Enrico Testa (Genova, 1956) è un italianista e poeta italiano.
È professore ordinario di Storia della lingua italiana. Dopo il dottorato all'Università di Pavia, è stato ricercatore presso l'Università per Stranieri di Siena dal 1991 al 1998, per poi diventare nel 2000 professore associato e dal 2005 professore ordinario presso l'Università di Genova.
Ha scritto sulla novella del XV e del XVI secolo, sul romanzo Otto-Novecentesco e sulla poesia del '900, in particolare su Eugenio Montale, Giorgio Caproni (di cui ha curato il Quaderno di traduzioni), Alberto Vigevani (di cui ha curato L'esistenza. Tutte le poesie 1980-92) e Edoardo Sanguineti. Ha anche curato un'antologia della poesia italiana del secondo Novecento (Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, 2005) e presentato raccolte di Cesare Ruffato e Cesare Viviani.
Ha tradotto dall'inglese High Windows di Philip Larkin. È stato visiting professor all'Università di Aarhus in Danimarca e membro della commissione dei dottorati di ricerca presso l'Università Sorbonne Nouvelle di Parigi.
I suoi campi di ricerca sono legati allo studio del parlato in evoluzione storica, ai rifacimenti letterari a partire dalla lingua comune, all'analisi della lingua poetica e della narrativa del Novecento italiano, soprattutto su questioni di stile e in studi sul personaggio.
Poesie
Le faticose attese, Genova: San Marco dei Giustiniani, 1988
In controtempo, Torino: Einaudi, 1994
La sostituzione, Torino: Einaudi, 2001
Pasqua di neve, Torino: Einaudi, 2008
Ablativo, Torino: Einaudi, 2013
Cairn, Torino: Einaudi, 2018
L'erba di nessuno, Torino: Einaudi, 2023
sto con i nomi propri
sto per i nomi propri
di persona e
di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse
e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i
modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di
cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i
mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e
raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio
i narcisi s’interrogano l’un l’altro
i narcisi s’interrogano l’un
l’altro
assottigliandosi sempre più.
Chiedono di te
delle tue mani
della
tua figura incerta.
Nessuno li raccoglie.
Sfioriscono sullo
stelo.
Alle spalle la montagna deserta
e, azzurro e vuoto,
il
cielo di gennaio
arrivano ad uno ad uno
arrivano ad uno ad uno
— chi in
macchina extralusso
e chi lentamente a piedi —
i compagni per
la cena di classe
al ristorante sulla piazzetta.
È un incontro
evitato per anni.
Riconoscibili e irriconoscibili
mutati
nel corpo e nei suoi danni
e identici nel demone privato
che ci
agitava, ognuno, da ragazzi,
ci annusiamo prima dei saluti
come
animali in campo aperto.
Siamo quello che siamo.
Non è piú
possibile cambiare.
Durante la serata
c’è chi si
accartoccia muto sullo sfondo
chi chiede frettoloso d’andare
e
chi, verboso, estrae dalla manica
il solito stlletto
per farlo
risplendere tra le tendine scure
e i cristalli del tavolo.
Si
fa la classifica dei successi e delle sventure.
Qualcuno mostra la
foto dei figli già grandi
qualcun’altro la foto di gruppo del
’75
e fa il confronto tra ora ed allora
o conta gli assenti e
i dispersi.
Che cosa proviamo ad incontrarci?
Gioia
no, forse dolore…
Non è una sensazione sola.
Un dolceamaro
sapore
ci corre giú nella gola
da Ablativo (Einaudi, 2013)

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