testo macedone a fronte
La Vita Felice
collana Adamàs, 13
settembre 202
pp. 200, euro 18
ISBN 9788893469234
È come se la lingua di Dimkovska fosse stata nutrita con il latte di una violenza millenaria. Da una parte, la storia sterminata delle tradizioni, degli accenti, delle nenie e dei mondi catturati da quel grande arcipelago di terre chiamato penisola balcanica; dall’altra, la storia recente, a tratti terribile, di una nazione e di un popolo che nel Novecento si è visto contendere tutto – persino il proprio nome – e che ha trovato se stesso attraversando la grande storia Europea, fatta di smembramenti, ricomposizioni e guerre civili. Si sente in questa poesia la continua frizione dei confini, il loro attrito, il loro sapore nascosto: il desiderio di un fluire fra le terre e le nazioni e i linguaggi che non sa nascondere la paura di perdersi. La lingua di Dimkovska è come se fosse costretta dagli eventi a pensarsi in una traduzione e in un tradimento. Non è un caso che l’altro in questa poesia è sempre un enigma, un indovinello, un paradosso. L’umanità stessa è messa in discussione in una storia di decadimenti, in cui l’ossessione per la morte è costante, come però la fiducia che in un’ironia nera la poesia possa lasciare un’eredità di liberazione: «Ti farebbe bene un proiettile in testa,/ un salto dal ponte o una vena tagliata,/ l’acido cloridrico nel tè, la cintura da uomo al collo,/ al momento sbagliato, nel posto sbagliato/ la morte è risveglio».
Tommaso Di Dio
La Vita Felice
collana Adamàs, 13
settembre 202
pp. 200, euro 18
ISBN 9788893469234
È come se la lingua di Dimkovska fosse stata nutrita con il latte di una violenza millenaria. Da una parte, la storia sterminata delle tradizioni, degli accenti, delle nenie e dei mondi catturati da quel grande arcipelago di terre chiamato penisola balcanica; dall’altra, la storia recente, a tratti terribile, di una nazione e di un popolo che nel Novecento si è visto contendere tutto – persino il proprio nome – e che ha trovato se stesso attraversando la grande storia Europea, fatta di smembramenti, ricomposizioni e guerre civili. Si sente in questa poesia la continua frizione dei confini, il loro attrito, il loro sapore nascosto: il desiderio di un fluire fra le terre e le nazioni e i linguaggi che non sa nascondere la paura di perdersi. La lingua di Dimkovska è come se fosse costretta dagli eventi a pensarsi in una traduzione e in un tradimento. Non è un caso che l’altro in questa poesia è sempre un enigma, un indovinello, un paradosso. L’umanità stessa è messa in discussione in una storia di decadimenti, in cui l’ossessione per la morte è costante, come però la fiducia che in un’ironia nera la poesia possa lasciare un’eredità di liberazione: «Ti farebbe bene un proiettile in testa,/ un salto dal ponte o una vena tagliata,/ l’acido cloridrico nel tè, la cintura da uomo al collo,/ al momento sbagliato, nel posto sbagliato/ la morte è risveglio».
Tommaso Di Dio
COME SAREBBE
essere figli di genitori morti in guerra,
essere figli di genitori divorziati, o essere
un bambino africano su un mega cartellone,
vivere in una residenza sanitaria per disabili,
avere la chiave di una casa popolare,
ricevere aiuti in farina, olio,
ovatta e cotton fioc,
aprire un conto corrente per il trapianto di midollo osseo,
vivere in un villaggio sos con una Supermamma di nove figli
e una zia che viene una volta alla settimana
a stirare indumenti e a giocare a carte,
dormire in uno scatolone di cartone davanti al parlamento
o nella metro di una metropoli che ospita un convegno di alti statisti,
essere una bambola in costume folcloristico
al posto del vigile all’incrocio,
se i bambini adottassero i genitori e non viceversa,
bere il sangue alla goccia prima che si ossidi,
essere la tiroide della politica familiare,
sbavare per alcune persone
e per altre, invece, ti viene un nodo alla gola,
tenere l’asciugamano più morbido per l’ospite straniero,
e il letto più duro per il suicida sopravvissuto,
essere una catapulta nell’occhio di Dio,
accumulare conoscenza con il cucchiaino di sciroppo appiccicoso,
avere per punto di vista un calzino appena lavato
che ha perso il proprio compagno,
se non ti andassero più né la pelle né la terra,
impiccare al tiglio del monastero
l’ultimo uomo che ti ha baciata in fronte,
essere il tema scottante di un film a basso costo,
se l’ombelico rientrasse prima della lingua,
e la lingua prima del peso vivo dello spirito,
diventare l’inquilino della propria esistenza,
prendere coscienza che la vita è un gioco di non nuotatori
con onde più alte di te.
IL CUORE DI CHOPIN
Il cuore di Chopin a Varsavia –
murato nel pilastro interno alla chiesa,
non può, pur volendo, mancare nemmeno una messa.
Assiste alle confessioni di adùlteri e di infelici,
conta le firme sulle petizioni
contro l’aborto e i matrimoni omossessuali,
ha i crampi di fronte ai simboli nazionali,
ricorda il passato come se fosse ieri,
davanti a lui i turisti si fanno i selfie,
ha brividi di freddo, di paura, di dubbio, di fede,
si innamora, si disamora,
alle serate musicali in suo onore
si rivolta nel letto
o sospira beato,
si fa cullare nel sonno dal suono dell’organo
e cade nell’insonnia davanti alle grandi svolte della storia,
in un perpetuo nascondino con Dio e Dio non lo trova,
e lui non trova Dio,
verso la fine di ogni messa
il prete dice «Andate in pace»,
e i fedeli che hanno fretta di uscire intonano
«Grazie a Dio».
Lì anche il cuore di Chopin vuole andare via,
ad ogni costo, attraverso l’uscita d’emergenza
o tramite la crepa nella volta,
ma un muro non lo demolisci con la testa,
tanto meno col cuore,
e imprigionato nel pilastro della chiesa
ansima di mutismo, batte sconnesso,
e mi chiedo se ce la farà fino alla fine
o se imprigionato fra preti e fedeli
lì, in mezzo a tutti, gli verrà
un colpo?
ECO
Sotto la casa primordiale
l’eco faceva ritorno da questo mondo,
sorvolava le cotogne, i filari di tabacco
e la rakija nel calderone,
ci portava i saluti dai nostri cari.
A quel tempo eravamo tutti vivi.
La vescica urinaria dei cuccioli macellati
era il palloncino più resistente al mondo,
la zuppa del gallo anziano
nemmeno i maiali la volevano mangiare,
sul fondo della pentola per fare il sapone,
all’improvviso, si palesava un arcobaleno.
Risuonavano le culture del mondo
alla Radio Macedonia, Terzo programma,
nella stanza con l’odore della zucca al forno
e le calze stese sulla stufa,
dove mia nonna mi ha fatto a maglia un gilet di lana
adatto a ogni stagione.
Quando mi è diventato piccolo, sono partita per il mondo
e ci vivevo, nero su bianco,
mescolando il sangue con l’acqua
non mi sono accorta quando è diventato saliva
proprio come la casa primordiale
che prima era una casa,
poi una proprietà con aliquota fiscale,
infine rovina in una lite giudiziaria.
Ora, sotto la casa, gridiamo e gridiamo,
ma l’eco ci ritorna dall’altro mondo,
sorvolando le tombe e le discariche
e porta i saluti solo da noi stessi.
Lidija Dimkovska (1971) è una poetessa, prosatrice e traduttrice macedone. Attualmente risiede a Lubiana, Slovenia, e vanta una prolifica carriera letteraria, con sette raccolte di poesia, quattro romanzi, un diario, una raccolta di racconti e la curatela di quattro antologie. Le sue opere sono state tradotte in quindici lingue. È vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il “Premio dell’Unione Europea per la letteratura” con il romanzo Резервен живот (Vita di scorta, 2013). Traduce in macedone opere letterarie dal rumeno e dallo sloveno.


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