Galway Kinnell (Providence, 1º febbraio 1927 – Sheffield, 28 ottobre 2014) è stato un poeta statunitense.
Fin dalla prima raccolta, Che regno era (What a Kingdom It Was, 1960), la sua poesia di mistico moderno fissa il percorso simbolico di una esistenza divisa fra sofferenza notturna e l'idillio del giorno, tra l'adesione al mondo materiale, sociale, contemporaneo, e l'immersione nella tenebra. In Poesie della notte (1968) e Il libro degli incubi (The Book of Nightmares, 1971) l'ansia di conciliare gli opposti, mai appagata in Kinnell, trova precisi modelli formali nella ricerca alchemica - nella metafora del fuoco rigeneratore - e nel processo onirico, che coinvolgono la scrittura in uno scomporsi e ricrearsi di nuove strutture lessicali.
Artista dai molti maestri (Walt Whitman, Gerard Manley Hopkins, William Butler Yeats, Pablo Neruda, Yves Bonnefoy, da lui tradotto, come anche François Villon) e dal lungo apprendistato, Kinnell è stata una delle voci più forti ed inquietanti della poesia americana contemporanea.
Ottenne il Premio Pulitzer per la poesia nel 1983 per l'opera Selected Poems.
Opere principali
What a Kingdom It Was, (1960)
Flower Herding on Mount Monadnock, (1964)
Body Rags, (1968)
The Book of Nightmares, (1973)
The Avenue Bearing the Initial of Christ into the New World: Poems 1946-64 (1974)
Mortal Acts, Mortal Words, (1980)
After Making Love We Hear Footsteps, (1980)
Blackberry Eating, (1980)
Selected Poems, (1982)
How the Alligator Missed Breakfast, (1982)
The Fundamental Project of Technology, (1983)
The Past, (1985)
When One Has Lived a Long Time Alone, (1990)
Three Books, (2002)
Imperfect Thirst, (1996)
A New Selected Poems, (2001)
Strong Is Your Hold, (2006)
Aspetta
Aspetta, per adesso.
Diffida di
tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato
ovunque, fino a adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente
interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si
farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si
faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente
graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di
altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa:
quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi
siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è
fedeltà al vecchio.
Aspetta.
Non andare troppo
presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco
abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di
capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di
nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola
volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta
dalle pene, recitare se stessa fino al completo esurimento.
da Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. E. Biagini
*
Il fuoco di olivo
Quando Fergus si svegliava di notte
piangendo
lo portavo dalla sua culla
alla sedia a dondolo e
sedevo tenendolo tra le braccia
davanti al fuoco d’un olivo
millenario.
Qualche volta, per ragioni che non ho mai saputo e
che
lui ha dimenticato, anche dopo il biberon i lacrimoni
continuavano
a scendere sulle sue grandi guance
– la guancia sinistra sempre
più lucente della destra –
e sedevamo, alcune notti per ore,
dondolandoci
alla luce che si diffondeva dall’antico legno,
e
ci tenevamo l’un l’altro contro l’oscurità,
la sua appena
poco indietro e lontana nel futuro,
la mia che immaginavo tutta
intorno.
Una di queste volte, mezzo addormentato io
stesso,
credetti d’aver sentito un grido
– un aviatore che
urlava in orrore
mentre buttava fuoco su chi o cosa non
sapeva,
oppure un bimbo incendiato in quel modo –
e mi
drizzai in allarme. Il fuoco d’olivo
bruciava a fiamma bassa.
Nelle mie braccia stava Fergus,
profondamente addormentato, la
guancia sinistra luccicante, Dio.
*
L'ORSO
1
A fine inverno
mi capita di
intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve
vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il
naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.
2
Appuntisco la costola di un
lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso
che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.
E quando è sparita
mi metto sulle
tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi
imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.
Allora parto
di corsa, seguo le
chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie
scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui
graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per
superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi
in avanti con i coltelli da orso in pugno.
3
Il terzo
giorno comincio ad aver fame,
all’imbrunire mi chino come sapevo
che avrei fatto
su una merda imbevuta di sangue,
esito, la
raccolgo,
me la ficco in bocca e la mando giù,
mi alzo
e
riprendo a correre.
4
Il settimo giorno,
ormai mi
sostentavo solo del sangue dell’orso,
scorgo il cadavere
capovolto, lontano avanti a me,
un’arruffata carcassa
fumante
con la pesante pelliccia che si increspa al vento.
Lo raggiungo
e guardo gli occhi
piccoli, vicini,
il muso sgomento
riverso sulla spalla, le
narici
dilatate, che forse
hanno percepito il primo sentore di
me
mentre moriva.
Gli squarcio
una forra nella coscia
e mangio e bevo,
lo squarto da cima a fondo
lo apro e ci entro
dentro
e me lo chiudo addosso, contro il vento,
e dormo.
5
E sogno
di trascinarmi
esangue
sulla tundra,
pugnalato due volte da
dentro,
lasciandomi dietro una scia di sangue,
sangue che
sgorga comunque, a dispetto di dove, come mi muovo,
di qualsiasi
parabola di trascendenza orsina,
di qualsiasi danza di solitudine
accenni,
qualsiasi balzo artigliato dalla gravità,
qualsiasi
arrancare, qualsiasi grugnire.
6
E poi un giorno barcollo e
cado—
cado su questo
ventre che ce l’ha messa tutta a
resistere,
a digerire il sangue che gli colava dentro,
a
dissolvere
e digerire l’osso stesso: e adesso il vento
soffia
accarezzandomi, soffia via
i rutti ripugnanti di sangue d’orso
mal digerito
e di stomaco marcio
e il normale, orribile odore
di orso,
soffia sulla
mia lingua pesta e
ciondolante una canzone
o un urlo, finché non penso che mi devo
alzare
a ballare. E giaccio immobile.
7
Mi risveglio, penso. I fuochi
fatui
riappaiono, le oche
di nuovo in formazione sulla rotta di
volo.
Nella sua grotta sotto la neve vecchia la mamma-orso
giace,
lecca
pelo raggrumato
e occhi lacrimosi facendone forme
con
la lingua. E avanti con un
passo arrancante di zampa pelosa,
e
un altro portato grugnendo,
e un altro,
un altro,
il resto
dei miei giorni li passo
vagando: divagando
su cosa,
comunque,
fosse quell’infuso viscoso, quel gusto rancido di
sangue, quella poesia, di cui vivevo.

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