Philip Levine (Detroit, 10 giugno 1928 – Fresno, 14 febbraio 2015) è stato un poeta statunitense.
Philip Levine nacque in una famiglia ebrea a Detroit. Dopo la laurea alla Wayne State University nel 1950 iniziò a lavorare nelle industrie di Chevrolet e Cadillac.
Tra il 1963 e il 2016 pubblicò oltre una ventina di raccolte poetiche e due volumi di traduzioni delle opera di Gloria Fuertes e Jaime Sabines.
Per la sua raccolta Ashes: Poems New and Old vinse il National Book Award e il National Book Critics Circle Award. Nel 1991 vinse il suo secondo National Book Award per What Work Is, mentre nel 1995 vinse il Premio Pulitzer per la poesia per The Simple Truth. Nel 2011 fu il poeta laureato degli Stati Uniti.
Fu sposato con Patty Kanterman dal 1951 al 1953 e con Frances J. Artley dal 1954 alla morte.
Una storia
Chiunque ama una storia. Cominciamo con
una casa.
La possiamo riempire di stanze ordinate e riempire le
[stanze
di cose – tavoli, sedie, madie, cassetti
chiusi a
celare minuscoli lettini dove i bambini un tempo [dormivano
o
grandi cassetti aperti in uno sbadiglio a rivelare
indumenti
piegati con cura lavati fino alla consunzione,
mai indossati,
stantii nell’attesa di essere logorati.
Ci dovrà essere una
cucina, e la cucina
dovrà avere una stufa, forse una di ferro,
grande
con un grosso tubo nero che svanisce nel soffitto
fino a
raggiungere il cielo ed esalarvi odori e complicità.
Questo era
il centro della vita di qualsiasi famiglia
si trovasse qui, questo
e l’acquaio ingiallito
intorno allo scarico dove l’acqua,
sporca o pulita,
scorreva senza spiegazione, un po’ come il
punto
di tutto questo, la storia che abbiamo promesso e ancora
[potremmo riuscire a raccontare.
Non fraintendiamo, qui c’era
una famiglia. Vedete
il sentiero scavato nel linoleum dove il
legno,
grigio, di pino certamente, si intravede.
Il padre se ne
stava lì, in piedi nel mezzo della propria vita
a invocare un
cielo che immaginava certo in ascolto
sopra il tetto. E quando
nessuno rispondeva
si può ancora vedere il punto in cui il
tallone premeva [ancora
e ancora, anche se gli era stato
insegnato
a non chiedere mai. Non che la vita fosse troppo
crudele;
avevano per prima cosa acqua di pozzo da pompare,
una
stufa che scaldava, una madre presso l’acquaio
tutto il giorno
intenta a osservare nostalgica
il punto in cui la foresta una
volta raccoglieva i versi
di orsi appena nati – anch’essi una
famiglia – e canti
di uccelli fuggiti tanto tempo fa quando il
fitto del bosco si [era arreso
un albero alla volta, all’arrivo
dei taglialegna
coi loro thermos di caffè bollente. Il punto
logoro del [davanzale
é quello su cui Mamma appoggiava la testa
quando nessuno la vedeva,
quei due orli macchiati erano punti
d’appoggio per le [mani
su cui lei contava; non l’hanno mai
tradita.
Dov’è adesso? Pensi di avere diritto
a sapere
tutto? Figli abbastanza piccoli
da stare in una madia, abbastanza
grandi da avere stanze
tutte per sé e poi abbandonarle, il
padre
con la destra alzata contro il cielo?
Se sono domande
troppo personali, allora dicci,
dove sono i boschi? Devono esserci
stati,
l’intero continente era coperto d’alberi.
L’abbiamo
letto tutti a scuola e lo davamo per vero.
Eppure tutto ciò che
vediamo sono case, file e file
di case fin dove arriva lo sguardo,
e dove lo sguardo [svanisce
nel nulla, nel mondo nuovo che nessuno
ha visto,
ci dev’essere più che polvere, particelle portate dal
vento
di terra ardente, la terra che abbiamo perduto, e niente
altro.
*
Suite di Dearborn
1
Di mezza età, sommamente
annoiato
dalla propria moglie, un lavoro che odia,
in preda
all’insonnia, si alza
dal letto e gira per la sua magione
in
vestaglia e ciabatte, chiedendosi
se questo è proprio tutto
ciò
che occorre per diventare Henry Ford,
l’uomo che ha
creato
il mondo moderno. I cieli
sopra la grande fabbrica sul
Rouge
sono neri di fuliggine, senza stelle,
il mondo intero .
senza stelle adesso, tutto
perch. . stato lui a renderlo
a sua
immagine, gratificazione non da poco.
2
Lunedì arriva come di dovere, con una
pallida
luna che affonda dietro gli olmi.
Ci dicevano che
un’alba nuova
era in arrivo, magari trattenuta
dal traffico
sul Grand Boulevard
o da Henry, il signore di Dearborn
che
disdegna di condividere la luce
con i non illuminati tra di
noi.
Questo accadeva sessant’anni fa.
Il giorno arrivò, un
sole debole
e tuttavia reale,
la sua luce torbida a
inondare
muri, finestre, palpebre mentre
la buona vecchia luna
si abbandonava al sonno.
3
Da ragazzo conoscevo questi campi
colmi
di phlox selvatica ad aprile,
in cui di notte la volpe dalla coda
rossa
arrivava a cacciare e l’assiolo
solcava l’aria in un
improvviso balzo
assassino. Amavo quel mondo
coi suoi piccoli
boschi a trattenere
la propria oscurità e i laghi fermi,
limpidi
come ghiaccio, che trattenevano le stelle
ogni notte fino
all’aprirsi dell’alba
su lotti di terra
picchettati,
identificati e nominati, fienili e stalle,
case
bianche dagli occhi serrati
contro l’intrusione di sguardi
altrui.
4
L’inferno è qui in fonderia
dove
le presse giganti stampano
parti di carrozzeria e l’odore
della
pelle che brucia ci si insinua
nei capelli e sotto le unghie.
Il
vecchio, Re Henry, timbra
il turno di notte assieme a noi,
i
suoi amati negri ed ebreucci,
per lavorare fino a quando le
finestre frantumate
ingrigiranno. C’è una giustizia
dopotutto,
c’è un inno luminoso
per l’occasione, qualcosa
di triste e
familiare, con parole che noi tutti
cantiamo, come Time on My
Hands.
traduzione di Giuseppe Strazzeri (Mondadori, 2015)
*
Detroit, una fabbrica abbandonata
I cancelli incatenati, la recinzione di
filo spinato è lì
come un’autorità di metallo contro la
neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle
stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero,
di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro
menti.
Al di là, attraverso le finestre
rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo
e l’altro
e così, sospese nell’aria, restano prese
al
margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si
contano i raggi
che il movimento sfuocava, i montanti che
l’inerzia
combatteva,
e si calcola la perdita del potere del
potere umano,
lento ed esperto, la perdita di anni,
il graduale
declino della dignità.
Uomini vivevano in queste fonderie, ora
dopo ora;
nulla di ciò che hanno forgiato è sopravvissuto
agli
ingranaggi arrugginiti
che sarebbero potuti servire a
macinare il loro elogio.
Traduzione di Claudio Bellinzona
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