Michele Sovente (Monte di Procida, 28 marzo 1948 – Monte di Procida, 25 marzo 2011) è stato un poeta italiano.
Nato e vissuto a Cappella, una frazione del comune di Monte di Procida (NA), nella zona dei Campi Flegrei, ha insegnato Antropologia culturale presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli ed ha collaborato col quotidiano Il Mattino.
Considerato uno dei tre maggiori poeti napoletani contemporanei neodialettali, insieme a Achille Serrao e Tommaso Pignatelli, si connota per lo stile di scrittura estremamente originale che mescola latino, italiano moderno e napoletano vernacolare. Egli stesso giustifica questo connubio come
«scaturito da un impulso interno, dal bisogno di portare alla luce schegge sonore, barlumi di una età lontana dai contorni fiabeschi e primitivi, manifestazioni di energia vitale, di fisicità, figure e gesti elementari, nuclei di pensiero e di visionarietà che configurano un universo dove fascino e paura, sortilegio e smarrimento, solitudine e fusione con la natura procedono sempre all’unisono. Da qui discende il mio convincimento che tra latino, italiano e dialetto non ci sono divergenze o contrapposizioni»
Nel 1990, Radiotre ha trasmesso il radiodramma In corpore antiquo tratto dal suo Per specula aenigmatis con la regia di Giuseppe Rocca.
Nel 1998 riceve il Premio Viareggio-Rèpaci, sezione "Poesia", per il suo libro Cumae.
Nel 2001 la Giuria del Premio Elsa Morante-Comune di Bacoli, presieduta da Dacia Maraini, ha assegnato uno speciale riconoscimento alla sua attività di poeta.
Nel 2008 riceve il Premio leopardiano La Ginestra.
Significativa la profonda amicizia con l'artista Guglielmo Longobardo che è sfociata spesso in collaborazioni e attestati di stima, un esempio è la pubblicazione del catalogo Longobardo che raccoglie opere dell'artista e sue poesie.
Opere
L'uomo al naturale (Vallecchi, 1978)
Contropar(ab)ola (ivi, 1981)
Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990)
Cumae (Marsilio, 1998)
Carbones (Garzanti, 2002)
Zolfo (Dante&Descartes, 2004)
Carta e formiche (Centro di Cultura Contemporanea Napolic'è, 2005)
Bradisismo (Garzanti, 2008)
Superstiti (San Marco dei Giustiniani, 2010)
AMERICA
America non più felice,
sotto
macerie il sogno
di una interminabile opulenza,
America non più
senza
paura, si è aperta un’oscura
voragine in cui
l’Occidente
patisce l’orrenda luce del niente.
LA LUNA
Altissima venne la luna
la luna
implacabile scava
la siepe l’obliquo sudario
del Sagittario
sbarrò
(“…che dice… perché
la goccia non tace?”)
il
topo poi arrivò
il topo poi rosicchiò
l’anima bianca del
foglio
(“…per cosa… per cosa
continueremo a parlare?”)
la
candida luna svelò
di essere un cieco budello
la luna immensa
brillò
sulla tabe della siepe
(“…che dice… perché
la
luna non tace?”)
altissima la goccia arrivò
e la mia
lingua
ogni lingua scavò…
IN UN FOLLE IMBUTO...
In un folle imbuto cartilagini e
muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello,
l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare
l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale
dall’onda,
sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra
morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in
sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva affermato
nel flusso
mortale dei fiumi il perno del
tutto maiuscolo mi strappava ai
miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di
sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle imbuto dei
noviluni,
dei giorni, dei venti, degli aromi emollienti: e sono
io
il bricoleur – leggi: scriba – che raccatta
scarti
latini e a uno a uno li saggia
nell’attrito infinito di un’altra
lingua che mai vedrà nascere.
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