Natasha Trethewey (Gulfport, 26 aprile 1966) è una poetessa statunitense.
Natasha Trethewey nacque in Mississipi, figlia del canadese Eric Trethewey e dell'afroamericana Gwendolyn Ann Turnbough; la coppia era originaria dell'Ohio, ma dovette trasferirsi in Mississippi dato che nel loro Stato d'origine i matrimoni interrazziali erano illegali I genitori divorziarono quando Natasha aveva sei anni e tredici anni dopo la madre Gwendolyn Ann Turnbough fu uccisa dal suo ex secondo marito poco dopo il divorzio.
La Trethewey studiò letteratura inglese all'Università della Georgia, scrittura creativa all'Hollins University e poesia all'Università del Massachusetts. Tra il 2000 e il 2018 ha pubblicato sei raccolte di poesia – incluso il romanzo epistolare in versi Bellocq's Ophelia – e per la sua opera Native Guard ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia nel 2007. Tra il 2012 e il 2013 ha mantenuto la carica di poeta laureato degli Stati Uniti.
È sposata con lo storico Brett Gadsden.
Opere di Poesia
Domestic Work, 2000
Bellocq's Ophelia, 2002
Native Guard, 2006
Beyond Katrina: A Meditation on the Mississippi, 2010
Thrall, 2012
Monument: Poems New and Selected, 2018
La Ofelia di Bellocq
da una fotografia. /912 circa
Nel dipinto di Millais, Ofelia muore a faccia in su
occhi e bocca spalancati come se stesse pronunciando
le sue ultime parole o esalando l'ultimo respiro, fiori e canneti
spuntano dallo stagno, e fluttuano sulla superficie
attorno a lei. La giovane donna che posò
giacque immersa in una vasca per ore, tremando,
raffreddandosi, forse immaginando pesci
intrappolati nei suoi capelli o che mangiucchiavano un neo scuro
comparso sulla sua bianca pelle. L'ultimo sguardo di Ofelia
e' rivolto al cielo, con le mani ripiegate verso l'alto
come se avesse appena detto, Prendimi.
Penso a lei quando guardo le foto di Bellocq -
una donna messa in posa su un divano di vimini, con i capelli
sparsi attorno. Attorno a lei, fiori -
sul cuscino, sul folto tappeto. Persino
i difetti di questa vecchia fotografia risplendono
come gigli d'acqua da una parte all'altra della coscia.
Quanto tempo ha resistito là dentro, quest'altra
Ofelia, abitante senza nome di Storyville,
nuda, i suoi capezzoli esposti, turgidi dal freddo.
La piccola collina del suo ventre, i peli chiari
del pube - queste cose - il suo corpo
lì per essere colto. Ma nel suo volto, una sfida.
Fissando la macchina fotografica, sembra cogliere
ogni movimento delle sue esili membra
e trattenerlo in quegli occhi dalle palpebre pesanti.
Il suo corpo afflosciato come quello di Ofelia morta,
le sue labbra in posa nell' atto di aprirsi, per parlare.
Marzo 1911
Mi turba pensare che son fatta
per questo lavoro - spettacolo e feticcio-
una pallida odalisca. Ma poi ricordo
la mia istruzione di un tempo -l'infanzia - come
mia madre m'insegnava a fare l'inchino e a starmene
immobile per compiacere un uomo bianco, mio padre.
Per lui imparai a modellare i miei gesti,
provavo nuove espressioni sul mio volto plasmabile.
Poi, presi l'arsenico - ingoiai delle pillole
per mantenermi chiara, bianca scolorita come la pietra.
Più bianca ancora, sono la silhouette rovesciata
sullo sfondo nero dove poso, ora,
per le fotografie, di un uomo di nome Bellocq.
Viene spesso, paga il tempo che gli serve per guardare
attraverso il suo obiettivo. Sembra che io possa star seduta per ore,
e sopportare quell'occhio distante che sposta su di me,
perdermi in fantasticherie, in cui per lo più penso
a te: a come fossi una bambola nelle tue mani
mentre mi spazzolavi e lisciavi i capelli, meravigliandomi
di come i denti del pettine - le tue dita - potessero infilarsi
come se stessero setacciando la farina bianca. Anche allora,
potevo perdermi, il mio viso - ogni gesto - si spostava
mentre sedevo davanti a te per riflettere il tuo, ben lavato
e splendente d'istruzione, le mie sopracciglia s'inarcavano,
soffermandosi su ogni cosa nuova che insegnavi. Lì
a scuola, potevo dimenticare l'altra mia vita fatta di lavoro:
il bucato, i ferri da stiro e le lenzuola umide, l'esplosione
del vapore davanti al viso; o la stagione del raccolto,
ingobbita sui campi - un mare di cotone,
bianco come l'oblio - dove sprofondavo
e svanivo. Ora sono davanti alla macchina fotografica,
aspetto che la fotografia mi mostri chi sono.
Ottobre 1911
Proprio l'altro giorno, mi sono immaginata
come una donna di società, come te,
con vestiti rispettabili da passeggio -
un nastro nuovo sul mio cappello di paglia bianco,
la mia giacca di lino bianco lavata
e stirata, un modesto pezzetto di percalle
sul colletto. Così agghindata, mi avventurai fuori,
oltre i confini del quartiere,
per fare la mia parte di buone azioni, recar
visita al sanatorio ad una sorella ammalata,
il suo corpo invaso dallo spettro invisibile
del nostro lavoro. Bellocq mi ha incontrata qui,
ha sistemato la sua macchina di fronte a questa scena:
una donna in piedi in mezzo ali 'inquadratura,
e distante sulla destra, a malapena nell'immagine,
ciò che potrebbe diventare - quella malata
che donne, la tenda dell' ospedale tirata indietro,
solo a mostrarne il volto, scollegato
dal corpo che ha cominciato a perdere.
Sulla sinistra, vestaglie vuote appese
alla porta. E oltre quella porta,
ciò che non si può vedere.
Più tardi, finita la visita,
camminai fuori nella luce del luminoso pomeriggio, il sole
pungente, che erode ogni cosa - il mio viso
il viso che un uomo ha riconosciuto.
(E qui esito a dirtelo -) fui scortata
alla stazione di polizia, colpevole di essere
dove non mi era permesso stare, una donna
notoriamente abbandonata alla dissolutezza.
Lì, ho posato per un altro obiettivo, ho sopportato
indecenze che non posso descrivere.
Non vedrai quelle fotografie -
il belletto imbrattato sul mio viso,
i capelli sciolti e scompigliati - un doppio
la cui faccia aborrisco ma che devo affrontare.
Ora so che se scegliamo di conservare
una parte di quel che ci siamo lasciati alle spalle,
dobbiamo prendere il tutto, tenere ogni momento
in alto sotto la luce come in una fotografia -
questa foto che ti mando del mio buon lavoro,
un ritratto modesto per mia madre,
che è pure la mia rozza immagine in un file di polizia.

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