invece per la fisica contemporanea e anche per Oscar Milosz, una cosa simile non può esistere perché tutto è un unicum di moto, materia, tempo e spazio.»

Opere tradotte in italiano
La mente prigioniera, trad. di Olga Ceretti Borsini, Martello, Milano, 1955; trad. di Giorgio Origlia, Adelphi, Milano, I ed. 1981
Europa familiare , trad. di Riccardo Landau, Silva, Milano, 1961
La fodera del mondo, a cura di Valeria Rossella, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966
Il castigo della speranza : 20 poesie, a cura di Pietro Marchesani, All'insegna del pesce d'oro, Milano, 1981
Il poeta ricorda : 24 poesie, a cura di Pietro Marchesani, introduzione di Josif Brodskij, Libri Scheiwiller, Milano, 1981
Czesław Miłosz racconta Czesław Miłosz, a cura di Aleksander Fiut, CSEO Biblioteca, Bologna, 1983
Storia della letteratura polacca. Bologna, 1983
Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, I ed. 1983
La mia Europa, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1985
La terra di Ulro, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2000
Il cagnolino lungo la strada, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2002
Abbecedario, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2010
Trattato poetico, trad. di Valeria Rossella, Adelphi, Milano, 2011
La testimonianza della poesia : sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2013



Scadenze

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
sulla terra solo fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e l’alba della condanna esce dai mari.
Tutto trascorso, tutto dimenticato,
è dunque ora che tu sorga e corra,
anche se ignoti lo scopo e la sponda,
tu vedi solo che il fuoco brucia il mondo.
Ed è ora di odiare ciò che amavi,
e di amare ciò che hai odiato
e di calpestare i volti di chi ha scelto
la bellezza silenziosa.
Per il deserto, il viale, le forre dei muti
− dove il vento ogni voce trasforma in sussurro
o in sonno pesante con la testa all’indietro −
andare. Allora... Allora tutto era in me
grido e richiamo. Col grido e il richiamo
mi lacerava il germoglio di nere primavere.
Basta. Basta. Eppure non si è trattato d’un sogno.
Nessuno sa nulla di te. Il vento soffia così sui fili.
È dunque ora. Io ho amato questa terra tanto
quanto nessuno sa farlo in epoca migliore,
quando sono felici i giorni e quiete le notti,
quando sotto l’arco dell’aria, sotto il portone
delle nubi cresce questa grande alleanza
di forza e fede.
Ora devi chiudere forte gli occhi,
perché monti, città e acque si accatastano,
e ciò che durava schiacciato − precipiterà in avanti,
ciò che andava avanti − cadrà all’indietro.
Sì, solo chi aveva il sangue più caldo degli altri
si ergerà sulla mandria di teste d’oro al galoppo
e con un grido volgerà in basso la spada aguzza.
Passato, passato, nessuno ricorda le colpe,
solo gli alberi come àncore gettate nel cielo,
gli armenti scorrono giù dai monti, hanno coperto le vie,
girano i raggi delle ruote, il fumo ci avvolge.


Verso la fine del ventesimo secolo

Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio,
dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi,
dopo conquiste, perdite e recuperi,
sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo
e guarire la propria vita pensando intensamente alle cose conosciute,
così intensamente che il tempo non potrà sottrarre luoghi e persone
e tutto durerà più vero di com’era.
Senza capire la provenienza degli anni di estasi e tormento,
accettando la propria sorte e implorandone un’altra,
non ho avuto indulgenza con me stesso, ho stretto le labbra.
Orgoglioso di una sola, a me nota, virtù:
lo sferzarmi con una disciplina dalle molte braccia.
Ricomincio continuamente da capo, perché ciò che dispongo in racconto
si rivela una finzione, comprensibile per gli altri, non per me,
e il desiderio di verità mi rende disonesto.
Allora penso ai precetti dello stile alto
e alle persone che non sono mai state necessarie.
Come pure al fatto che da una vita intera mi inganna la speranza.



Speranza

La speranza c’è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro.
Se guardassimo meglio e più saggiamente
Un nuovo fiore ancora e più d’una stella
Nel giardino del mondo scorgeremmo.
Taluni dicono che l’occhio c’inganna
E che non c’è nulla, solo apparenza.
Ma proprio questi non hanno speranza.
Pensano che appena l’uomo volta le spalle
Il mondo intero dietro a lui più non sia,
Come da mani di ladro portato via.


Ars poetica?

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

 da Poesie (trad. di P. Marchesani, Adelphi, 1983)

giovedì 16 aprile 2026

#stranieri / BRAND Dionne (1953 - viv.)

 

Dionne Brand
 (Port of Spain, 7 gennaio 1953) è una scrittrice e poetessa canadese, la cui opera è quasi interamente ispirata alle condizioni delle donne di colore.
Nata in Trinidad e Tobago, nel 1970 emigrò in Canada e studiò all'università di Toronto dove studiò filosofia e lingua inglese, riuscendo anche a laurearsi ed a insegnare "storia delle donne" nello stesso ateneo.
In aggiunta alla sua attività di scrittrice, ha anche diretto alcuni documentari per la National Film Board of Canada; tra questi, ebbe abbastanza successo: "In silenzio per qualcosa: Adrienne Rich e Dionne Brand in conversazione".
È un'attivista politica in favore dei diritti delle minoranze sessuali e delle comunità emarginate, tra cui quella del popolo di colore e degli omosessuali (lei stessa ha dichiarato di essere lesbica). Il suo nome non deve essere confuso con quello della collega Di Brandt, curiosamente anche lei poetessa canadese, quasi omonima e quasi coetanea.

Opere di Poesia
Fore Day Morning - 1978
Earth Magic - 1979
Primitive Offensive - 1982
Winter Epigrams - 1983
Chronicles of the Hostile Sun - 1984
No Language is Neutral - 1990
Land to Light On - 1997
thirsty - 2002


OSSARIO VIII
L'Avana, Yasmine arrivò una sera presto,
lo stelo di un vestito arancione,
una borsa da viaggio, floscia, senza alcun oggetto
 
il mare assalì le mura della città,
l'aria,
gli uccelli assalirono il mare
 
non è costiera,
più abituati agli interni delle città del nord,
nemmeno i loro laghi ancillari, tranquilli, verde-neri
 
sebbene nulla fosse mai tranquillo in lei,
essendo lì fuori dalla sua America elementare
la turba, la slega
 
essere vivi, essere umani, la sua monotonia
la sconcertava comunque, l'opaco presente,
la consapevolezza, nel suo nucleo primordiale, del nulla
 
un temporaneo dolore di sicurezza,
le foglie le ricadevano sulla schiena come felci che si dispiegano,
intravide sotto l'ostinata seduzione dell'Atlantico
 
e la costa dell'isola,
quando atterrarono, una contraddizione,
una pioggerellina pepata, il dolce sole di un pomeriggio
 
l'aria oleosa dell'Avana si faceva strada sull'aereo,
lievitato, domestico,
la cabina Tupelov come un forno che scurisce il pane

da THE BLUE CLERK

Verso, girare, piegare, arare, un solco, una fila, voltarsi, verso, attraversare
Un giorno, quando avevo nove anni e tornavo a casa da scuola, mi fermai in cima alla mia strada e guardai giù per la dolce pendenza, verso casa mia nascosta da una piccola curva, osservando la linea discendente del complesso di case con due camere da letto, chiamato Mon Repos, il mio riposo. Ma lì mi sono allontanato troppo dall'intenzione immediata. Un giorno, quando avevo nove anni e tornavo a casa da scuola, mi fermai in cima alla mia strada e seppi, sentii e intuii di guardare giù per la dolce pendenza con le piccole case e i loro recinti di ibisco, i loro recinti di rose, i loro recinti di ixora, le loro tinteggiature gialle, rosa e blu; il calzolaio sulla sinistra in alto, la sarta in basso a sinistra, e più in basso il parco e il profondo canale di scolo dove un ragazzo in bicicletta mi spinse e una delle mie zie prese un bastone per raggiungere la porta di sua madre. Di nuovo, quando avevo nove anni e tornavo a casa un giorno con la mia uniforme marrone e la camicetta bianca, mi fermai in cima alla mia strada sapendo, arrivando a sapere in quell'istante in cui il sole era nella sua fase delle quattro e guardando in basso potevo vedere finestre e porte aperte e le tende della porta d'ingresso che sventolavano. Avevo nove anni e mi fermai in cima alla strada senza motivo se non quello di scendere la dolce salita verso casa mia dove vivevo con tutti e tutto al mondo, le mie sorelle e i miei cugini erano con me, avevamo i nostri zaini e la nostra fame delle quattro con noi e nostra nonna e tutto ciò che amavamo al mondo ci aspettavano nella casa dipinta di giallo, c'erano una siepe di ibisco e un cespuglio di ranuncoli e zinnie che aspettavano e per diversi istanti tutto questo sembrò scivolare verso il passato; di nuovo, quando avevo nove anni e mi fermai in cima alla mia strada e guardai giù per la dolce salita verso casa mia nella luce del sole delle quattro del mattino, mi resi conto che non avrei vissuto lì per tutta la vita, che me ne sarei andato e non sarei mai più tornato un giorno.

Da ASSETATO

IO

Questa città è bellezza
infrangibili e amorosi come le palpebre,
nelle strade, pressate da partenze feroci,
atterraggi sommersi,
Sono innocente come le soglie
e uccelli notturni distrutti, malati d'amore,
come ascensori vuoti
 
lasciami dichiarare le porte,
angoli, inseguimento, lasciami dire
in piedi qui tra le ciglia, dentro
seni invisibili, nel lago che si restringe
nei piccoli negozi dei ricordi falsi,
la vita fragile e rosicchiata che viviamo,
Sono trattenuto e trattenuto
 
il tocco di tutto mi arrossisce,
piccioni e ragazzi distrutti,
ore mezze morte, musicisti ciechi,
donne inconcludenti con abiti ammaccati
anche gli uomini abituali in abito grigio con terribili
valigette, come mai, come mai
Non mi aspetto nulla di così intimo come la storia
 
avrei avuto una vita diversa
fallendo questo abbraccio con cose rotte,
vene iridescenti, proiettili estatici, piccole crepe
nel cervello, saprei questi fatti particolari,
come una frase lascia una cicatrice su una guancia, come l'acqua
asciuga l'amore, questo, un pensiero così casuale
come ogni secondo eviscera un respiro
 
e questo, lo incontriamo a intervalli noncuranti,
nei bar, nelle stazioni di servizio, nelle protesi
conversazioni, lotterie, intraducibili
bocche, in versioni di ciò che potremmo essere,
un tremore della mano nella realizzazione
di finali, un soffio di lacrime
sulla pelle, il netto rifiuto in velocità

martedì 14 aprile 2026

#stranieri / OSWALD Alice (1966 - viv.)

 

Alice Oswald
, all'anagrafe Alice Priscilla Lyle Keen (Reading, 1966), è una poetessa e scrittrice britannica. 
Alice Oswald è nata a Reading, figlia di Charles William Lyle Keen e Lady Priscilla Mary Rose Curzon; ha due fratelli: la scrittrice Laura Beatty e l'attore Will Keen. Ha studiato lettere classiche al New College dell'Università di Oxford e successivamente ha lavorato come giardiniera al Chelsea Physic Garden e altri orti botanici di rilievo.
Ha cominciato a pubblicare poesie a metà degli anni novanta e la sua prima raccolta, The Thing in the Gap-Stone Stile, è stata candidata al Forward Poetry Prize e al T. S. Eliot Prize, un premio che ha vinto nel 2002 con il poema Dart, dedicato all'omonimo fiume inglese. Negli anni successivi ha pubblicato altre raccolte, tra cui The Thunder Mutters (2005), Woods Etc. (2006), vincitore del Geoffrey Faber Memorial Prize, Weeds and Wild Flowers (2009) e A sleepwalk on the Severn (2009), mentre nel 2011 ha ottenuto grandi plausi dalla critica per Memorial, una rivisatazione dell'Iliade incentrata sui soldati morti. Memorial è stato candidato al T. S. Eliot Prize, ma la poetessa ha declinato la candidatura per motivi etici. Nel 2016 ha vinto il Costa Book Award per la sua raccolta Falling Awake, premiata anche con il Griffin Poetry Prize nel 2017. Dal 2019 insegna poesia all'Università di Oxford.
È sposata con il drammaturgo Peter Oswald e la coppia ha avuto tre figli.

Opere
The Thing in the Gap-Stone Stile, Oxford University Press, 1996
Dart, Faber and Faber, 2002
Woods etc. Faber and Faber, 2005
Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, 2009
A sleepwalk on the Severn, Faber and Faber, 2009
Memorial, Faber and Faber, 2011 / Memorial. Uno scavo dell'Iliade, Milano, Archinto, 2020. ISBN 8877687541
Falling Awake, Jonathan Cape, 2016
Nobody, Jonathan Cape, 2019
A Short Story of Falling, Fine Press Poetry, 2020.

Sposalizio

Di tanto in tanto il nostro amore è vela
e se la vela inizia l’altalena
di rotta in rotta, è come rondine
e se la rondine vola è giubba;
e se la giubba è tua, ha uno strappo
come grande bocca che se inizia
a trarre il vento, è trombettiere
e se la tromba soffia, è a milioni…
e questo, amore, se milioni van
senza di noi, è come un trucco;
e se il trucco inizia, è la punta
dei piedi sulla corda, che è fortuna;
e se fortuna inizia, è sposalizio,
che è come amore, che è come tutto.

da The Thing in the Gap Stone Stile, 2007


Volpe

Ho sentito tossire
come se lì ci fosse un ladro
fuori dal mio dormire
una secca inspirazione

una volpe nel suo manto di volpe
passando per
il prato in guanti neri
ha abbaiato alla mia casa

era così brusco e strano
il modo in cui andava
a chiedere affamata
nel denso accento del cuore

in sì seria insonne
intrusione è venuta
donna dalla voce d’uomo
ma niente nome

come a dire: è mezzanotte
e la mia vita
è distesa sotto i miei figli
come foglia d’oro

da Falling Awake, 2016


Narciso

un tempo ero metà fiore, metà sé,
quel sé invisibile la cui assenza abita gli specchi,
quel fiore invisibile che è sempre interiore,
che brancolando s’inerpica in noi, un che di gracile che si gonfia a scoppiare,
sì un tempo ero per metà fragile, per metà scintillante,
continuamente a emergere dalla scorta del sé stesso,
sempre a scrutare fiumi, sempre
ad annuire col capo e pendere da un lato, sono affiorata trionfante,
e per un po’ sono stata metà pelle metà respiro,
per un po’ non sono stata né una cosa né l’altra,
una vampata d’acqua, una variabile uomo-donna dei margini,
con addosso l’ultima immagine del sé che mi han lasciato
prima che la mia forza cadesse giù nell’oscurità
per gran parte dell’anno e giace accartocciata
in un grumo di sonno alle radici di nulla tutto

da Weeds and Wild Flowers, 2009

traduzioni di Francesca Biagi


domenica 12 aprile 2026

#stranieri / MIRON Gaston (1928 - 1996)

 

Gaston Miron
 (Sainte-Agathe-des-Monts, 8 gennaio 1928 – Montréal, 14 dicembre 1996) è stato un poeta, scrittore e editore canadese, originario del Québec.
Miron è il poeta "nazionale" della grande provincia canadese del Québec ed è ancora oggi considerato uno dei massimi esponenti dei paesi francofoni americani: convinto assertore della forza della lingua francese del Québec, Miron si pone come punto di riferimento per la profondità e la forza delle sue opere, inserite nel contesto di un paese "anglicizzato" nella quotidianità e ancora troppo legato alla letteratura francese. In particolare, come editore, negli anni sessanta con le sue Éditions de l'Hexagone, traghetta la letteratura da canadese-francese a quebecchese, rivendicando la sua autonomia rispetto a quella francese vera e propria e, in prospettiva, influenzando e responsabilizzando tutti gli strati sociali del paese: per questo motivo venne anche chiamato il Poeta militante per le ripercussioni sociali che le sue opere hanno avuto in Québec.
Nel 1996, anno della sua morte, è stato insignito del grado di Ufficiale dell'Ordine nazionale del Québec (in fr.: Officier de l'Ordre national du Québec), il secondo più alto riconoscimento per le personalità di spicco dato dal governo del paese (Gran Ufficiale e Cavaliere sono gli altri due gradi) e in generale dei paesi di lingua francese d'America.
Cofondatore nel 1953 dell'Éditions de l'Hexagone, principale casa editrice del Québec assieme a Gilles Carle, Louis Portugais, Olivier Marchand, Mathilde Ganzini e Jean-Claude Rinfret.
Miron inizia a pubblicare dagli anni cinquanta su diversi quotidiani e periodici (Le Devoir, Liberté e Parti pris). Nel 1953 pubblica, assieme al poeta Olivier Marchand, la raccolta di poesie Deux sangs, che inaugura le Éditions de l'Hexagone. In quasi due decenni pubblica tantissime poesie "sparse" e si lascia convincere a raccoglierle (assieme ad alcuni suoi testi in prosa), in una raccolta intitolata L'Homme rapaillé, la sua opera principale e vincitrice, nel 1981 dello storico Premio Guillaume-Apollinaire. Pubblicata nel 1970 (per la Presses de l'Université de Montréal e non per le Éditions de l'Hexagone), è stata oggetto da parte di Miron di continue modifiche (7 edizioni diverse curate dall'autore).
Il suo capolavoro, il poema La marcia dell'amore (La Marche à l'amour), originariamente edito nel 1962 e rivisto parzialmente nel 1970, lo ha reso celebre in patria e all'estero: è riconosciuto come una delle più belle pagine scritte nei paesi francofoni dell'America.
In Italia il primo a tradurlo è stato il poeta Angelo Bellettato.

Opere principali
Deux sangs (raccolta di poesie di Gaston Miron e Olivier Marchand) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 1953.
L'homme rapaillé - Montréal, Presses de l'Université de Montréal (1ª ediz.), 1970.
Courtepointes - Ottawa, Éditions de l'Université d'Ottawa, 1975.
Poèmes épars (1947-1995) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2003.
Un long chemin (d'autres proses) (testi e prose) - Montréal, Éditions de l'Hexagone, 2004.


L’uomo raccattato
Per Emanuelle

Ho compiuto da più lontano di me un viaggio abracadrabrante
da molto tempo non m’ero rivisto
eccomi in me come uomo in una casa
che s’è fatta in sua assenza
ti saluto, silenzio

Non son più tornato per tornare
Son arrivato à ciò che comincia


Il bicchiere d’acqua o l’inaccettabile

Le gemme della sete nei pori
non è l’acqua che bevo nel bicchiere
è qualcosa sul filo dell’acqua
a cui si pensa nella ronda dei giorni
come uno fatto infitto
tutta la santa faccia della giornata
tutta, goccia a goccia
perché le sete rimane, panico, tenace
perché né il peso, di posto o distesa
né dentro, o forse fuori
nulla di nulla è cambiato
ho sempre la zolla di fuoco sullo stomaco
lanciato nel rifiuto con entrambi i piedi
sui freni del tempo
come d’assuefazione ogni volta
una volta aperti gli occhi
e vuoto il bicchiere


Per il mio rimpatrio

Uomo dei solchi dei bruciati dell’esilio
Secondo il tuo amore dalle mani colme di grezze conquiste
secondo il tuo sguardo arcobaleno ostinato nei venti

Non ho mai viaggiato
verso nessun altro paese che te, paese mio

Un giorno avrò detto sì alla mia nascita
Avrò frumento negli occhi
Avanzerò sul tuo suolo commosso, abbagliato,
dalla purezza bestiale che la neve solleva

Un uomo tornerà
dal fuori del mondo

i testi tradotti sono tratti dalla raccolta L’homme rapaillé,  Montreal, Presses Universitaires de Monréal, 1970 – traduzioni di Jacopo Rasmi


venerdì 10 aprile 2026

#stranieri / KINNELL Galway (1927 - 2014)

 

Galway Kinnell
 (Providence, 1º febbraio 1927 – Sheffield, 28 ottobre 2014) è stato un poeta statunitense.
Fin dalla prima raccolta, Che regno era (What a Kingdom It Was, 1960), la sua poesia di mistico moderno fissa il percorso simbolico di una esistenza divisa fra sofferenza notturna e l'idillio del giorno, tra l'adesione al mondo materiale, sociale, contemporaneo, e l'immersione nella tenebra. In Poesie della notte (1968) e Il libro degli incubi (The Book of Nightmares, 1971) l'ansia di conciliare gli opposti, mai appagata in Kinnell, trova precisi modelli formali nella ricerca alchemica - nella metafora del fuoco rigeneratore - e nel processo onirico, che coinvolgono la scrittura in uno scomporsi e ricrearsi di nuove strutture lessicali.
Artista dai molti maestri (Walt Whitman, Gerard Manley Hopkins, William Butler Yeats, Pablo Neruda, Yves Bonnefoy, da lui tradotto, come anche François Villon) e dal lungo apprendistato, Kinnell è stata una delle voci più forti ed inquietanti della poesia americana contemporanea.
Ottenne il Premio Pulitzer per la poesia nel 1983 per l'opera Selected Poems.

Opere principali
What a Kingdom It Was, (1960)
Flower Herding on Mount Monadnock, (1964)
Body Rags, (1968)
The Book of Nightmares, (1973)
The Avenue Bearing the Initial of Christ into the New World: Poems 1946-64 (1974)
Mortal Acts, Mortal Words, (1980)
After Making Love We Hear Footsteps, (1980)
Blackberry Eating, (1980)
Selected Poems, (1982)
How the Alligator Missed Breakfast, (1982)
The Fundamental Project of Technology, (1983)
The Past, (1985)
When One Has Lived a Long Time Alone, (1990)
Three Books, (2002)
Imperfect Thirst, (1996)
A New Selected Poems, (2001)
Strong Is Your Hold, (2006)


Aspetta

Aspetta, per adesso.
Diffida di tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato ovunque, fino a adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa: quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è fedeltà al vecchio.

Aspetta.
Non andare troppo presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta dalle pene, recitare se stessa fino al completo esurimento.

da Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. E. Biagini

*

Il fuoco di olivo

Quando Fergus si svegliava di notte piangendo
lo portavo dalla sua culla
alla sedia a dondolo e sedevo tenendolo tra le braccia
davanti al fuoco d’un olivo millenario.
Qualche volta, per ragioni che non ho mai saputo e
che lui ha dimenticato, anche dopo il biberon i lacrimoni
continuavano a scendere sulle sue grandi guance
– la guancia sinistra sempre più lucente della destra –
e sedevamo, alcune notti per ore, dondolandoci
alla luce che si diffondeva dall’antico legno,
e ci tenevamo l’un l’altro contro l’oscurità,
la sua appena poco indietro e lontana nel futuro,
la mia che immaginavo tutta intorno.
Una di queste volte, mezzo addormentato io stesso,
credetti d’aver sentito un grido
– un aviatore che urlava in orrore
mentre buttava fuoco su chi o cosa non sapeva,
oppure un bimbo incendiato in quel modo –
e mi drizzai in allarme. Il fuoco d’olivo
bruciava a fiamma bassa. Nelle mie braccia stava Fergus,
profondamente addormentato, la guancia sinistra luccicante, Dio.

*

L'ORSO

1
A fine inverno
mi capita di intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.

2
Appuntisco la costola di un lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.

E quando è sparita
mi metto sulle tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.

Allora parto
di corsa, seguo le chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi in avanti con i coltelli da orso in pugno.

3
Il terzo giorno comincio ad aver fame,
all’imbrunire mi chino come sapevo che avrei fatto
su una merda imbevuta di sangue,
esito, la raccolgo,
me la ficco in bocca e la mando giù,
mi alzo
e riprendo a correre.

4
Il settimo giorno,
ormai mi sostentavo solo del sangue dell’orso,
scorgo il cadavere capovolto, lontano avanti a me,
un’arruffata carcassa fumante
con la pesante pelliccia che si increspa al vento.

Lo raggiungo
e guardo gli occhi piccoli, vicini,
il muso sgomento
riverso sulla spalla, le narici
dilatate, che forse
hanno percepito il primo sentore di me
mentre moriva.

Gli squarcio
una forra nella coscia e mangio e bevo,
lo squarto da cima a fondo
lo apro e ci entro dentro
e me lo chiudo addosso, contro il vento,
e dormo.

5
E sogno
di trascinarmi esangue
sulla tundra,
pugnalato due volte da dentro,
lasciandomi dietro una scia di sangue,
sangue che sgorga comunque, a dispetto di dove, come mi muovo,
di qualsiasi parabola di trascendenza orsina,
di qualsiasi danza di solitudine accenni,
qualsiasi balzo artigliato dalla gravità,
qualsiasi arrancare, qualsiasi grugnire.

6
E poi un giorno barcollo e cado—
cado su questo
ventre che ce l’ha messa tutta a resistere,
a digerire il sangue che gli colava dentro,
a dissolvere
e digerire l’osso stesso: e adesso il vento
soffia accarezzandomi, soffia via
i rutti ripugnanti di sangue d’orso mal digerito
e di stomaco marcio
e il normale, orribile odore di orso,

soffia sulla
mia lingua pesta e ciondolante una canzone
o un urlo, finché non penso che mi devo alzare
a ballare. E giaccio immobile.

7
Mi risveglio, penso. I fuochi fatui
riappaiono, le oche
di nuovo in formazione sulla rotta di volo.
Nella sua grotta sotto la neve vecchia la mamma-orso
giace, lecca
pelo raggrumato
e occhi lacrimosi facendone forme
con la lingua. E avanti con un
passo arrancante di zampa pelosa,
e un altro portato grugnendo,
e un altro,
un altro,
il resto dei miei giorni li passo
vagando: divagando
su cosa, comunque,
fosse quell’infuso viscoso, quel gusto rancido di sangue, quella poesia, di cui vivevo.



mercoledì 8 aprile 2026

#stranieri / MUELLER Lisel (1924 - 2020)

 

Lisel Mueller
, all'anagrafe Elisabeth Neumann (Amburgo, 8 febbraio 1924 – Chicago, 21 febbraio 2020) è stata una poetessa e traduttrice tedesca naturalizzata statunitense.
Nata in Germania, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti nel 1939 per sfuggire al nazismo. Fu un'accademica e critica letteraria e nel corso della sua vita insegnò all'Università di Chicago, all'Elmhurst College e al Goddard College. Cominciò a scrivere poesie dopo la morte della madre dai primi anni cinquanta e pubblicò la sua prima raccolta, Dependencies, nel 1965.
Nei trent'anni successivi pubblicò altre otto raccolte di poesie, vincendo il National Book Award nel 1980 per The Need to Hold Still e il Premio Pulitzer per la poesia nel 1996 per Alive Together: New & Selected Poems. Tradusse i racconti e le lettere di Marie Luise Kaschnitz dal tedesco all'inglese.
Fu sposata con Paul E. Mueller dal 1943 alla morte dell'uomo nel 2001 e la coppia ebbe due figlie, Lucy e Jenny. Dopo la morte del marito la Mueller smise di scrivere, anche a causa del peggioramento della vista che la affliggeva già dagli anni novanta. Morì a Chicago nel 2020 all'età di novantasei anni.

A volte, quando la luce

A volte, quando la luce colpisce con angoli strani
e ti riporta all'infanzia

e stai passando davanti a una villa in rovina
completamente nascosta dietro vecchi salici

o a un convento vuoto custodito da cicute
e abeti giganti che si ergono fianco a fianco,

sai di nuovo che dietro quel muro,
sotto i peli incolti dei salici,

sta succedendo qualcosa di segreto,
così meraviglioso e pericoloso

che se strisciassi attraverso e vedessi,
moriresti o saresti felice per sempre.


Un'altra versione

I nostri alberi sono pioppi tremuli, ma la gente
li scambia per betulle;
ci immagina come personaggi
di un romanzo russo, Kitty e Levin
che vivono felici in campagna.
I nostri amici di città osservano gli uccelli
e i conigli che pascolano insieme
sulla neve alta e bianca.
(Abbiamo inverni russi in Illinois,
ma niente campanellini da slitta, opossum al posto dei lupi,
nessun servitore fidato che faccia il nostro lavoro.)
Come in un'opera teatrale russa, un vecchio
vive in casa nostra, è mio padre;
lascia andare la vita a un tale rallentatore,
anno dopo anno, che il dolore
mi è rimasto dentro, una mela avvelenata
che non sale né scende.
Ma come le tre sorelle, parliamo raramente
di ciò che ci tiene sveglie la notte;
come loro, ci lamentiamo di cose
che non contano davvero e parliamo
dei nostri piaceri e del futuro:
ci diciamo che i salici
sono precoci quest'anno, velati di verde.


Cose

Ciò che è successo è che siamo diventati soli
vivendo tra le cose,
così abbiamo dato all'orologio un quadrante,
alla sedia uno schienale,
al tavolo quattro gambe robuste
che non soffriranno mai la fatica.

Abbiamo dotato le nostre scarpe di linguette
lisce come le nostre
e le abbiamo infilate dentro campanelli
per poter ascoltare
il loro linguaggio emotivo,

e poiché amavamo i profili aggraziati
la brocca ha ricevuto un labbro,
la bottiglia un collo lungo e sottile.

Persino ciò che era al di là di noi
è stato rimodellato a nostra immagine;
abbiamo dato alla campagna un cuore,
alla tempesta un occhio,
alla grotta una bocca
per poter entrare in salvo.


(traduzioni a cura di Sergio Albertini)

#stranieri / LONGLEY Michael (1939 - 2025)

Michael Longley  (Belfast, 27 luglio 1939 – Belfast, 22 gennaio 2025) è stato un poeta britannico naturalizzato irlandese. Longley è figlio ...