Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.
Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura.
Era figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile, e di Weronica (nata Kuna), discendente da un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di espressione francese Oscar Vadislas de Lubicz Milosz.
Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell'Impero russo, Czesław Miłosz frequentò le scuole superiori e l'università a Vilnius, oggi in Lituania, ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario "Zagary", fece il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavorò per la radio polacca e continuò il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggevano la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Unione Sovietica. Passò la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa clandestina.
Dopo la guerra, diventò addetto culturale all'ambasciata polacca a Washington e successivamente, nel 1951, a Parigi. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un'élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esitò a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiese asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegnò letteratura polacca, continuò la propria opera poetica, dedicandosi parallelamente all'attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca nell'ambito anglo-americano e successivamente europeo. Nel 1969 scrisse e pubblicò, in America, una poderosa Storia della Letteratura Polacca: aggiornata, per l'edizione italiana, sino all'epocale avvento di Solidarnosc, ha rinnovato, con geniale intento didattico, lo studio sui contenuti di questa mirabile fioritura dell'umano spirito creatore.
Nel 1980 gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell'uomo in un mondo di duri conflitti.» (Motivazione del premio Nobel per la letteratura)
Nello stesso anno, gli operai di Solidarność trascrissero brani di una sua poesia ai piedi del monumento a Danzica dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia durante gli scioperi del 1970.
Nel 1993 ricevette il Premio Grinzane Cavour.
Il suo corpo è sepolto, insieme ad altri famosi scrittori e artisti polacchi, nella chiesa di San Michele Arcangelo e San Stanislao (Skałka) a Cracovia.
Saggista e poeta
In ambito saggistico, Czesław Miłosz contribuì al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell'ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Czesław Miłosz affrontò il complesso rapporto tra letteratura e società nell'ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evocò e analizzò tanto l'adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell'intellettuale dissidente diffusasi nell'ambiente europeo filo-comunista, Czesław Miłosz ritrasse la condizione divisa dell'individuo all'interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il "ketman") basata sulla dissimulazione e sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall'uscita, il saggio-romanzo offrì una prospettiva critica inedita sulla libertà umana e una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d'Europa.
Influenze
In un dialogo sulla letteratura con Iosif Brodskij, realizzato nel 1989 e pubblicato nel 2001 sulla rivista Zeszyty Literackie, parlando degli scrittori che l'hanno influenzato, Czesław Miłosz dice: «E poi l'influenza, una forte influenza del mio cugino francese Oscar Milosz. Aveva scritto in maniera stupefacente il suo primo trattato metafisico nel 1916, conoscendo lo sviluppo delle teorie di Einstein (...) se non sbaglio pubblicate nella sua prima versione proprio in quello stesso anno. Lui credeva che la teoria della relatività aprisse le porte di una nuova era di armonia tra la scienza, la religione e l'arte. Per il semplice motivo che il mondo newtoniano è per principio contrario all'immaginazione, all'arte, alla religione. Io perciò seguii quella traccia e constatai con stupore che erano idee prossime a William Blake, che, anche se ovviamente non poteva sapere nulla della relatività, aveva fatto nascere le proprie teorie nella fisica. E anche Goethe, in una sorta di ribellione istintiva contro la via intrapresa dalla scienza ottocentesca (...) Una questione fondamentale è che per Newton lo spazio era stabile e obiettivo, invece per la fisica contemporanea e anche per Oscar Milosz, una cosa simile non può esistere perché tutto è un unicum di moto, materia, tempo e spazio.»
Opere tradotte in italiano
La mente prigioniera, trad. di Olga Ceretti Borsini, Martello, Milano, 1955; trad. di Giorgio Origlia, Adelphi, Milano, I ed. 1981
Europa familiare , trad. di Riccardo Landau, Silva, Milano, 1961
La fodera del mondo, a cura di Valeria Rossella, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966
Il castigo della speranza : 20 poesie, a cura di Pietro Marchesani, All'insegna del pesce d'oro, Milano, 1981
Il poeta ricorda : 24 poesie, a cura di Pietro Marchesani, introduzione di Josif Brodskij, Libri Scheiwiller, Milano, 1981
Czesław Miłosz racconta Czesław Miłosz, a cura di Aleksander Fiut, CSEO Biblioteca, Bologna, 1983
Storia della letteratura polacca. Bologna, 1983
Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, I ed. 1983
La mia Europa, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1985
La terra di Ulro, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2000
Il cagnolino lungo la strada, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2002
Abbecedario, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2010
Trattato poetico, trad. di Valeria Rossella, Adelphi, Milano, 2011
La testimonianza della poesia : sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano, 2013
Scadenze
Tutto trascorso, tutto dimenticato,
sulla terra solo fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e l’alba della condanna esce dai mari.
Tutto trascorso, tutto dimenticato,
è dunque ora che tu sorga e corra,
anche se ignoti lo scopo e la sponda,
tu vedi solo che il fuoco brucia il mondo.
Ed è ora di odiare ciò che amavi,
e di amare ciò che hai odiato
e di calpestare i volti di chi ha scelto
la bellezza silenziosa.
Per il deserto, il viale, le forre dei muti
− dove il vento ogni voce trasforma in sussurro
o in sonno pesante con la testa all’indietro −
andare. Allora... Allora tutto era in me
grido e richiamo. Col grido e il richiamo
mi lacerava il germoglio di nere primavere.
Basta. Basta. Eppure non si è trattato d’un sogno.
Nessuno sa nulla di te. Il vento soffia così sui fili.
È dunque ora. Io ho amato questa terra tanto
quanto nessuno sa farlo in epoca migliore,
quando sono felici i giorni e quiete le notti,
quando sotto l’arco dell’aria, sotto il portone
delle nubi cresce questa grande alleanza
di forza e fede.
Ora devi chiudere forte gli occhi,
perché monti, città e acque si accatastano,
e ciò che durava schiacciato − precipiterà in avanti,
ciò che andava avanti − cadrà all’indietro.
Sì, solo chi aveva il sangue più caldo degli altri
si ergerà sulla mandria di teste d’oro al galoppo
e con un grido volgerà in basso la spada aguzza.
Passato, passato, nessuno ricorda le colpe,
solo gli alberi come àncore gettate nel cielo,
gli armenti scorrono giù dai monti, hanno coperto le vie,
girano i raggi delle ruote, il fumo ci avvolge.
Verso la fine del ventesimo secolo
Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio,
dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi,
dopo conquiste, perdite e recuperi,
sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo
e guarire la propria vita pensando intensamente alle cose conosciute,
così intensamente che il tempo non potrà sottrarre luoghi e persone
e tutto durerà più vero di com’era.
Senza capire la provenienza degli anni di estasi e tormento,
accettando la propria sorte e implorandone un’altra,
non ho avuto indulgenza con me stesso, ho stretto le labbra.
Orgoglioso di una sola, a me nota, virtù:
lo sferzarmi con una disciplina dalle molte braccia.
Ricomincio continuamente da capo, perché ciò che dispongo in racconto
si rivela una finzione, comprensibile per gli altri, non per me,
e il desiderio di verità mi rende disonesto.
Allora penso ai precetti dello stile alto
e alle persone che non sono mai state necessarie.
Come pure al fatto che da una vita intera mi inganna la speranza.
Speranza
La speranza c’è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro.
Se guardassimo meglio e più saggiamente
Un nuovo fiore ancora e più d’una stella
Nel giardino del mondo scorgeremmo.
Taluni dicono che l’occhio c’inganna
E che non c’è nulla, solo apparenza.
Ma proprio questi non hanno speranza.
Pensano che appena l’uomo volta le spalle
Il mondo intero dietro a lui più non sia,
Come da mani di ladro portato via.
Ars poetica?
Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.
da Poesie (trad. di P. Marchesani, Adelphi, 1983)

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