«Ma io i ricordi / non li amo» scriveva Giorgio Caproni nel Congedo del viaggiatore cerimonioso. Un sentimento paradossale in quanto parole così nette chiudono una lunga rievocazione di figure del passato. Anch’io non amo particolarmente i ricordi, tanto più se aromatizzati dall’ingannevole spezia della nostalgia, ma, quando, invece del «vino» che – dice sempre Caproni – «aizza la memoria», mi viene offerta un’occasione o un’esca come questo libretto, l’afferro o, come certi pesci delle favole, abbocco all’amo. Le versioni da Catullo che s’incontrano nelle pagine che seguono mi riportano alla memoria i miei primi incontri con l’autore del Liber. Ricordi che, in quanto tali valgono assai poco se non come frammenti documentari di un’epoca, ma che forse possono fare da controcanto alla ricca Postfazione del traduttore. Dopo alcune fuggevoli letture al liceo, Catullo era l’argomento del corso di Letteratura latina tenuto da Francesco Della Corte, che, aveva appena pubblicato, agli inizi del 1976, Personaggi catulliani presso La Nuova Italia. L’affabilità del tono espositivo con cui affrontava questioni filologiche, scansioni metriche, aspetti storici e spiegava le passioni e le pene d’amore, le parole oscene e le invettive del poeta latino, contrastava con l’atmosfera genovese di quel tempo. Nei miei anni universitari Genova era infatti una città livida e cupa (ne è una trasfigurazione letteraria Il filo dell’orizzonte di Antonio Tabucchi): la crisi stava investendo i settori industriali portanti della città; il centro storico, destinato a una fatiscenza che pare irreversibile, era devastato dall’arrivo dell’eroina e dal suo seguito di criminalità; l’Autonomia già rivelava, con aspetti maneschi, un volto truce; il cosiddetto Movimento del ’77 non era affatto gioioso ma aggressivo e impelagato in mille distinguo; mentre alcuni docenti di fama più o meno chiara coltivavano il sogno della rivoluzione armata. Per dare un’idea dell’aria che allora si respirava in città, basta ricordare due date: l’8 giugno 1976, quando il procuratore Coco e i due agenti della scorta furono uccisi in una via, Salita Santa Brigida, a poche centinaia di metri dall’Università; e il 24 gennaio 1979, quando l’operaio Guido Rossa fu assassinato dalle BR. Per uno che, come me, era incline alla malinconia, non coltivava, colpevolmente inetto, sogni di rivolta e che, soprattutto, doveva trovare il modo di pagarsi gli studi, tutto questo era un valido motivo per «fare parte per sé stesso» e tenersi lontano da quella che gli appariva una «compagnia malvagia e scempia». A farmi compagnia – e chi vuole scandalizzarsi faccia pure – bastavano un paio d’amici e i libri. E tra, questi, appunto le poesie di Catullo, oggi in parte ritrovate e rilette nella bella e mordace versione di Raffaeli. Che mi pare si caratterizzi soprattutto per la sua decisa adesione al parlato e ai moduli lessicali e morfosintattici di un italiano rasoterra. Sul piano dell’ordine della frase, la preferenza va a inversioni, anacoluti, dislocazioni e scompaginamenti delle forme standard del discorso con restaurazione, peraltro, di parallelismi che talvolta recuperano, più fedelmente di altre anodine versioni, l’anda-mento dell’originale. È il caso dei seguenti tre versi tratti da V: «Il sole, lui sì che può tramontare e risorgere; / noi, una volta passata la breve luce, / dobbiamo dormire una sola perpetua notte». Già da questo esempio si può dedurre che, delle due possibili strade della modulazione della lingua, individuate dalla scuola ginevrina post-saussuriana, si sceglie quella del rafforzamento a scapito di quella della mitigazione (così è per «Ve lo schiafferò…» in XVI) spingendo, in sintonia con il modificarsi dell’italiano di quegli anni, il pedale sul trattamento ‘orale’ e materico della scrittura. Ma quale significato dare alla volontà di riproporre nel 2025 queste traduzioni? Che sia, nella congiunzione tra un tempo (i ‘Settanta’ del secolo scorso) che appare oggi remoto e un tempo (quello di Catullo) che, se è lontanissimo, sembra per tanti versi prossimo, o simile, al nostro, una scommessa con l’inesorabile passare degli anni? Forse è troppo. Meglio pensare che rileggere adesso, da vecchi o ‘diversamente giovani’, Catullo – il poeta per eccellenza della giovinezza – sia un giocare a rimpiattino col tempo che, destinato a vincere tutta la posta, consente però, con l’aiuto della scrittura, di testimoniare una continuità tra momenti diversi della propria vita e di portare un sassolino in memoria dei giorni che ci sono stati concessi e di coloro (ogni traduzione come ogni testo nasce da plurimi incontri) con cui ci siamo imbattuti, nell’avversione o nell’affetto.
(dalla Premessa di
Enrico Testa)
V.
Vivamus mea Lesbia, atque
amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus
assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel
occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia
mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda
centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum
milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne
quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
V.
Godiamoci la vita, Lesbia mia, e
l’amore
e non diamo una lira di credito a tutte
le
chiacchiere dei troppo austeri vecchi.
Il sole, lui sì che può
tramontare e risorgere;
noi, una volta passata la breve
luce,
dobbiamo dormire una sola perpetua notte.
Tu dammi mille
baci e poi altri cento e
poi ancora mille e poi ancora cento e
poi
altri mille senza fermarti e cento.
Alla fine, quando ne avremo
sommati a migliaia
scombineremo il conto per non saperlo
mai o
perché qualche invidioso non ci
tiri addosso il malocchio, a
conti fatti.
VI.
Flavi, delicias tuas Catullo,
ni
sint illepidae atque inelegantes,
velles dicere nec tacere
posses.
Verum nescioquid febriculosi
scorti diligis: hoc pudet
fateri.
Nam te non viduas iacere noctes
nequiquam tacitum
cubile clamat
sertis ac Syrio fragrans olivo,
pulvinusque
peraeque et hic et illic
attritus, tremulique quassa
lecti
argutatio inambulatioque.
Nam nil stupra valet, nihil,
tacere.
Cur? Non tam latera ecfututa pandas,
ni tu quid facias
ineptiarum.
Quare, quicquid habes boni malique,
dic nobis; volo
te ac tuos amores
ad caelum lepido vocare versu.
VI.
Flavio, se quel tuo tesoro di
ragazza
non fosse così noiosa e grossolana
a Catullo tu ne
parleresti e non potresti tacere.
La verità è che ti è entrata
nella testa
non so che puttana impestata e ti vergogni a dirlo.
Ma
che tu non dormi la notte da solo è
lì a gridarlo il letto
invano silenzioso
tutto odoroso di fiori e profumi siriaci
e il
cuscino schiacciato da entrambe le parti
e il cigolio del letto
tremante nel moto
ondulatorio e sussultorio.
Serve a niente
tacere certe imprese, a niente.
Mi chiedi perché? Se non facessi
qualche sciocchezza
non ti trascineresti dietro le reni tanto
sfiancate.
Perciò le cose belle o brutte che mi devi
dire
dimmele; voglio proprio trovarvi un posticino
in cielo a
te e a quella che ami, con i versi arguti.

Massimo Raffaeli, filologo e critico
letterario, scrive per “il manifesto”, “il Venerdì di
Repubblica” e collabora alle trasmissioni di Radio 3 Rai e della
Radio Svizzera Italiana. Ha curato edizioni, fra gli altri, di Paolo
Volponi, Primo Levi, Carlo Cassola, Mario Soldati e ha tradotto
autori della moderna letteratura francese, da Antonin Artaud, Jean
Genet, Louis-Ferdinand Céline a René Crevel e Tony Duvert. Parte
della sua produzione è raccolta in diversi volumi, tra cui: Di
senso comune. Scritti per ‘Alias’ (2021), Compagni
di via e altri scritti di letteratura (2023) e Il nostro
Pasolini (2024). Per Vydia editore ha pubblicato Marca
francese (2019), la prima traduzione italiana di Les
gradins du Heysel (Le gradinate dell’Heysel, 2025) di Pol
Vandromme e Katà leptón. Trascrizioni da Catullo, Liber
I-XXIII (collana di poesia Nereidi, 2025). Nel 2012 ha vinto il
“Premio Brancati” per la saggistica e nel 2021 il “Premio
internazionale Giorgio Orelli” alla carriera per la filologia e
critica letteraria.
Nessun commento:
Posta un commento