Maria Clelia Cardona (Viterbo, 5 novembre 1940 – Roma, 15 giugno 2024) è stata una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana.
Maria Clelia Cardona è nata a Viterbo da Giovanni Battista Cardona, grecista, primo traduttore in italiano delle Storie di Polibio, e da Anna Cardinali, allieva del filologo romanzo Giulio Bertoni. Ha studiato lettere classiche alla Sapienza di Roma e si è laureata in archeologia con Ranuccio Bianchi Bandinelli.
A Roma è entrata in contatto con l’anglista e scrittrice Angela Giannitrapani e con lei ha fondato e diretto la rivista di narrativa “malavoglia” (1988-2000). Nei primi anni Ottanta ha frequentato l’ambiente dei poeti romani, stringendo una durevole amicizia, fra gli altri, con Elio Pecora e Amelia Rosselli, che più volte ha soggiornato nel casale della famiglia Cardona a Bagnaia. Giacinto Spagnoletti la presentò poi a Mario Luzi (che scriverà l’introduzione al suo primo libro di poesie, Il vino del congedo, 1994) e la mise in contatto con Yves Bonnefoy (del quale nel 1998 curerà un’ampia antologia delle opere) . Nel corso degli anni Novanta iniziò la collaborazione con il latinista Luca Canali per la realizzazione di opere relative al mondo classico. Durevole fu poi la collaborazione alla rivista “Leggendaria” diretta da Annamaria Crispino e a “Pagine” diretta da Enzo Anania. Nel corso della stesura del poemetto Di fiato e di fuoco (2016) e in occasione del libro di poesie I giorni della merla, ha conosciuto Stefano Agosti, che ha scritto sulla sua poesia un saggio uscito su Strumenti critici XXXIV, n.1, 2019. Ha pubblicato racconti, poesie, saggi di estetica e critica letteraria su varie antologie e riviste, fra le quali Nuovi Argomenti, Problemi, Galleria, L'ozio letterario, La Tartaruga, Gradiva, Blue Guitar, Tabella di marcia, Noi donne. Collabora a Leggendaria e a Pagine. È stata condirettrice della rivista letteraria malavoglia. Ha pubblicato romanzi, raccolte di poesia, traduzioni e saggi. Ha collaborato alla realizzazione dei volumi I Parchi Letterari (Abete, 1990-91; Marsilio, 1998) e I testi della letteratura latina, Einaudi, 1999. Ha curato L'età di Cesare e L'età di Augusto per Camena. Storia e antologia della Letteratura Latina, diretta da Luca Canali, Einaudi, 2005. Molte sue poesie sono state tradotte in francese e in inglese.
Al centro di gran parte dell'opera di Maria Clelia Cardona è la ricerca dei legami vitali e dei nodi problematici che collegano il passato alla modernità, per verificare i modi e i limiti del loro rapporto con il mondo attuale.
Nella Prefazione a Il vino del congedo (1994) Mario Luzi scrive che Maria Clelia Cardona “frequenta assai spesso il mito e gli autori classici come occorrenze della sua vita interiore, li richiama come luoghi nei quali l’esperienza dell’uomo si è instaurata ma non si è consumata” Il mito e i testi della classicità, dunque, “possono essere assunti di nuovo nella circolazione del sentire attuale, non come ricuperi, reperti o citazioni ma come immedesimazioni sostanziali con le figure e le situazioni che li hanno celebrati, e in ogni caso come episodi della continuità univoca dell’umano”.
Laura Lilli definisce Da un millennio all’altro (2004): “moderno e insieme antico, esile ma pesante”; per Giancarlo Pontiggia in questa raccolta “Cardona svela la qualità fascinatrice e vertiginosa del tempo che modella le opere dell’uomo e le forme della natura: sulle memorie dell’arte e della storia (non solo classiche: si veda la sezione viterbese fondata su una leggenda medievale, o le figure che animano il parco tardo-cinquecentesco di Bomarzo) prevalgono il crudele “respiro del mondo” (p. 89), il vento occiduo che annuncia autunno e fine (pp. 75–76)”. Marco Vitale scrive che questo libro è insieme lirico e narrante: “esso propone una riflessione che va dai più antichi supporti della scrittura alle fosforescenze che tramano il pianeta, dal respiro della storia alle voci dei poeti amati, dalla natura imprendibile tra i dirupi cimini alle città della vita: Viterbo, Roma, come paesaggi di cultura e di pietre, di immaginazione e affetti”.
Di fiato e di fuoco (2016) è un poemetto in cui si immagina la vita di Penelope dopo la seconda e ultima partenza di Ulisse da Itaca. Giovanni Tesio osserva che il poema non si presta a facili modernizzazioni e va alla radice del mito: “in Di fiato e di fuoco Odisseo passa dagli occhi e dal cuore di Penelope, e il fuoco della sua partenza attraverso il fiato del suo rammarico di donna, della sua desolazione amorosa, della sua lucida perorazione, davvero tutta femminile: “è l’inganno che ami, non il conoscere - / è il mare”. Ed è rovescio del consueto, del risaputo. Nel nitore classico del verso, accortamente rotto, altrettanto accortamente modulato per diversa ampiezza, scolpito in parole di domestica – ancora una volta antica – solennità, si configura una poesia che non concede confronti se non nell’arcaica ecolalia di qualcosa che sfugge alla citazione e che si risolve in musica, poeticamente in suono vigilato, fortemente congiunto al “contenuto” del suo dire”. Roberto Deidier scrive che “Come Eliot strumentalizza l’antico, lo fonde con il moderno, inseguendo i propri flussi analogici e atemporali, così Cardona evita di rivestirsene e affronta direttamente il cuore della questione, neppure attualizzandola ma portandola allo scoperto”.
Sulle tonalità della racolta I giorni della merla (2018) interviene Biancamaria Frabotta: “un libro composito, ma composto, variegato, ma concentrato sul suo significato, che ti cattura, fin dal titolo, e non ti lascia fino alla fine. Certamente ti fa innamorare di sé con mezzi subdoli, segretamente avvolti in un antico esercizio di riserbo, di riservatezza, di voci basse, di parole sussurrate ma nitide. Di leggende pagane rivissute talvolta con devota immedesimazione di esperta latinista, di sobria doppiatrice, senza sfoggi e senza trucchi, talaltra invece mischiate, in un semiserio saccheggio di stampo postmoderno, a sdoganati neologismi del web”. Il rapporto privilegiato dell’autrice con Leopardi è messo in luce da Daniele Piccini: “C’è nell’intero libro di Cardona il sentimento di una fragilità creaturale, che accomuna gli umani agli altri esseri (gli animali, le piante). Tutta l’esistenza trema, in un soffio che solo la parola poetica sembra poter esprimere. Ecco perciò che questa poesia sottomessa al senso della fugacità ritrova nei poeti amati una fraternità e una simbiosi. Il più fraterno di tutti è Leopardi, per cui l’autrice trova la definizione di “fratelli di latte lunare”.
Stefano Agosti nell’analizzare anche sul piano formale i libri più recenti, parla di una forma-oltre-la-forma: “non è bellezza formale, ma una sorta di “bellezza naturale” (chiamiamola così) quella che anima, pervade e illumina Di fiato e di fuoco e I giorni della merla, tanto le procedure che la caratterizzano risultano “connaturate” (mai epiteto appare più adeguato) al Soggetto che la gestisce: diremo che si tratta di procedure in cui la forma che le attua coincide col massimo delle proprie possibilità creative. Si tratta, insomma, di una forma-oltre-la-forma. Il libro inizia con un lungo poemetto sulla perdita della madre, "Il viso girato verso il muro", il cui svolgimento squisitamente narrativo ha come probabile modello il Preludio di Wordsworth, e dove i registri vanno dalle enunciazioni più aderenti al parlato comune (effettivo o solo mentale) alle aperture dei pensieri e sentimenti più straziati, senza esempi di questa altezza nella letteratura italiana contemporanea”.
Poesia
Il vino del congedo, Amadeus, 1994, con introduzione di Mario Luzi.
Da un millennio all'altro, Empiria, 2004.
Il segno del novilunio, Il Bulino, 2011.
Di fiato e di fuoco, Coup d’idée, 2016.
I giorni della merla, Moretti e Vitali, 2018.
Chissà verso dove
Ora
di te più non so, che come
sempre
t’intenebri e ti chiama e disegna
quel profilino
d’ombra che eri.
Oh, disperso, vagolante fra le
cianfrusaglie
dei miei pensieri – come sempre ci distrae
il
dolore per poi meglio afferrarci di sorpresa –
un alcione marino
che si posa sul davanzale
e subito se ne vola
chissà verso
dove.
*
Minuzie imperative
Poi un analgesico affaccendarsi e
riempire i giorni
di minuzie imperative: catalogare conchiglie
come
armature di milizie marine, disfare ogni tela
da me
tessuta,
ascoltare con occulto consenso
nelle funebri litanie
dei tarli odiatori di luce
lo sgretolarsi delle travi,
aspettare
che sul ti amo ti odio del letto
si depositi il loro polverio
come
una tiepida coltre di cenere.
Leggo di notte negli astri, quando
fisso
il cielo insonne, troppe storie che ci somigliano.
Neanche
uno sfiorarsi delle dita mentre
sulla tua pelle sudata si
consumava l’epilogo.
*
Per altri sogni
La sera siedo ad aspettare la luna, e
ti scrivo –
chissà dove, non lo so dove sei. So che
non
tornerai un’altra volta per la resa conclusiva,
quando
tutto è compiuto si sgretola la casa
disabitata e il mare ripete
in rima
che tutto si ripete.
Le parole che ti scrivo prendono
il largo
come un’ordinata flottiglia: spero non ti
raggiungano,
dovunque tu sia.
Doverti attendere ancora,
accarezzando lo
scialle –
ognuno ha la sua parte nel poema e
la mia è
sapere obliqui i tuoi sentieri e il mio
rivolto a
questa bianca estremità
dove ogni tratto di penna è la tua
assenza
e la tua ombra.
Ora stremata,
poiché ho smosso
montagne di parole
e di te non un dito – ora smagrita e grama
cagna di Ecate,
chiedo farina, non sale, per altri sogni mi
addormento
in fondo alle scale.
*
Massi e maschere
Passano i popoli sulla terra, come
quella
cenciaiola di nubi che trasmigrano in cielo,
spinte da
venti che non sanno.
Il popolo tuo, basilissa, è astuto e
predone,
circonda i palazzi di massi non umani,
e pensa la
morte come una maschera d’oro.
Ma anche il loro tempo è contato
e
già i cantori affinano le storie
da ricordare dietro i loro occhi
ciechi.
*
Questa musica
Uno sciame di sillabe evade
nell’aria
assolata, nello scoppiettio
di luci sulla superficie del mare,
e
ora mi resta questa musica –
niente che valga più la pena di
dirti,
affaccendato come sarai
a ingannare le ombre.
*
Maria Clelia Cardona, Di fiato e di fuoco, postfazione di Giovanni Tesio, Coup d’idée, 2016





















