lunedì 6 aprile 2026

#stranieri / LEVINE Philip (1928 - 2015)

 

Philip Levine 
(Detroit, 10 giugno 1928 – Fresno, 14 febbraio 2015) è stato un poeta statunitense.
Philip Levine nacque in una famiglia ebrea a Detroit. Dopo la laurea alla Wayne State University nel 1950 iniziò a lavorare nelle industrie di Chevrolet e Cadillac.
Tra il 1963 e il 2016 pubblicò oltre una ventina di raccolte poetiche e due volumi di traduzioni delle opera di Gloria Fuertes e Jaime Sabines.
Per la sua raccolta Ashes: Poems New and Old vinse il National Book Award e il National Book Critics Circle Award. Nel 1991 vinse il suo secondo National Book Award per What Work Is, mentre nel 1995 vinse il Premio Pulitzer per la poesia per The Simple Truth. Nel 2011 fu il poeta laureato degli Stati Uniti.
Fu sposato con Patty Kanterman dal 1951 al 1953 e con Frances J. Artley dal 1954 alla morte.

Una storia

Chiunque ama una storia. Cominciamo con una casa.
La possiamo riempire di stanze ordinate e riempire le [stanze
di cose – tavoli, sedie, madie, cassetti
chiusi a celare minuscoli lettini dove i bambini un tempo [dormivano
o grandi cassetti aperti in uno sbadiglio a rivelare
indumenti piegati con cura lavati fino alla consunzione,
mai indossati, stantii nell’attesa di essere logorati.
Ci dovrà essere una cucina, e la cucina
dovrà avere una stufa, forse una di ferro, grande
con un grosso tubo nero che svanisce nel soffitto
fino a raggiungere il cielo ed esalarvi odori e complicità.
Questo era il centro della vita di qualsiasi famiglia
si trovasse qui, questo e l’acquaio ingiallito
intorno allo scarico dove l’acqua, sporca o pulita,
scorreva senza spiegazione, un po’ come il punto
di tutto questo, la storia che abbiamo promesso e ancora [potremmo riuscire a raccontare.
Non fraintendiamo, qui c’era una famiglia. Vedete
il sentiero scavato nel linoleum dove il legno,
grigio, di pino certamente, si intravede.
Il padre se ne stava lì, in piedi nel mezzo della propria vita
a invocare un cielo che immaginava certo in ascolto
sopra il tetto. E quando nessuno rispondeva
si può ancora vedere il punto in cui il tallone premeva [ancora
e ancora, anche se gli era stato insegnato
a non chiedere mai. Non che la vita fosse troppo crudele;
avevano per prima cosa acqua di pozzo da pompare,
una stufa che scaldava, una madre presso l’acquaio
tutto il giorno intenta a osservare nostalgica
il punto in cui la foresta una volta raccoglieva i versi
di orsi appena nati – anch’essi una famiglia – e canti
di uccelli fuggiti tanto tempo fa quando il fitto del bosco si [era arreso
un albero alla volta, all’arrivo dei taglialegna
coi loro thermos di caffè bollente. Il punto logoro del [davanzale
é quello su cui Mamma appoggiava la testa quando nessuno la vedeva,
quei due orli macchiati erano punti d’appoggio per le [mani
su cui lei contava; non l’hanno mai tradita.
Dov’è adesso? Pensi di avere diritto
a sapere tutto? Figli abbastanza piccoli
da stare in una madia, abbastanza grandi da avere stanze
tutte per sé e poi abbandonarle, il padre
con la destra alzata contro il cielo?
Se sono domande troppo personali, allora dicci,
dove sono i boschi? Devono esserci stati,
l’intero continente era coperto d’alberi.
L’abbiamo letto tutti a scuola e lo davamo per vero.
Eppure tutto ciò che vediamo sono case, file e file
di case fin dove arriva lo sguardo, e dove lo sguardo [svanisce
nel nulla, nel mondo nuovo che nessuno ha visto,
ci dev’essere più che polvere, particelle portate dal vento
di terra ardente, la terra che abbiamo perduto, e niente altro.

*

Suite di Dearborn

1

Di mezza età, sommamente annoiato
dalla propria moglie, un lavoro che odia,
in preda all’insonnia, si alza
dal letto e gira per la sua magione
in vestaglia e ciabatte, chiedendosi
se questo è proprio tutto ciò
che occorre per diventare Henry Ford,
l’uomo che ha creato
il mondo moderno. I cieli
sopra la grande fabbrica sul Rouge
sono neri di fuliggine, senza stelle,
il mondo intero . senza stelle adesso, tutto
perch. . stato lui a renderlo
a sua immagine, gratificazione non da poco.

2

Lunedì arriva come di dovere, con una pallida
luna che affonda dietro gli olmi.
Ci dicevano che un’alba nuova
era in arrivo, magari trattenuta
dal traffico sul Grand Boulevard
o da Henry, il signore di Dearborn
che disdegna di condividere la luce
con i non illuminati tra di noi.
Questo accadeva sessant’anni fa.
Il giorno arrivò, un sole debole
e tuttavia reale,
la sua luce torbida a inondare
muri, finestre, palpebre mentre
la buona vecchia luna si abbandonava al sonno.

3

Da ragazzo conoscevo questi campi
colmi di phlox selvatica ad aprile,
in cui di notte la volpe dalla coda rossa
arrivava a cacciare e l’assiolo
solcava l’aria in un improvviso balzo
assassino. Amavo quel mondo
coi suoi piccoli boschi a trattenere
la propria oscurità e i laghi fermi,
limpidi come ghiaccio, che trattenevano le stelle
ogni notte fino all’aprirsi dell’alba
su lotti di terra picchettati,
identificati e nominati, fienili e stalle,
case bianche dagli occhi serrati
contro l’intrusione di sguardi altrui.

4

L’inferno è qui in fonderia
dove le presse giganti stampano
parti di carrozzeria e l’odore
della pelle che brucia ci si insinua
nei capelli e sotto le unghie.
Il vecchio, Re Henry, timbra
il turno di notte assieme a noi,
i suoi amati negri ed ebreucci,
per lavorare fino a quando le finestre frantumate
ingrigiranno. C’è una giustizia
dopotutto, c’è un inno luminoso
per l’occasione, qualcosa
di triste e familiare, con parole che noi tutti
cantiamo, come Time on My Hands.

traduzione di Giuseppe Strazzeri (Mondadori, 2015)

*

Detroit, una fabbrica abbandonata

I cancelli incatenati, la recinzione di filo spinato è lì
come un’autorità di metallo contro la neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero, di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro menti.

Al di là, attraverso le finestre rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo e l’altro
e così, sospese nell’aria, restano prese
al margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si contano i raggi
che il movimento sfuocava, i montanti che l’inerzia
combatteva,

e si calcola la perdita del potere del potere umano,
lento ed esperto, la perdita di anni,
il graduale declino della dignità.
Uomini vivevano in queste fonderie, ora dopo ora;
nulla di ciò che hanno forgiato è sopravvissuto agli
ingranaggi arrugginiti
che sarebbero potuti servire a macinare il loro elogio.

Traduzione di Claudio Bellinzona



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