venerdì 27 febbraio 2026

PAGNANELLI Remo (1955 - 1987)

 

Remo Pagnanelli 
(Macerata, 6 maggio 1955 – Macerata, 22 novembre 1987) è stato un poeta e critico letterario italiano. Dopo aver conseguito la laurea in lettere, per un breve periodo è stato docente all'Accademia di belle arti di Macerata, specializzandosi successivamente in scienze e storia della letteratura italiana all'Università di Urbino.
Molto ricco è stato il suo impegno nell'ambito della critica letteraria, documentato da innumerevoli recensioni su poeti e scrittori contemporanei e dai saggi su Montale, Sereni, Fortini, Caproni, Luzi, Giudici, Penna, Bellezza, Bertolucci, Loi, Majorino, Minore, Ramat, Volponi, Noventa e Zanzotto.
All'attività della critica letteraria ha affiancato quella della versificazione, facendo nascere scritti critici e poetici, nei quali la considerazione sull'esistenza e sull'essenza stessa della poesia si intersecano spesso con l'arte e la psicanalisi. Insieme a Guido Garufi ha curato l'antologia Poeti delle Marche e fondato la rivista Verso, conosciuta anche all'estero e al centro di un seminario all'Università di Firenze.
I suoi saggi, apparsi su riviste di settore quali Letteratura italiana contemporanea, Alfabeta, Sigma, Testuale Otto/Novecento, Prometeo, Punto di incontro e Studia, sono stati raccolti e antologizzati in Studi Critici. Poesia e Poeti italiani del secondo Novecento.
Muore suicida a Macerata il 22 novembre 1987, all'età di 32 anni.
Il corpus documentario di Remo Pagnanelli, comprendente interventi nella critica letteraria e d'arte, lettere, dattiloscritti e manoscritti, è depositato all'Archivio Bonsanti del Gabinetto scientifico-letterario G. P. Vieusseux di Firenze.

Opere di Poesia
Raccolte
Dopo, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1981.
Musica da viaggio, Antonio Olmi editore, Macerata, 1984.
Atelier d'inverno, Accademia Montelliana, Montebelluna, 1985; AnimaMundi edizioni, Otranto, 2023
Preparativi per la villeggiatura, nota di copertina di Giampiero Neri, Amadeus, Montebelluna, 1988.
Epigrammi dell'inconsistenza, a cura di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell'Arancio, Grottammare, 1992.
Le poesie, Ancona 2000
Quasi un consuntivo (1975-1987), Donzelli editore, Roma, 2017

Poesie in antologia
Poeti delle Marche, antologia, Remo Pagnanelli e Guido Garufi, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1981.
L'orto botanico, in 6 Poeti del Premio Montale - Roma 1985, prefazione di Maria Luisa Spaziani, All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1986.


*
Il vento che a notte sbatte
e mi ricede distanti sillabe e voci
del dopofesta non è più
quel fresco alitare del mare
nella stagione dove s’indora lontano
un cammeo adesso canuto: s’intiepidisce
e smotta un altro ciuffo verderame di fiato e di calore.

*
Io posseggo stasera
ogni ricchezza e le gesta
degli eroi carnevalizi
riannodo al mio capo,
ghirlande vive d’un trionfo,
perché amo, amo fino all’estenuazione
almeno questo non effimero fulgore di morte.
da Canti privati, in Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977)

*
ascolto questa voce in me
che pure addormentata
non vuol morire
e s’apre
come la gibigianna in fuga
al fuoco bianco dell’alba
irridente su tutto quel grigiore
mentre teneramente collutta col tramonto
e si lamenta l’astro esangue
che rossastramente indica
i ponti e le porte d’acqua

*
l’ultimo bagliore della mente
(che d’altronde mente), configura
gli assalti d’un unico dio.
Possiamo perderci nelle foschie
di un duello risolutore,
(con quale accanimento ci misuriamo,
con una tenacia che mai possedemmo).
L’abisso solo esalta il godimento,
esulta e insulta nel tradimento.
.
Nell’opacità che segue,
credo all’organatura retorica
del sano animismo, alla finzione
di un non sublimato onanismo.

da Quasi un consuntivo (1975-1987) [2017, Donzelli Poesia, a cura di Daniela Marcheschi]


mercoledì 25 febbraio 2026

DOPLICHER Fabio (1938 - 2003)

 

Fabio Doplicher
 (Trieste, 11 settembre 1938 – Torino, 18 settembre 2003) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano.
Trasferitosi a Roma nel 1954 dopo la morte del padre, vi ha vissuto fino al 2001, anno in cui si trasferì a Torino con la moglie, la poetessa Valeria Rossella.
Per molti anni animatore culturale, ha curato cicli di letture poetiche e convegni, la serie di manifestazioni Poesia della Metamorfosi e le relative antologie (Poesia della metamorfosi, 1984; Il pensiero, il corpo, insieme a Umberto Piersanti, 1986; Antologia europea, 1991) presso l'omonimo Centro Internazionale di Fano (attivo principalmente fra il 1982 e il 1984), alla cui fondazione ha contribuito con manifesti e programmi.
Con il Circuito Teatro e Musica ha realizzato per tre anni Il teatro dei poeti a Roma, curandone la relativa antologia (1987).
Ha fondato e diretto la rivista Stilb (1981-1983).
Ha curato, come poeta e critico, numerosi cicli sulla poesia su Radiouno in collaborazione con Mario Mattia Giorgetti (oltre 150 trasmissioni), fra il 1985 e il 1992: Poeti al microfono, La poesia nel mondo, Il mondo dei poeti, M'illumino d'immenso, Voci dal silenzio, Incontri con la poesia.
Ha pubblicato saggi critici e recensioni su numerosi giornali e riviste italiani e stranieri. È stato per sedici anni il critico della rivista teatrale Sipario'.
Le sue poesie sono state tradotte in una quindicina di lingue.
Una serie di pregevoli racconti, quasi tutti di argomento triestino e il cui nucleo originario suscitò l'interesse del noto critico Bobi Bazlen, è uscita sulla rivista Alla bottega negli anni fra il 1968 e il 1976.
Di lui Raffaele Crovi ha scritto: “Poeta colto, sensitivo, di intonazione profonda, (all’apparenza controllata, in realtà vertiginosa) e di grande vibrazione intellettuale ed esistenziale, Fabio Doplicher ci offre una straordinaria rappresentazione polifonica di un tempo, il nostro, dove crisi individuali e crisi collettive creano proiezioni visionarie”.
La dimensione corale della poesia doplicheriana è sottolineata da Ernestina Pellegrini: “Il poeta parla molto poco di se stesso e con grande pudore, rinuncia alla prima persona elegiaca, agli accenti individualistici, e fa della sua poesia lo spazio di una moltitudine”, mentre Umberto Piersanti ne evidenzia la concretezza visionaria: “Una poesia densa di “cose”: vicende anche, ma ancora di più riflessioni e percezioni. Eppure quella di Doplicher non è mai un’astratta poesia di pensiero. Anzi, si presenta come magmatica ed incandescente: il passato e il presente, la desolazione e la denuncia (mai del resto facile ed ideologica) s’incontrano con gli spazi lirici e il respiro del paesaggio.”

Opere
Poesia
Il girochiuso (Trevi, Roma, 1970)
La stanza del ghiaccio (De Luca, Roma, 1971)
I giorni dell'esilio (Lacaita, Manduria, 1975)
La notte degli attori (Carte Segrete, Roma, 1980)
La rappresentazione (Quaderni di Stilb, Roma, 1984). Premio Montale.
Curvano echi dentro l'universo (Vinelli, Foggia, 1985)
Memoria di pietra (cartella d'arte con tre xilografie di Luigi Spacal, Edizioni dell'Arancio, San Benedetto del Tronto, 1988)
I sonetti di Kiev (120 copie con incisione originale di Luciana Nespeca), Stamperia dell'Arancio, San Benedetto del Tronto, 1989
L'edera a Villa Pamphili (con 6 acqueforti di Sandro Stenico), El Bagatt, Bergamo, 1989. Introduzione di Vincenzo Guarracino.
Esercizi con la mia ombra, Caramanica, Marina di Minturno, 1995. Introduzione di Dante Della Terza.
Compleanno del millennio, Nino Aragno Editore, Torino, 2001. Postfazione di Alberto Bertoni. Premio San Pellegrino.
El sburto, Circolo Culturale di Meduno, 2003. Introduzione di Giovanni Tesio.
Viagiar a casa mia, Caramanica, Marina di Minturno, 2005 (post.)
Poesie di Roma, Archinto, Milano, 2010 (post.)
El putel orbo, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2010 (post.). Prefazione di Elvio Guagnini.


da Viagiar a casa mia

El dialeto
[…]
E le venderigole del mercà de Bariera
Vecia, vosete e vosaze de drio dei
muci de rave de radisi de erbete de
radicio, e i omini sora el ponte de
l’Arsenal cole gamel indove i tociava
tochi de pan e el babezar per le boteghe
de Piaza Garibaldi e la vecia in zima
a via Molin a Vento, che la vendeva
zornai drento la su’ cheba e a scola
un futizar nei banchi de legnaz, cola
tola che se sburtava in zo
per sentarse sora e grosi tresi
piturai de un verdaz scuro e onto,
tenero per scavarghe parolaze
e el buso pal inciostro negro.
Me acorzo che go drento tute ste vosi,
persin cole parole che no go avesto
voja de scoltar: ti, vose mia, indove
ti stavi? Go squasi paura de vardar, de
ciamar nel svodo, un sufiar de erbe
morte, e alora zerco ti, mio dialeto e fià,
e me par che de tuto, mato triestin
in viagio, solo sto ciamar me resti.

Il dialetto. – […] / E le fruttivendole del mercato di Barriera / Vecchia, vocine e voci sgraziate dietro i mucchi / di rape di radici amare di barbabietole di radicchio, / e gli uomini sul ponte dell’Arsenale / con le gamelle dove inzuppavano / pezzi di pane e il cicalare nelle botteghe / di Piazza Garibaldi e la vecchia in cima / a via Mulino a Vento, che vendeva / giornali nel suo gabbiotto e a scuola / un pasticciare nei banchi di legnaccio, / con la tavo-letta che si spingeva in giù / per sedersi sopra e grosse traverse / dipinte in un verdaccio scuro e unto, / cedevole per incidervi parolacce / e il buco per l’inchiostro nero. / Mi accorgo che ho dentro tutte queste voci, / persino con le parole che non ho avuto / voglia d’ascoltare: tu, voce mia, dove / stavi? Ho quasi paura di guardare, / di chiamare nel vuoto, un soffiare d’erbe / morte, e allora cerco te, mio dialetto e fiato, / e mi pare che di tutto, matto triestino / in viaggio, mi resti solo questo chiamare.


da El sburto

Dolze che ti me manchi

Cossa xe, cratura, che te sburta
a ‘sti mii rèfoli de sangue in caligo,
vosi, vosi, che le se struca
sui cantoni smagnai de l’anima
e i oci me varda drento
e le casca, ‘ste ombre, l’una sora
l’altra como i susini secai sora el ramo
carighi de grespe epur anco
con quela polvare blu de madona
che la vivi sora el fruto fin che ‘l respira
in aria, o cratura che te disi
“dolze che ti me manchi”
a la polvare de mi,
vivo ancora sora la mi vita.

Dolce che mi manchi. – Cos’è, creatura, che ti spinge / a queste mie raffiche di sangue nella nebbia, / voci, voci, che si schiacciano / sugli angoli slabbrati dell’anima / e gli occhi mi guardano dentro / e cadono, queste ombre, una sull’altra / come le susine seccate sul ramo / piene di grinze eppure anche / con quella polvere blu di madonna / che vive sul frutto fin che respira / in aria, o creatura che dici / “dolce che mi manchi” / alla polvere di me, / ancora vivo sulla mia vita.

lunedì 23 febbraio 2026

CARPI Anna Maria (1939 - viv.)

 

Anna Maria Carpi
 (Milano, 22 marzo 1939) è una germanista, traduttrice e scrittrice italiana.
Anna Maria Carpi è nata nel 1939 a Milano, da madre emiliana e padre di origine irlandese. Ha studiato lingue e letterature straniere alla Statale di Milano. Ha vissuto a più riprese a Bonn, a Berlino e a Mosca. Ha insegnato letteratura tedesca all' Università di Macerata (1968-80) e alla Ca' Foscari di Venezia (1980-2009) e dal 2001 insegna traduzione letteraria dal tedesco alla Statale di Milano. Vive a Milano. È autrice di un diario inedito di 15.000 pagine e di studi su Kleist, Mann, Handke e sulla poesia tedesca del '900. Nel 1993 ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa per la Poesia. La traduzione di A metà partita di D. Grubein le ha meritato il Premio Monselice nel 2000. Per le sue traduzioni dalla poesia tedesca (Friedrich Nietzsche lirico, Benn, Paul Celan, Enzensberger, H.Mueller, Gruenbein, Krueger) ha avuto nel 2012 il Premio nazionale per la traduzione. Nel settembre 2015 ha ricevuto il Premio Città di Sant'Elpidio a mare, per la miglior traduzione italiana della poesia straniera, È membro delle giurie del Premio Monselice e del Premio internazionale Wuerth di Stoccarda e dal 2013 dell'Akademie der Sprache und der Dichtung di Darmstadt. Nel 2014 ha ricevuto il Premio Carducci alla carriera.

Poesia
A morte Talleyrand, Udine, Campanotto, 1993
Compagni corpi. Tutte le poesie 1992-2002, Milano, Scheiwiller, 2004
E tu fra i due chi sei, Milano, Scheiwiller, 2007
L'asso nella neve. Poesie 1990-2010, Massa, Transeuropa, 2011, (prima e seconda edizione)
Quando avrò tempo. Poesie 2010-12, Massa, Transeuropa, 2013
Entweder bin ich unsterblich, Monaco, Edition Lyrik Kabinett bei Hanser, 2015, traduzione di Piero Salabé, Postfazione di Durs Grünbein
L'animato porto, Milano, La Vita Felice, 2015
E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, Milano, Marcos y Marcos, 2016
Né io né tu né voi, Milano, La Vita Felice, 2018
Doroghie drughie, Pietroburgo, edizione Aleteija, 2018, traduzione di T.Stamova
E non si sa a chi chiedere, Milano, Marcos y Marcos, 2020
L'aria è una, Torino, Einaudi, 2022



Cosí si chiama,
poesia, e mai
le daranno altro nome.
Pochi sanno che viene
da un verbo greco che diceva «fare».
Ma perché ci esalta
perché ci dà speranza
questo modo d’esprimerci traslato
questo parlar diverso dal parlato?
Poi anche i bravi vanno nell’oblio
ma bravi che vuol dire?
Quel che fa un pesce: un attimo la testa
fuori del mare,
schiuma rimbombo d’onde
ansar di branchie,
un guizzo e risprofonda.

*

Accanto a me nel letto
un fruscio una spalla. Tre di notte.
Dormi, non dormi?
Non glielo chiedo. Forse torna il sonno.
Se non fosse
quest’ansia senza meta,
l’inferno delle cose,
diverso il suo dal mio che non vale la pena
di parlarne.
Tutto sappiamo tranne cosa fare.

*

Là vorrei abitare, sotto gli alberi
all’imbocco del parco: ailanti, ippocastani
le foglie orlate d’oro, ma l’autunno non dura,
eccole rasoterra in fuga per le strade.
Una notte d’inverno senza fine,
in mezzo a loro, senza di me: è il mio sogno.

_

da Anna Maria Carpi, L’aria è una, Einaudi.


sabato 21 febbraio 2026

#biblioteca / Beatrice Masini - DAMMI PER SEMPRE GIUGNO - Molesini

 
Beatrice Masini
DAMMI PER SEMPRE GIUGNO
nota introduttiva di Nadia Terranova
Molesini editore
collana BiancaBlu
febbraio 2026
pp. 104, euro 14
ISBN 9791281270275


Fiori, sassi, orti, ma anche città e strade, e poi cicale e lumache, bambini che non sono più bambini e bambini che lo sono per sempre; giorni, bottoni, ombre. Il mondo di Beatrice Masini è fatto di cose vicine, spesso piccole di misura, qualche volta molto grandi nella loro piccolezza: le cose della vita quotidiana che se non viste, non guardate, non dette rischiano di scomparire. La poesia è il modo più rapido e sicuro per tenerle strette, misurate dai metri o in libertà, e ricordare ciò che è importante: il bello del brutto, un anello perduto, un filo d’erba, un guerriero che dorme, ineffabili amicizie animali.
 
Dammi per sempre giugno

Che l’uva nella vigna
sigilli una promessa,
il grano stia nel campo
e il papavero acceso.
Niente falci di morte.
Lunga luce la sera.
E se c’è temporale
sia violento ma breve;
che il fiore non si spenga
arso vivo dal sole,
ma rimanga sospesa
la sua bellezza piena.

Beatrice Masini (Milano 1962) ha fatto la giornalista per dieci anni (Il Giornale, La Voce) prima di dedicarsi all’editoria di libri. Ha scritto e tradotto storie e romanzi per bambini, ragazzi e adulti. Tra i suoi libri Ciao, tu con Roberto Piumini (Bompiani, 1998), Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani, 2013), Più grande la paura (Marsilio, 2019), Una casa fuori dal tempo (Mondadori, 2024), Bambini e giardini (Timpetill, 2025). Dammi per sempre giugno è la sua prima raccolta di poesie.




Il libro verrà presentato a TESTO - FIRENZE
DOMENICA 1 MARZO - ore 16:00
Stazione Leopolda
Via Fratelli Rosselli, 5
Sala Bazlen 
Beatrice Masini converserà con Chiara Valerio

Il libro verrà presentato a VILLORBA (TV)
SABATO 14 MARZO - ore 18:00
Libreria Lovat  
Via Isaac Newton, 32
Beatrice Masini dialogherà con Andrea Molesini

Il libro verrà presentato a VICENZA
GIOVEDÌ 16 APRILE - ore 18:00
Libreria Galla 1880
Corso Andrea Palladio, 1
Beatrice Masini converserà con Andrea Molesini


TESTA Enrico (1956 - viv.)

 

Enrico Testa
 (Genova, 1956) è un italianista e poeta italiano.
È professore ordinario di Storia della lingua italiana. Dopo il dottorato all'Università di Pavia, è stato ricercatore presso l'Università per Stranieri di Siena dal 1991 al 1998, per poi diventare nel 2000 professore associato e dal 2005 professore ordinario presso l'Università di Genova.
Ha scritto sulla novella del XV e del XVI secolo, sul romanzo Otto-Novecentesco e sulla poesia del '900, in particolare su Eugenio Montale, Giorgio Caproni (di cui ha curato il Quaderno di traduzioni), Alberto Vigevani (di cui ha curato L'esistenza. Tutte le poesie 1980-92) e Edoardo Sanguineti. Ha anche curato un'antologia della poesia italiana del secondo Novecento (Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, 2005) e presentato raccolte di Cesare Ruffato e Cesare Viviani.
Ha tradotto dall'inglese High Windows di Philip Larkin. È stato visiting professor all'Università di Aarhus in Danimarca e membro della commissione dei dottorati di ricerca presso l'Università Sorbonne Nouvelle di Parigi.
I suoi campi di ricerca sono legati allo studio del parlato in evoluzione storica, ai rifacimenti letterari a partire dalla lingua comune, all'analisi della lingua poetica e della narrativa del Novecento italiano, soprattutto su questioni di stile e in studi sul personaggio.

Poesie
Le faticose attese, Genova: San Marco dei Giustiniani, 1988
In controtempo, Torino: Einaudi, 1994
La sostituzione, Torino: Einaudi, 2001
Pasqua di neve, Torino: Einaudi, 2008
Ablativo, Torino: Einaudi, 2013
Cairn, Torino: Einaudi, 2018
L'erba di nessuno, Torino: Einaudi, 2023


sto con i nomi propri

sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio


i narcisi s’interrogano l’un l’altro

i narcisi s’interrogano l’un l’altro
assottigliandosi sempre più.

Chiedono di te
delle tue mani
della tua figura incerta.
Nessuno li raccoglie.
Sfioriscono sullo stelo.
Alle spalle la montagna deserta
e, azzurro e vuoto,
il cielo di gennaio


arrivano ad uno ad uno

arrivano ad uno ad uno
— chi in macchina extralusso
e chi lentamente a piedi —
i compagni per la cena di classe
al ristorante sulla piazzetta.
È un incontro evitato per anni.

Riconoscibili e irriconoscibili
mutati nel corpo e nei suoi danni
e identici nel demone privato
che ci agitava, ognuno, da ragazzi,
ci annusiamo prima dei saluti
come animali in campo aperto.
Siamo quello che siamo.
Non è piú possibile cambiare.

Durante la serata
c’è chi si accartoccia muto sullo sfondo
chi chiede frettoloso d’andare
e chi, verboso, estrae dalla manica
il solito stlletto
per farlo risplendere tra le tendine scure
e i cristalli del tavolo.
Si fa la classifica dei successi e delle sventure.
Qualcuno mostra la foto dei figli già grandi
qualcun’altro la foto di gruppo del ’75
e fa il confronto tra ora ed allora
o conta gli assenti e i dispersi.

Che cosa proviamo ad incontrarci?
Gioia no, forse dolore…
Non è una sensazione sola.
Un dolceamaro sapore
ci corre giú nella gola


da Ablativo (Einaudi, 2013)


venerdì 20 febbraio 2026

#biblioteca / Aleksandr Michajlovič Kabanov - NELLA LINGUA DEL NEMICO - Interlinea

 
Aleksandr Michajlovič Kabanov
NELLA LINGUA DEL NEMICO
e altre poesie sulla guerra in Ucraina

a cura di Alessandro Achilli
Interlinea
collana Lyra | 103
2022
pp. 136, euro 14
ISBN 9788868574710


«Le tue ceneri in mano ho tenuto»: Un libro intenso sul tema del rapporto culturale, sociale e politico tra Russia e Ucraina grazie a uno dei maggiori poeti civili ucraini viventi che, usando la «lingua del nemico», da tempo racconta l’occupazione russa della regione della Crimea e la guerra attuale, purtroppo prevista. L’invasione militare viene trattata con un approccio personale che diventa una testimonianza viva e un monito sugli sviluppi futuri della tensione tra Russia e Ucraina con il resto del mondo occidentale. «Qui Kabanov sembra insegnarci che l’utopia della scrittura poetica è sempre uno degli strumenti più forti per (cercare di) arginare la violenza della storia» (Alessandro Achilli).

Aleksandr Michajlovič Kabanov è un poeta, traduttore, editore e attivista ucraino, che scrive in russo e in ucraino. È nato nel sud dell’Ucraina, a Cherson, nel 1968. Nel 1992 si è laureato in Giornalismo all’Università Statale di Kyjiv, la città dove vive e lavora dal 1985. È autore di quindici raccolte di poesia, tra cui Vremja letajuščich ryb (Il tempo dei pesci volanti, 1994), Lastočka (Rondine, 2002), Ajlov’juga (Tiamotempesta, 2003), VES’ (TUTTO, 2005), Betmen Sagajdačnyj (Batman Sahajdačnyj, 2010), Volchvy v planetarii (Magi al planetario, 2014), Russkij indeec (Un indiano d’America russo, 2018), Obysk (Perquisizione, 2021), Na slonach i čerepach (Teschi, elefanti e tartarughe, 2021) e Ischodnik (Codice esodo, 2022). I suoi versi sono stati tradotti in molte lingue e le sue interviste sono state pubblicate su giornali e riviste di molti Paesi. Per la sua poesia è stato insignito di dodici premi, tra cui, nel 2010, il premio internazionale “Antologia” per i suoi meriti nella poesia di lingua russa. Questo è il suo primo libro in italiano.

#biblioteca / Alex Averbuch - L'ULTIMA CENA DEL MIO CORPO - Interlinea

 
Alex Averbuch
L'ULTIMA CENA DEL MIO CORPO
con testo originale ucraino a fronte
traduzione e cura di Alessandro Achilli
Interlinea
collana Lyra | 119
202
pp. 14, euro 14
ISBN 9788868576875

La traduzione e la pubblicazione di questo libro sono state sostenute dall’Unione Europea attraverso il programma House of Europe.
 
Una selezione di alcuni dei più recenti testi del poeta ucraino Alex Averbuch, accomunati dal tema della guerra, dal secondo conflitto mondiale all’aggressione russa nella sua regione natale, Luhans’k. Dai versi di Averbuch emerge una pluralità di voci, tormentate dalle guerre e dalle deportazioni, mettendo al centro la storia dell’Ucraina tra presente e passato. Ma la sua poesia è tanto collettiva quanto individuale: «per Averbuch la centralità dell’esperienza corporea è, forse a prima vista paradossalmente, la negazione della chiusura solipsistica nell’io in favore di una costante ricerca di un dialogo con corpi che sono al contempo altri e parte stessa del sé» (dalla presentazione di Alessandro Achilli).

Alex (Oleksandr) Averbuch, originario di Novoajdar, nella regione di Luhans’k, è poeta, traduttore e studioso. È autore di diversi libri di poesia e di oltre settanta traduzioni letterarie dall’ebraico, dall’ucraino, dal russo e dall’inglese. Le sue liriche sono state pubblicate in traduzione in numerose lingue, riviste e antologie. È stato nominato per il prestigioso Pushcart Prize e per il premio Ševčenko, il più importante riconoscimento nazionale ucraino nell’ambito della letteratura e della cultura. Al momento è ricercatore (assistant professor) di Letteratura e Cultura Ucraina presso il Dipartimento di Slavistica dell’Università del Michigan.

#biblioteca / Iryna Shuvalova - CANZONI ALLA FINE - Interlinea

 
Iryna Shuvalova
CANZONI ALLA FINE
con testo originale ucraino a fronte
traduzione e cura di Alessandro Achilli, Yaryna Grusha
Interlineacollana Lyra | 120
2025
pp. 152, euro 14
ISBN 9788868576905

Pubblicato con il contributo di Translate Ukraine Translation Support Program dell'Ukrainian Book Institute.
 
Iryna Shuvalova è una figura centrale della scena poetica ucraina. La sua lirica è in grado di coniugare l’attenzione per ciò che di eterno il mondo può offrire allo sguardo poetico con il radicamento nell’oggi, con le sue sfide, le sue difficoltà e la sua sofferenza. Canzoni alla fine segna indubbiamente una svolta nella sua poetica, legata all’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, un evento che ha sconvolto l’esistenza di decine di milioni di persone, dopo il quale nulla potrà essere come prima: «una poesia riflessiva, che non ha fretta di correre via dall’ineluttabilità del presente, in cui i versi spesso si allungano perché si possa provare a comprendere l’incomprensibile di quello che sta accadendo sotto gli occhi di tutti, anche se c’è chi sceglie di girarsi dall’altra parte» (dalla presentazione di Alessandro Achilli e Yaryna Grusha).

Iryna Shuvalova è poetessa, studiosa e traduttrice. Nata a Kyiv, vive tra l’Europa e l’Estremo Oriente. È autrice di cinque raccolte di poesia in ucraino, per cui ha ricevuto diversi premi letterari, e di un’edizione bilingue, Pray to the Empty Wells (2019). La sua penultima raccolta (Kamin’sadlis, Pietragiardinoforesta) è stata nominata libro di poesia dell’anno in Ucraina nel 2020. La sua ultima raccolta (Kinečni pisni, 2024), da cui sono tratte queste liriche, è stata definita «un futuro classico». La sua poesia è stata tradotta in più di trenta lingue.


giovedì 19 febbraio 2026

#biblioteca / Simone Biundo - COSI' - ExCogita

 
Simone Biundo
COSI'
postfazione di Francesca Santucci e Massimiliano Cappello
ExCogita
collana Distonia
2025
pp. 74, euro 12
ISBN 9791281614239

 
In questa specie di cosmologia nevrotica e tascabile, nel tentativo di attraversamento-esaurimento dei luoghi immateriali e fisici, linguistici e discorsivi della comunità reale, nel suo proposito di rendere evidente questa forma di conoscenza dell’intero esistente fondata sull’orrore, così prova anche a ponderare un’assoluta esternità, un’ipotesi di “fuori”, un’alternativa […]. Ma i versi di così, anche quando improntati sulle misure canoniche, non celebrano che l’involucro, il fossile, e solo per farne qualcos’altro, senza ridere, forse ghignando: la matrice, ultimo automatismo umano che, al netto del caos che pure drena, quasi commuove per il poco che può. (Dalla postfazione di Francesca Santucci e Massimiliano Cappello)


così in forma in gamba in sala aspetta non parla
vede le gocce cadere sul pavimento
il numero la vibrazione pensa così
come viene la vita è così tace il banner
lampeggia prosegue senza pensare
spunta il nome cerca in basso la giacca
con il gagliardetto la griffe imbeve la spugna
lo scheletro così strizza assorbe le pozze
dal condizionatore si espande nello shop
la macchia s’allarga senza paura finisce
 
bene così la borraccia perde oggetti
per la casa per la pulizia non c’è
distinzione così riempie svuota prende
lo straccio consulta chi scrive sulle statue
il meteo ascolta in previsione della
prova la taglia lo schermo rinuncia al concerto
così quando splende il sole sul lago affitta
il pedalò la canoa il remo sul fondale
così recita aspetta il trenta sul display
posteggia sul passo al ristorante paga
il dolce così come l’amaro segue sempre
i trend con moderazione risponde cuore
 
con sgomento così al messaggio che invia
ha fede nel possesso così senza dispetto
fa quello che preferisce così apprende
ingentilisce ammansisce il dolore
accetta chi mente così rispetta i lamenti
dimentica i silenzi i racconti cancella
le tracce a scuola in famiglia al bancone
tralascia chi geme la siringa nel braccio
 
prende le gocce dal cucchiaio per il naso
così devia dal tragitto ha fame il panino
di carne di manzo la battuta di notte
la variante a scelta la salsa la cipolla
il pomodoro il battito sale così
la mattonata al coltello fa ridere
ha da fare il chiosco serve la birra
nel bicchiere di carta il vino nel
bicchiere di plastica si lava i denti
si masturba così arriva serra la porta
mette modalità aereo quando sente
 
le urla non spalanca la porta di botto
le botte un gemito è il maestrale la stampa
del faro si schianta il chiodo non tiene
la ristrutturazione del tetto il cambio
lenzuola al b&b al piano terra così
dietro la soglia non appoggia l’orecchio
è meglio fissare la porta abbassare
il cappello sugli occhi così stringe
il pugno non interviene sa che se
interferisce ferisce così non sanguina
non gira il cilindro in punta di piedi
indietreggia può fare del male può fare
 
si stacca dalla porta d’entrata così
si siede sulla tazza del cesso piscia
caga beve del tè scrolla i prodotti paga
la spesa aggiorna i preferiti il codice
la carta si depila l’inguine scorre il feed
la lista il riconoscimento biometrico
usa il pollice e l’indice per le pieghe
dell’ano si connette alla chat scrive
di fare così e così con le natiche l’alluce
lo fa controlla l’aumento dei crediti
la parola brochure ah sì che brivido
l’igiene da perseguire la parola charme
 
[…]

Simone Biundo (Genova, 1990) è insegnante di lettere in una scuola secondaria di primo grado e editor della rivista «VP Plus». Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro di poesie, "Le anime elementari" (2020). È in uscita a settembre per la collana Distonia di ExCogita con il poema "così". È fondatore del collettivo di poesia contemporanea , poet. -. 


#biblioteca / Mahmud Darwish - L'EFFETTO FARFALLA - emuse

 
Mahmud Darwish
L'EFFETTO FARFALLA
traduzione di Sana Darghmouni e Simone Sibilio
postfazione di Simone Sibilio
emuse
2025
pp. 176, euro 15,20
ISBN 9791282248136


Ultima opera pubblicata in vita da Mahmud Darwish, L’effetto farfalla (2008) raccoglie 127 testi scritti tra il 2006 e il 2007. Prose diaristiche, aforismi e versi si intrecciano in uno zibaldone poetico dove le annotazioni sul quotidiano convivono con meditazioni filosofiche sui temi cardine della sua poetica: la relazione tra il sé e l’altro, il ruolo della poesia, l’eros, la memoria della Nakba e dell’esilio, la vita dei palestinesi sotto occupazione.
Il lirismo che ha reso Darwish una delle voci più alte della poesia mondiale si accompagna qui alla leggerezza, all’ironia e all’autoironia di un saggio consapevole della fine, che continua a trovare nella poesia l’unico spazio di resistenza possibile, «un campo non sconfiggibile».
L’effetto farfalla è insieme testamento lirico e filosofico, diario della fine e atto di rinascita: la summa poetica di una vita trascorsa a ricercare nella parola un luogo di libertà e nel linguaggio una stabile dimora.

Mahmud Darwish (1941-2008) è nato a al-Birwa, nell’alta Galilea. Durante la costituzione dello stato di Israele nel 1948, il suo villaggio fu distrutto e la sua famiglia fuggì in Libano, rientrando in patria segretamente l’anno successivo. Da giovane, dovette affrontare gli arresti domiciliari e la reclusione per il suo attivismo politico e per aver letto pubblicamente le sue poesie. Per ventisei anni, fino al 1996, anno del suo rientro in Palestina, visse in esilio tra Mosca, il Cairo, il Libano, la Tunisia e Parigi. Considerato il poeta più eminente della Palestina, e uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, Darwish ha pubblicato una trentina di raccolte di poesie e prose, tradotte in più di ventidue lingue.

#stranieri / VAN DOREN Mark (189 - 1972)

 

Mark Van Doren
 (Hope, 13 giugno 1894 – Torrington, 10 dicembre 1972) è stato un poeta e critico letterario statunitense, vincitore del Premio Pulitzer per la poesia nel 1940.
Mark Van Doren nacque nella cittadina di Hope, contea Vermillion, Illinois, figlio di Dora Ann Butz e Charles Lucius Van Doren medico della contea. Di lontane origini olandesi, Mark insieme al fratello maggiore di nove anni Carl Van Doren crebbe nella fattoria di famiglia. Van Doren frequentò la University of Illinois ottenendo nel 1914 il Bachelor of Arts e nel 1915 il Master of Arts. Nel 1920 presso la Columbia University conseguì il Ph.D. e qui iniziò e concluse la sua carriera accademica articolatasi come professore ordinario di letteratura inglese dal 1920 al 1959 e come professore emerito dal 1959 al 1972. 
La vasta cultura e l'attitudine all'insegnamento fecero sì che Mark Van Doren fosse la guida insuperata nel mondo delle idee e della poesia per gli studenti della Columbia University, fra questi i poeti Louis Simpson, Richard Howard, John Hollander, John Berryman, Thomas Merton e Allen Ginsberg. A riprova della meritata fama di docente di Van Doren, gli studenti del Columbia College dal 1962 annualmente premiano il docente migliore con il Mark Van Doren Award. Thomas Merton in una lettera a Van Doren, scrisse "You always used your gifts to make people admire and understand poetry and good writing and truth."
Nel 1922 sposò la scrittrice Dorothy Graffe. Il loro figlio, Charles Van Doren (nato il 12 febbraio 1926), balzò agli onori della cronaca quando vinse una edizione truccata del famoso gioco a quiz Twenty One. Mark Van Doren morì all'età di 78 anni nella cittadina di Torrington nel Connecticut. La sua famosa corrispondenza con il poeta Allen Tate è custodita presso la Vanderbilt University.

Opere di poesia
Spring Thunder (1924)
(editor) An Anthology of World Poetry (1928)
Jonathan Gentry (1931)
Winter Diary (1935)
Collected Poems 1922-1938 (1939), vincitore nel 1940 del Premio Pulitzer per la Poesia
The Mayfield Deer (1941)
The Last Days of Lincoln, a verse play in six scenes (1959)
Our Lady Peace
The Story-Teller (N/A)
Collected and New Poems 1924-1963 (1963)


Addio e ringraziamento

Tutto ciò che ho lasciato non detto
Quando sarò morto
O'muse perdonami.
Eri sempre lì,
come la luce, come l'aria.
Quelle grandi cose buone
di cui canta anche il più piccolo uccello,
Allora perché non io?
Eppure grazie anche allora,
Dolce musa, Amen.


Niente rimane

Niente rimane,
nemmeno il cambiamento,
che possa stancarsi
del proprio nome;
il solo pensiero
è troppo per esso.

Da qualche parte nell'aria
c'è una quiete,
così lontana, così sottile -
Ma lasciala stare.
Chiunque siamo,
non è per noi.


Il sogno più profondo

Il sogno più profondo è di governatori folli,
Giù, giù lo sentiamo, finché la crosta stessa
Del mondo si crepa, e dove non c'era polvere,
Atomi di rovina si sollevano. La confusione si agita,
E la paura; e tutti i nostri pensieri - oscuri spazzini -
Si nutrono dei rifiuti del centro. La speranza è spinta
via Come il vento, e l'amore sprofonda nella brama
Per la più mera sicurezza, il più umile dei livellatori.

E poi ci svegliamo. O forse sì? Il sonno dura
più del mattino, quando le ombre giacciono
Più nitide delle montagne, e la fessura è reale
Tra noi e i nostri re. Quale sole assicura
Il nostro coraggio, e quale sera Scende di lì a poco
per riposarci, e forse per guarirci?


(traduzioni di Sergio Albertini)

mercoledì 18 febbraio 2026

#biblioteca / Mario Santagostini - L'ANTOLOGIA RAGIONATA - Samuele

 
Mario Santagostini
L'ANTOLOGIA RAGIONATA
Samuele editore
collana La gialla
2025
pp. 86, euro 15
ISBN 9791281825338
 

Sorprendente Mario Santagostini! D’accordo per ragionare su un’antologia che potesse diventare anche un bilancio sul proprio itinerario poetico, alla fine consegna un libro vero, coerente e vivissimo. Percorrendolo, si viene coinvolti in una tonalità espressiva che fa convivere tempi e paesaggi, presenze e assenze. E questo senza che mai venga meno il senso di una necessità, di un radicamento nel corpo/psiche dal quale la forma poetica emerge con naturalezza, nonostante le asperità e la complessità del testo. In verità, Santagostini ottiene quello che dice nella bella Nota che chiude il libro, dove afferma che ha scelto le poesie alla riprova della voce che le pronuncia: dicibili, credibili per allora e per adesso.
Il rapporto tra il tempo e il dire, l’attualità assoluta della voce e l’eredità della lingua che riporta anche il passato e la vita degli altri, diventa una presenza che lavora la lettura e che non è facile catturare. Proviamoci così: come si fa a dire che viviamo anche la memoria di altri, il sentire di altri, la vita di altri da sempre dentro la nostra, nei racconti, negli sguardi, nelle pieghe del sentire, del comprendere e del fraintendere? Questo libro ripete proprio questa domanda, e risponde come sa e come deve…
 
 
… ma da dove viene…
 
… ma da dove viene
questa giornata di pioggia quasi calda,
dal cortile di via Teodosio
fino alle prataie di via Teodosio
e ai nuovi casermoni
tirati su da poco verso la ferrovia,
con mio padre
che aspetta la voglia di essere me stesso…
 
(1990-2025)
 
 
13 aprile, del ‘97…
 
… 13 aprile, del ‘97. Una domenica
ariosa. Mio padre
sta morendo. Si muove
a scatti, nel letto.
Forse, i suoi respiri terminali altrove
sono già le euforiche
gioiosissime, pure contrazioni
di chi sta per tornare.
E per un attimo, in chi assiste passa
un sottile senso d’invidia.
 
 
Guardo le macchie d’olio…
 
Guardo le macchie d’olio
sul canale. Il pensiero
d’una testa d’angelo impagliata,
poi di due, tre violini
sfasciati fa scattare in qualcuno
strane euforie nervose.
Più avanti, toccherà forse
ai fiori di spalliera, ai lampi di calore,
alle cause degli angeli,
alle teste…

Mario Santagostini è nato a Milano, dove vive e lavora, il 13 marzo 1951.
A partire dal suo esordio, appena ventenne, con le liriche di Uscire di città, ha pubblicato numerose raccolte poetiche, saggi di critica letteraria e curato antologie di poeti illustri.
Traduttore dal tedesco (Goethe, Kleist, Chamisso) e dal latino, suoi interventi sono apparsi nel settore culturale di alcuni quotidiani e di riviste come Il Giornale, Nuovi Argomenti e Poesia.
Nel 2014 ha vinto il Premio Città di Como con la raccolta Felicità senza soggetto.
Nel 2023 ha vinto il Premio Cetonaverde Poesia.


qui sul blog:

#biblioteca / Daniele Timpano - POEMI FOCOMELICI - Cue press

 
Daniele Timpano
POEMI FOCOMELICI
a cura di Dario Tomasello
contributi di Daniele Timpano, Dario Tomasello
Cue press
collana I poeti
2025
pp. 192, euro 22,99
ISBN 9788855103985


Un’autobiografia in versi, dalla letterina di Natale del 1980 alla prospettiva di una morte ormai non più così lontana.
Daniele Timpano ripercorre quarant’anni di scrittura compulsiva: frammenti poetici, teatrali e politici si intrecciano in un flusso ritmico e sghembo, ostinato e sincero.
Poemi focomelici è il racconto di un’esistenza in versi irregolari, un pensiero che si agita nel corpo e nella voce, tra ironia, inquietudine e riscritture maniacali. Una vita che si fa metrica. Forse.
Il volume appartiene a una serie di pubblicazioni curata e diretta da Dario Tomasello.

Daniele Timpano (Roma, 1974) è autore, attore e regista teatrale.
Con Elvira Frosini fonda la compagnia teatrale Frosini-Timpano nel 2008. I loro lavori sono stati rappresentati nei più importanti teatri e festival, e hanno vinto numerosi premi, fra cui Premio Scenario (2005), Premio Dante Cappelletti (2008), Premio Riccione – Franco Quadri (2019) e Premio Ubu (2021, 2022).
Tra gli spettacoli della compagnia ricordiamo: Dux in scatola; Risorgimento pop; Aldo morto; Acqua di colonia; Gli sposi; Ottantanove e Tanti Sordi.
Nel 2014 Rai5 ha realizzato un documentario sul lavoro della compagnia. Timpano è ideatore, autore e interprete del progetto Aldo morto 54, in cui è stato in live-streaming per 54 giorni, auto-recludendosi in una cella ricostruita in teatro, con una replica al giorno dello spettacolo.



#biblioteca / Sacha Piersanti - L’INFANZIA STIPENDIATA - Giulio Perrone

 
Sacha Piersanti
L’INFANZIA STIPENDIATA
Giulio Perrone editore
collana Poièsis | 14
settembre 2025
pp. 194, euro 20
ISBN 9788860047748

Roma, Borgo Pio, 23 luglio 1934: nasce A., popolana che, per scelta più che per destino, sin da bambina ha sempre e solo lavorato, trovando nella disciplina di un personalissimo “dogma del lavoro” il mezzo per la propria emancipazione, l’arma con cui resistere a una società ghettizzante, mentre, senza alcuna vanità di indagine né (auto)illusione di comprensione, cuce, con mani di sarta, l’alternativa umana a una Storia prepotente e totalitaria. L’infanzia stipendiata è la storia di A., e a raccontarla, tra narrazione e squarci lirici, dialoghi e memorie, è un io che si decentra e si fa tramite, inseguendo nei confini netti di una donna un nucleo universale di umanità, nello scenario di una Roma che è atmosfera, ambiente, personaggio.

Di  petto
 
Stanno per toglierle dal petto
una parte del suo petto
perché a forza di pagare
lo stipendio alla sua infanzia,
il metro e mezzo che le resta
di ossa mai bambine
e di polpa adesso vecchia
presenta il conto lui.
 
   È la linea che decide,
   è la linea che riscuote,
   che manda come sgherro
   quel tarlo, quell’alieno
   che rode e imbuia il latte.
 
Il latte come il camice
del dottore che non sa
che rispondere, se ridere
quando lei s’accorge
che è rimasto solo lui
e intonata gli confessa:
 
   “Non ho l’età
   per uscire
   sola con te…”.

*

Si stava peggio quando si stava peggio, I
 
Basterebbe la memoria
più sbiadita che racconta
a fare di lei
un’umana eccezione
che a distanza di bombe
sa ridire il passato
con polemica voce
ché certo è rimasto
come un vizio quel Duce,
ma non le impedisce
di dar nome al disastro,
di distinguere bene
le ombre e la luce.

*

Prove d’addio, II
 
E poi che sarà mai
che tormento sarà mai
vedere il mondo intorno
che crolla in mille pezzi?
Mi stenderò con garbo,
schiena dritta, orizzontale
 
   – ma sempre verticale –
 
tra le pietre di una terra
che è madre a tutti e tomba,
(una terra di nessuno
dove qualcuno ancora parla)
con un filo di matita
sotto l’occhio, poi alla gola
il nodo stretto e grato
di un’ultima parola
e tra le mani
(queste mani mie di uomo
a cercare sempre umani)
il raccolto di due vite,
di un vuoto così pieno.
 
   Ché siamo come il fieno,
   il giallo della spiga,
   la spiga che non brilla
   se non ci fosse falce
   nero taglio ad amputarla.


Sacha Piersanti è nato nel 1993 a Roma. Tra le sue pubblicazioni, i libri di poesia Pagine in corpo (Empirìa 2015) e L’uomo è verticale (Empirìa 2018), il saggio Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (Arcana 2019) e la traduzione di Nature in the city / La natura in città dell’artista Jimmie Durham (Fondazione Benetton, Antiga 2023). Co-ideatore e interprete di spettacoli e performance di teatro-poesia (tra cui L’ora dell’alt, basato sull’opera di Giorgio Caproni, e Fonti, opera ibrida tra live electronics ed epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre “baracca” del poeta Valentino Zeichen e dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo “Zeugma”, a Roma.

#biblioteca / Paolo Sessa - IL POETA SCOMODO - Arkadia

 
Paolo Sessa
IL POETA SCOMODO
Arkadia editore
collana Eclypse
settembre 2025
pp. 30 , euro 20
ISBN 978886815843


Nato a Bilbilis, nella profonda provincia romana della Hispania, Marco Valerio Marziale è stato un grande poeta e un uomo del suo tempo, cantore satirico e a tratti drammatico di una Roma bellissima e crudele al tempo stesso. In questa biografia romanzata, assolutamente aderente alla verità storica, ne ripercorriamo le vicissitudini personali, la maturazione artistica lungo tutta la sua esistenza, dall’infanzia e giovinezza a Bilbilis fino all’esperienza degli anni nell’Urbe, per poi raccontare il ritorno nella città natale e gli ultimi anni di vita. Marziale ci mostra i vizi e le virtù del suo tempo, gli incontri e gli scontri con i grandi uomini, senatori, imperatori, potenti liberti, ognuno con i suoi tratti caratteristici. Ci accompagna in un mondo che non c’è più, tra “salotti” letterari e giochi al circo, tra cene sontuose e la perpetua ricerca di un “posto al sole”. Marziale racconta, in prima persona, un sogno che è stato Roma, la più grande potenza di tutti i tempi, descrivendone i vertici e i bassifondi, con una incredibile maestria e vigore.

Paolo Sessa è nato ad Avola nel 1950. Ha studiato Lingue e Letterature straniere in Italia, Francia, Inghilterra e vive a Milo, sull’Etna, da oltre 40 anni. Ha insegnato nei licei, condotto corsi e seminari di lettura dei testi, diretto riviste specializzate sul territorio e le tradizioni popolari. Da anni si occupa di linguistica e in particolare di pragmatica della comunicazione e di voce. Ha curato la pubblicazione dei volumi L’influenza della voce materna sul nascituro (Maimone, Catania 2014), La voce materna, il feto, il neonato (Maimone, Catania 2016), ai quali ha contribuito con saggi sulla voce materna, sui parametri prosodici e sull’insorgenza delle prime forme di assegnazione di significati ai suoni da parte del feto e del neonato nei primi giorni di vita. Ha tenuto per anni letture pubbliche su Dante con gli studenti dei licei. Fra i tanti testi di saggistica, prosa e poesia, ha pubblicato Il collezionista di immagini (Maimone, Catania 2012), Schegge di sciara. Canto d’amore per la Sicilia (Maimone, Catania 2015), Suoni e voci nella Commedia di Dante (Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2015), La lettura, il Corpo, la Voce. Fondamenti linguistici e neurali della lettura ad alta voce (Fioriti, Roma 2018), Marco Valerio Marziale. A mala sorti. Epigrammi scelti tradotti in siciliano (A&B, Acireale-Roma 2019), Viaggio nella Commedia di Dante (Bonanno, Acireale 2022), Mistero al mulino e altri racconti milesi (Algra Editore, Viagrande 2024). Per Arkadia Editore ha pubblicato Il poeta scomodo (2025).

#biblioteca / Pietro Polverini - LA NOSTRA VILLEGGIATURA CELESTE - Interlinea

 
Pietro Polverini
LA NOSTRA VILLEGGIATURA CELESTE
Poesie 2012 – 2021

a cura di Francesco Ottonello
Interlinea
collana Lyra|121, serie Lyra giovani|15
2025
pp. 192, euro14
ISBN 978886876912

Una raccolta di testi inediti di Pietro Polverini (1992-2023), una delle voci poetiche italiane più intense e vertiginose della sua generazione, cresciuta tra analogico e digitale. L’intento è quello di fornire un “ritorno” da quella «vacanza celeste» ossessivamente profetizzata dai versi del poeta. «l’opera di Polverini consiste anzitutto in una profonda meditazione sul senso di scomparsa individuale: anche il suo esordio è un libro sullo sbiadimento e sulla memoria come ricerca ossessiva della parola fino alla dissoluzione. Più che un itinerario, una “vacanza” da cui non tornare, intesa nel senso etimologico di vuoto» (dalla Presentazione di Francesco Ottonello).

È sempre all’altezza di questo bagliore
 
È sempre all’altezza di questo bagliore
che mi reclama lo sbaglio di un sonno
oscuro incontro in cui si dissolve e si
trapianta in verginità di capo sfaldata
una storia appuntata in faldoni
in cui si sgrana la vecchia tinta che ti fece
protagonista e vuoto palcoscenico.
 
Mi copriva non un sogno
 
Mi copriva non un sogno:
ma un nevischio che accolsi
tempo fa quando era storia
di copertura, precipitazione
che inceneriva la visione ad
una macula bianca d’acquario,
– retina senza redini –
ora sei strada da battere di nuovo,
cesello di muro dove ripormi
sono ora dove prima non c’ero.
 
Nessuno ha fede in un eterno ritorno
 
Nessuno ha fede in un eterno ritorno:
la steppa del nostro fiato costeggia
l’insegna scolorita del cinema
nel paese della casa al mare: lo scirocco
invade la cuspide del cielo, la stanza
dell’albergo è un lavabo dove
sempre saremmo rimasti a bagno.
Immersi in una miscela d’azoto
appunto sul taccuino
l’ultima migrazione.
 
Persino grumi di mosche hanno volontà
 
Persino grumi di mosche hanno volontà
forse di crescere, nutrirsi o mutare
come se ogni cataclisma fosse una sorta di carnevale
quanto a me, per dire, vorrei un bottone
non che s’unisca alle asole,
ma un tasto dietro,
piantato sul collo,
con su scritto
reset.
 
Vorrei raccontarti del mio universo
 
Vorrei raccontarti del mio universo
fatto tutto di microbi e pulviscoli,
mostrarti i sentieri colmi di lavanda
dove strappavo gli arbusti
da avvicinare tenui al naso.
O magari di quando taglio le bucce
dei mandarini per cavarne l’odore aspro.
Forse tu annebbiato dagli uffici,
dagli impegni e dal tuo amore,
nemmeno immagini si possa campare
così, con un cumulo di briciole
senza il minimo clamore.   

Pietro Polverini (1992-2023) viveva a Macerata dove, dopo aver conseguito la laurea magistrale in Filosofia con una tesi in Teorie dell’arte dal titolo Un’estetica dattilografica. Appunti su Amelia Rosselli, stava perfezionando i suoi studi con un secondo percorso in Filologia moderna. La sua attività critica era rivolta alla letteratura italiana moderna e contemporanea: recentemente si era occupato di Giovanni Prati e Clemente Rebora. Aveva all’attivo contributi confluiti in riviste accademiche e volumi universitari dedicati a Patrizia Valduga, Vivian Lamarque, Pier Vittorio Tondelli. Era redattore di “Mediumpoesia”. Alcuni suoi versi sono apparsi sul quotidiano “la Repubblica”, per La bottega della poesia, a cura di Gilda Policastro, e nell’antologia Lo spazio e l’onda. Una teoria di giovani poeti marchigiani (Seri, 2021). Nel 2022 ha pubblicato la raccolta di poesie Indice sommario di sbiadimento (peQuod).

martedì 17 febbraio 2026

#stranieri / KAMAU BRATHWAITE Edward (1930 - 2020)

 

Edward Kamau Brathwaite
, nato Lawson Edward Brathwaite (Bridgetown, 11 maggio 1930 – 4 febbraio 2020), è stato un poeta barbadiano. Nato a Bridgetown nel 1930, visse tra New York e Barbados.
Ha compiuto gli studi all'Harrison College a Barbados, quindi al Pembroke College di Cambridge ed infine si è laureato in filosofia all'Università del Sussex nel 1968.
Dal 1955 al 1962 è stato ufficiale nel Ministero dell'Educazione del Ghana, in seguito ha insegnato all'University of the West Indies a Kingston, in Giamaica, e dal 1994 è stato professore all'Università di New York.
Fondatore del Caribbean Arts Movement (CAM) nel 1966, ha pubblicato, a partire dal 1951, numerose raccolte poetiche ispirate alla tradizione africana orale ed alcuni saggi storici sulle radici del popolo caraibico.
Considerato una delle principali voci della letteratura caraibica[6], ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali ed internazionali tra i quali il Neustadt International Prize for Literature nel 1994.

Opere tradotte in italiano
Saggi
Missile e capsula: due paradigmi della cultura dei Caraibi, in Pensiero caraibico: Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott di Andrea Gazzoni, Roma, Ensemble, 2014
Il XX secolo: dal 1914 ad oggi (curatore), Novara, De Agostini, 2003

Poesia
Diritti di passaggio (Rights of Passage, 1967), Roma, Ensemble, 2014, traduzione di Andrea Gazzoni 
Speciale Kamau Brathwaite a cura di Andrea Gazzoni, con una scelta di poesie edite e inedite , in «La Rivista dell’Arte», 2, 2013, pp. 168-212.

La polvere

‘Sera Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Come stai

Olive? Come sta
la mia Eveie?
Lo hai preso il Cespuglio dei Miracoli
per il guaio che mi hai detto?

Zitta!
Non far ‘sta cagnara
nella bottega dei bianchi!

Ma allora lo
hai preso?

Tutte le sere prima di
andarmi a letto.

Scom-
metto che ti senti
già meno giù!

Non lo so,
Pearlie mia amica. Com’è
o come non è, non è morto qua il corpo.

No amica mia, sembri anche
più sana!

Di già?
Allora posso dirlo
e lo dico ancora:
ringraziamo Dio
per le sue piccole grazie.

Amen,
Eveie mia.
Amen,
Eveie mia

e io dico
ancora Amen.

Miss Evvy, vorrei
segnare la farina mezza
libbra e il sapone
due pezzi finché non è
lunedì se lo vuole
Nostro Signore.

Scrivi sapone
due pezzi e farina mezza
libbra nel libro nero dei conti
di Olive per me, Maisie mia cara.
E Olive –

non ti scordare i
biscotti e il merluzzo salato
che Marylin tua figlia
è venuta qui e ha detto che vuoi
saldare l’ultimo mese!
Sì lunedì sì ti pago
tutto il malloppo le carte e gli spic-
ci in sospeso in questa bottega, Miss
Olive mia cara.

Ehi Mary!
Sei tu?
Non ti vedevo laggiù
con mezza testa allo scuro
sotto il saccone di iuta. Come sta
il mulo di Darrington?

Malato è malato. E in più
ho sentito che pure la mucca
se ne sta un bel po’ giù. È da martedì
che il latte non c’è.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Un tipo di malattia uguale,
come una carogneria, amica, stra-
pazza gli ignami.

Vero. Melanzane,
spinaci, i cavoli a grinze,
Anche le mie patate e i fagioli dell’occhio;
la verdura trapassa e nella fila dei cavoli le foglioline
azzurre sono ormai così secche
secche secche.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Il signor Gilkes dice che è una prova
dei tempi come nel quattor-
dici diciotto con la
guerra quando bruciavano le palle
con quel gas mostarda tutto giallo.

E se me lo chiedi
a me, lo so che presto
ci saranno altre guerre e voci
di guerre.

Ma è
vero.

È
la pes-
tilenza, amica mia. Non
lo senti tu

il silenzio? Il Pastore
nella Cappella ieri sera diceva
che è la Mano che scrive sul muro.

Ma non è tutto qui!
ti ricordi la storia
che il nonno diceva, la polvere
a maggio?

No! Che altra
roba è?

Be’ sembra che
c’è una montagna vicino qua
che tutto il tempo bolle e fuma
come quando hai la bile nella pancia.

Cosa dici, cara mia!

Ma è
vero!

E come lo
sai? Là qual-
cuno ci vive? Tu
conosci qual–
cuno da là
che vive quaggiù?
E anche, dove dici
che questo posto è di preciso?

Non sono af-
fari tuoi! E poi,
è miglia e miglia
dalla pace di questo

posto
e tutto frigge e tutto fuma
tutto il tempo. C’è chi dice
che è laggiù in una di quelle isole

dove gli si intorciglia la lingua
e sentirli parlare così
nel loro patois di St. Lucia
è come se non sanno capire

neanche una parola di inglese.
Ma non lo so per davvero. Tutto quello che so
è che un giorno di colpo così
questa montagna ha fatto bum-bum-bum-kabumm

Tutta quella maledetta parte di dietro
di questa collina è come scoppiata
come nella cava che fanno saltare
in aria le pietre.

Rocce grosse come il recinto dove tieni le mucche
buttate su in aria come se erano
un pugno di ghiaia. Quel botto,
Cristo santo, deve aver fatto piovere giù

schegge e scintille
come se fosse la Con-
federazione.

Ma non hai da nominare
il nome di Dio invano
per farcela bere questa
storia. Non va bene,

Olive, cara!

È vero!
E il Signore Iddio
sa che ti dispiace.

Ma che nero nero nero
da dietro di quel monte:
ce l’avevi in faccia, nel mangiare,

negli occhi. Infatti,
dice la nonna, in pieno
giorno anche il bianco

della sua finestrella si è spento.
E se senti la gente che grida!
come fanno a non trovare la strada
come fanno a non avere il riparo
a non pregarlo un prete o un capo
e Dio è andato via e ha fatto scuro quel giorno!

Dice la nonna che anche i polli nell’aia
saltavano sopra le stie quando l’aria
veniva giù grigia e i galli via che cantano
come quando è prima di giorno.

Si faceva scuro scuro scuro
come di notte
e hai pau-
ra, lo sai,

quando senti cose così;
e mi fa meravigliarmi e
mi fa pregare: perché io

mi dico: Olive mia,
tu mangi e poi dormi
e provi a scordarti

qualcuno dei pesi
che ha da portare la schiena;
tu bevi, tu balli

a volte un sabato
sera, incontri il tuo uomo
e con la grazia di Dio fai un figlio

Tu ti alzi, vai in giro.
ringrazi Dio che il tuo corpo
non è ancora di pietra,

e le hai ancora grosse le tette;
che hai una voce
buona a gridare

fino al paradiso per farti
sentire: non hai da aver paura di niente
da nessuno. Te ne vieni

alla bottega, ti fermi, due
chiacchiere, dai il saluto
e vai a casa;

hai una schiena che può ancora scavare
nei campi
e zappare e strappare le erbacce
da quel quadra-
tino di terra che tu chiami il tuo;
non sei malata e hai figli forti;

ogni giorno lo vedi il sole
che s’alza, il sole
che scende; ogni mese Dio manda

una luna nuova. La stagione di secca
viene ancora dopo la stagione di pioggia
e dopo la pioggia viene il verde raccolto.

E poi di colpo così
non c’è rima
non c’è ragione

i tuoi raccolti iniziano a morire
non puoi neanche vedere il sole nel cielo;
e di colpo così, non c’è rima,

non c’è ragione, la tua speranza è finita tutta
ti sembra che tutto va storto.
Perché va così? Che cosa vuol dire?



Ali di colomba

Brother Man il Rasta-
fari, barba piena di licheni
cervello pieno di pidocchi
stava lì a guardare i topi
spuntare su dalle assi
della sua cucina da quartiere del centro,
da quartiere di baracche,
e sorrideva. Beati i poveri
di salute, lui mormorava,
perché dovrebbero ereditare questa
abbondanza. Beati gli umili
di cuore, lui borbottava,
perché è tutto per loro questo abbandono.

Brother Man il Rasta-
fari, capelli pieni di licheni
testa calda come il ghiaccio
stava lì a guardare i topi
entrare in questo suo povero
buco, si prendeva la sua pace
e la pipa per la ganja
e sorrideva perché gli occhi
dei topi, pezzi di pomice
calda, erano bagliori nella stanza
come il rubino, come il quarzo
e di colpo facevano un sobbalzo
come il diamante.

E io
Rastafar-io
nella città del boom
a Babilonia, reso folle dalla luna
e da questo calice di pace, io
profeta e cantore, flagello
dello squallore, custode
Trench Town, Dungle e Young’s
Town, mi alzo in piedi e mi incammino per le strade degli
afflitti ora in silenzio, occhi di falco
duri di paura e
di affetto, e ascolto la mia gente
che piange, la mia gente
che grida:

Giù giù
uomo
bianco, uomo
furbo, uomo
bruno, giù
giù uomo
pieno, uomo
grasso sguardo
storto, bianco
nero quello,
l’uomo che
vive in
città.

Su su
in piedi coi tuoi
dreadlock, Salo-
mone sale
della terra, su su
in piedi
deridiamo-
li, sfottiamo-
li, fermiamo-
li, uccidiamo-
li e torniamo
indietro là
dove l’uomo nero
ha la sua terra
indietro là
in Af-
rica.
2
E lo sai che non lo fanno apposta,
non ci possono far niente
ma quelle facce pulite brune nella
città di Babilonia di loro ho più paura

e di me loro han più paura.
Guardali gli avvoltoi vola-
re, sentili i corvi gracchiare
vedi cosa comprano coi soldi?

Cra cra cra cra.
Vecchio corvo, vecchio corvo, crudele vecchio
vecchio corvo, è tutto quel che ha
la spocchia loro.

Corvo vola capriola
un saltarello
sul terreno; no
niente piede che sta fermo

sopra pietre ferme, no
niente bimbi buoni nati
dalla carne
di quelle ossa,

no no no no.
3
Così battili i tamburi
quelli, stendile

le ali quelle,
guardale volare

quelle, su
in alto alzarsi quelle,

chiare nella gloria del Signore.

Guardale le navi quelle
alle città venire quelle

sono piene di seta quelle
sono piene di cibo quelle

e guardali gli aerei quelli
vengono giù a terra quelli

sono pieni di lampi quelli
sono pieni di grana quelli

di seta quelli di cibo quelli
di scarpe quelli di vino quelli

che quelli bevono quelli
e si divorano quelli

in lode della gloria del Signore.

Così battili quelli
bruciali, mettigli

a quelli in testa che non
hanno niente quelli

solo quelli
lucidi gingilli lucidi

che scoppieranno tutti quelli
quando la fiamma dall’alto quella
distruggerà dall’alto quella e
ruggirà dall’alto quella

e i poveri in piedi quelli
e sorgeranno in furia quelli

nella gloria del Signore.

(tratti da da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014)


MERINI Alda (1931 - 2009)

  Alda Giuseppina Angela Merini  (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009) è stata una poetessa, aforista e scrittrice italiana. «...