domenica 9 novembre 2025

#biblioteca / Luigi Natale - NEVE VENTO SASSI - Molesini

 
Luigi Natale
NEVE VENTO SASSI
con un saggio di Fabio Finotti
Molesini editore
2024
pp. 96, euro 10
ISBN 9791281270121
 
Premio letterario Giulio Angioni 2025


La scrittura poetica – quella vera e non costruita a tavolino – discende dalle stelle, si fa suono e ritmo della Creazione. In questa sesta raccolta poetica di Luigi Natale le stelle illuminano neve, vento, sassi, entrando con grazia nella quotidianità delle cose famigliari e dell’isola natia, la Sardegna, con la potenza del ricordo, con la presenza dell’anima, attraverso un profumo, una folata di vento, l’asperità o la levigatezza di un sasso. Ogni poesia contiene un cosmo, evoca un destino, rammenta l’essenzialità e la bellezza della vita e della natura, anche nella durezza della morte e del passare del tempo che sempre ritorna, dentro la parola poetica. Perché «Siamo dentro i nomi / di ciò che abbiamo amato» e, narrandola e riscrivendola, ricopiamo «l’amata tua voce dal volo lieve di una foglia». Nei versi di Natale troviamo una potente immediatezza che si manifesta in una visione incarnata e incantata dei paesaggi naturali e umani che va rievocando. Sono paesaggi, come ebbe a dire Mario Luzi, «che respirano», che prendono corpo dentro un ritmo dove ogni parola di-segna un destino, si apre alle costellazioni, discende nel mondo quotidiano senza mai lasciare la luce delle stelle.
 
Neve vento sassi

Siamo dentro i nomi
di ciò che abbiamo amato.
Una lunga distesa di licheni un raggio di sole obliquo davanti ai nostri passi.
Neve, vento e sassi.
Una parola lavorata
quando c’è qualcosa da difendere.
Ricopiare l’amata tua voce
dal volo lieve di una foglia.

Luigi Natale (Orotelli 1957) è stato un celebre terzino. Ha scritto cinque libri di poesia molto apprezzati dalla critica: Ospite del tempo (1998); Il telaio dell’ombra (2001, con Prologo di Mario Luzi); Orizzonti sottili (2005); L’orlo del mondo (2012); Il mare che aspetta (2018). Nel 2014 è uscito La terra del miele, racconti di Sardegna ed altri mari.

#biblioteca / Roberto Deidier - QUEST'ANNO IL LUPO FISSA NEGLI OCCHI L'UOMO - Molesini

 

Roberto Deidier
QUEST'ANNO IL LUPO FISSA NEGLI OCCHI L'UOMO
Alla ricerca del ritmo di una lingua ideale perduta

con un saggio di Marco Carmello
Molesini editore
collana BiancaBlu
pp. 84, euro 12
ISBN 9791281270176
 
Premio Nazionale Poesia del Mezzogiorno 2025
 
Nell’introduzione a Il primo orizzonte Luigi Surdich scriveva, leggendo la poesia di Roberto Deidier: «Scopriamo […] di trovarci nel centro della poesia contemporanea: nel cuore di una poesia da secolo nuovo […] che, per deliberata presa di distanze tanto dallo sperimentalismo quanto dalla declinazione postmoderna, fonda il luogo della pronuncia in versi in una peculiare “attualità”». A più di vent’anni, l’esattezza elegante delle parole di Surdich colpisce anche laddove sia inevitabile, oggi, vederne virare il colore verso tinte forse inattese. Anche questo è, a dispetto della dichiarazione del suo autore, libro unitario, in cui la linea del tempo non si palesa e anzi si fa elemento di coerenza architettonica dell’insieme, parlandoci di una poesia capace di persistere, insistendo nel tempo, facendosene attraversare, senza farsene, però, esaurire. Siamo alla presenza di un lirico di razza, forse uno degli ultimi nel nostro panorama poetico, per il quale ogni cosa è, anzitutto, questione di ritmo.
 
Quest’anno il lupo fissa negli occhi l’uomo

Tra i muri di una casa l’universo
Ha i segreti che può avere un giardino:
Una carezza è lo schiudersi di corolle.
I moti dei venti accennano un sussulto
E le leggi del suono e della luce
Mimano all’alba una stella che nasce
Tra il letto e la cucina. La vita nuziale
È in questa fisica dell’essenziale.


Roberto Deidier (Roma 1965). Vive tra la sua città natale e Palermo, dove insegna Letteratura italiana all’Università. Le sue poesie sono raccolte nei volumi Una stagione continua (Pequod, 2002), Il primo orizzonte (San Marco dei Giustiniani, 2002), Solstizio (Mondadori, 2014), All’altro capo (Mondadori 2021). Nel 2011 è apparso un quaderno di versioni poetiche, Gabbie per nuvole (Empirìa). Le sue traduzioni da John Keats sono pubblicate in un Meridiano Mondadori; per la stessa collana ha curato Poesie, prose e diari di Sandro Penna. Tra i suoi volumi di saggi si ricordano Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini di Italo Calvino (Sellerio 2004, nuova edizione 2023) e Il lampo e la notte. Per una poetica del moderno (Sellerio 2012).

martedì 21 ottobre 2025

#stranieri / UN Ko (1933 - viv.)


Ko Un, in hangŭl: 고 은 (Gunsan, 1º agosto 1933), è un poeta, scrittore, saggista, autore teatrale e pittore sudcoreano, tra le figure più rappresentative della Corea del Sud contemporanea.
Ko Un nasce a Gunsan, nella provincia sudcoreana del Jeolla Settentrionale, nel 1933, durante l'occupazione giapponese della Corea, e sarà il testimone delle vicende dolorose che il suo Paese dovrà affrontare nell'arco di numerosi decenni: dalla dominazione coloniale giapponese, agli orrori della Seconda guerra mondiale, dalla guerra fratricida della Corea del 1950-53 alla sua divisione al trentottesimo parallelo durante la Guerra fredda, dalle numerose dittature militari susseguitesi per poi giungere negli anni novanta a testimoniare una "pacifica rivoluzione" che conduce alla guida della Repubblica di Corea come governo democratico e progressista.
Primogenito di una modesta famiglia, sia per il livello economico che culturale, apprende dal nonno la storia coreana e il perché della resistenza all'occupazione giapponese. Legato da profondo affetto alla nonna materna, che morirà durante l'esodo del dopoguerra coreano, scriverà una poesia a lei dedicata nella raccolta poetica Nanimbo.
Ko Un inizia le scuole nel periodo in cui l'uso della lingua coreana, essendo il Paese dietro gestione di un'amministrazione coloniale giapponese, era in esse vietato e, come egli stesso ricorda, anche il suo nome era stato cambiato in Dakkabayai Dorasuke. Affronta gli studi con grande impegno e già all'età di otto anni conosce i testi della letteratura classica cinese. Nel 1945 inizia a scrivere i suoi primi versi ispirato da un libro trovato per caso sulla strada di casa mentre ritorna dalla scuola media che frequentava a quattro chilometri da casa sua. Il libro, che lo colpisce enormemente, era una raccolta del poeta lebbroso Han Haun intitolato "Poesie scelte".
Nel 1950 gli viene assegnata una cattedra nella scuola media di Kunsan dove insegna coreano e arte, ma nel mese di giugno scoppia la guerra facendo precipitare il paese, che si sollevava a fatica dalla trascorsa dominazione coloniale, nell'orrore della distruzione e sconvolgendo a tal punto il giovane che tenterà il suicidio. Si salva ma perde per sempre l'uso di un orecchio.
Nel 1952, stanco degli orrori visti, trova rifugio nella religione e diventa monaco buddista dedicandosi allo studio della meditazione Sǒn con il maestro Hyobong. Viaggia per alcuni anni senza sosta vivendo di elemosina finché nel 1957, insieme ad un altro monaco, fonda il "Buddhist Newspaper" e ne diventa il direttore. Riprende così l'impegno poetico e inizia a pubblicare saggi e poesie.
Il 1958 sarà l'anno del suo debutto letterario con una poesia dal titolo "Tubercolosi" che pubblica sulla rivista "Modern Poetry" con l'incoraggiamento del poeta Co Chihun. La sua prima raccolta di poesie, Other World Sensibility, esce nel 1960 quando il giovane monaco è ormai famoso negli ambienti buddhisti e letterari.
Nel 1962, deluso ancora una volta dalla corruzione che vige nel clero buddista, decide di abbandonare la vita monastica per riprendere le vesti di laico e lo dichiara sul quotidiano "Hankook Ilbo" con un Manifesto di rinuncia. Per tre anni, dal 1963 al 1966, vive sull'isola Cheju dove insegna gratuitamente coreano e arte in una scuola di carità. In questo periodo legge Il placido Don di Michail Sholokhov in traduzione giapponese ma la vastità e grandezza del testo lo sconforta e brucia tutti i suoi manoscritti che ritiene, al confronto, misera cosa. Non è questo un periodo sereno per il poeta che, depresso dall'alcool e dall'insonnia, tenta nuovamente il suicidio. Continua comunque a scrivere e pubblica il suo secondo volume in versi Seaside Poems: God, The Last Village of Languages.
Nel 1967 il poeta fa ritorno a Seul dove ha inizio un terribile periodo nichilista nel quale, pur continuando a scrivere, non migliora il suo stato psicologico che lo porta a bere e ad ubriacarsi e nel 1970 a tentare per la terza volta il suicidio con il veleno rimanendo in coma per trenta ore.
Nel 1973 un profondo cambiamento avviene nella vita del poeta che, abbandonato e rinnegato l'atteggiamento nichilista, diventa un appassionato militante nazionalista impegnandosi negli eventi storici e sociali contemporanei. Profondamente coinvolto nel movimento per i diritti umani e nel movimento dei lavoratori dirige la sua protesta contro il tentativo del presidente Park Chung-hee di emendare la costituzione e salire al potere.
Gli anni che vanno dal 1974 al 1978 lo vedono sempre più impegnato nella lotta per i diritti umani. Nel 1974 viene fondata l'Associazione degli scrittori per la Libertà e il poeta ne diventa primo segretario generale, mentre nel 1978 sarà eletto rappresentante dell'Associazione per i diritti umani. Inserito nelle liste nere della KCIA (Korean Central Intelligence Agency), i servizi segreti della Corea del Sud, nel 1974 viene arrestato e imprigionato per la prima volta. Nello stesso anno riceve il "Korean Literature Prize". Risalgono a questi anni, nei quali non smette mai di scrivere, le raccolte On the Way to Munui Village (1977), Going into Mountain Seclusion (1977), Early Morning Road (1978), le traduzioni dai classici cinesi Selected Poems of Tu Fu, i saggi e le biografie di famosi poeti e artisti, come Critical Biography of Yi Joong-Sup, Han Hong-Un, Critical biography of the Poet Yi Sang.
Nel 1979 il poeta viene eletto vicepresidente dell'Associazione per l'unità nazionale e, imprigionato per la seconda volta, sarà presto scarcerato. Nel frattempo la situazione del paese si sta facendo sempre più critica. Assassinato nell'ottobre del 1979 il presidente Park Chung-hee, la dittatura riprende il potere nel 1980 con il colpo di Stato del generale Chun Doo-Hwan e nel maggio dello stesso anno Ko Un, accusato di alto tradimento, viene imprigionato per la terza volta e condannato all'ergastolo ma sarà liberato nell'agosto del 1982 grazie ad un'amnistia.
Nel 1983 la vita del poeta subisce una nuova svolta. Conosce Lee Sang-Wha, docente universitaria di letteratura inglese e il 5 maggio dello stesso anno si sposa e si trasferisce a sud di Seul, nella piccola città di Ansǒng dove pubblica i due volumi Collected Poems e gli nasce la figlia Cha-Ryong.
Da questo momento la vena creativa di Ko Un diventa più ricca e scrive e pubblica numerose opere di poesia, prosa e saggistica (Homeland Stars (1984), Pastoral Poems (1986), Fly High, Poem! (1986), Your Eyes (1988), Morning Dew (1990). Tra il 1986 e il 1997 inizia la pubblicazione dei primi quindici volumi di Maninbo (Diecimila vite) e tra il 1987 e il 1994 quella di Paektu Mountain: An epic in sette volumi e inoltre la prima serie di venti volumi dei Collected Works e i cinque volumi della sua Autobiography.
Nel 1987 riceve per la seconda volta il "Korean Literature Prize", ma nel 1989 viene incarcerato per la quarta volta. Nello stesso anno riceve il "Manhae Literary Prize". Riceve il "Jong-Ang Cultural Prize" nel 1991, anno della pubblicazione di For Tears, Sea Diamond Mountain, What!-Zen poems!, Garland Sutra: A Novel, e dal 1991 al 1994 sarà Presidente dell'Associazione degli scrittori per la letteratura nazionale.
Gli anni tra il 1994 e il 1998 lo vedono impegnato nell'insegnamento presso la Graduate school della Kyonggi University a Seul e sempre nel 1994 ottiene il "Daesan Literary Prize". Nel 1995 esce la raccolta di versi Dokdo Island ed esce anche il romanzo Chongsun Arirang. Nel 1997 si reca per un viaggio di quaranta giorni nel Tibet e sull'Himalaya e pubblica la raccolta di poesie A Memorial Stone oltre a un libro di saggi dal titolo At the Living Plaza.
Su invito dell'Harvard Yenching Institute trascorre un anno negli Stati Uniti (1999) dove, presso l'Università della California, insegna letteratura coreana moderna per la durata di un semestre, mentre proseguono le pubblicazioni delle sue opere: il poema epico Far, Far Journey, i due volumi del romanzo Sumi Mountain, il libro di viaggi Mountains and Rivers, My mountain and Rivers, oltre a un testo di critica poetica dal titolo Morning with Poetry. Sempre nel 1999 riceve il "Buddhist Literature Prize".
Risale al 2000 la pubblicazione dei due volumi di poesie South and North e The Himalayas e il viaggio nella Corea del nord come delegato per l'incontro al vertice tra i leader delle due Coree. Viene nel frattempo eletto co-presidente del "National Trust of Korea". Nel 2001 esce la raccolta di poesie brevi dal titolo Flowers of a moment, tradotta anche in italiano nel 2006 con il titolo Fiori d'un istante. Esce anche la raccolta in prosa intitolata The Road Has Traces of Those Who Went Before.
Nel 2002 viene pubblicata la raccolta in versi Poetry Left Behind e il poeta si dedica all'opera completa in 38 volumi dal titolo Ko Un's Complete Works oltre a pubblicare la raccolta poetica Late-Coming Song. Viene anche nominato per la prima volta candidato per la Corea al Premio Nobel per la Letteratura. I volumi 16-20 della raccolta poetica Ten Thousand Lives escono nel 2003 e nel 2004 il poeta ottiene diverse nomine, tra le quali quelle di presidente del "Korean Literary Peace Forum" e, per la seconda volta, la candidatura al Premio Nobel per la Letteratura.
Il 2005 lo vede impegnato in una visita alla Corea del Nord per partecipare ad un comitato congiunto per la stesura di un dizionario pan-coreano. Vengono intanto annunciate le pubblicazioni dei volumi 21-25 di Ten Thousand Lives e gli giunge la terza nomina a candidato al Premio Nobel che lo vede tra i finalisti. Nello stesso anno riceve il "Literary Award for Unification" e il "Bijorns Ordere for Literature".
Ha scritto poesie in quasi ogni genere immaginabile, di fatto su ogni tema. Le sue prime poesie erano perlopiù brevi liriche contrassegnate da una manifestazione straordinariamente sensuale di intensità verbale. Molto spesso, le sue poesie sono ispirate dalla visione di scorci di paesaggi, da parte di un individuo o in un ricordo fugace. Queste poesie possono essere piuttosto lunghe o molto brevi. È autore di una raccolta di poesie Zen, nonché di altre raccolte di brevi epigrammi. Ha inoltre scritto un'epopea in 7 volumi, Baektusan, sulla lotta coreana per l'indipendenza dal Giappone.
La sua più straordinaria impresa poetica è il Maninbo (Ten Thousand Lives, ovvero "Diecimila vite"), serie attualmente (2006) giunta al volume 23, nella quale egli rievoca ogni persona da lui conosciuta personalmente o incontrata nel corso delle sue conferenze durante la sua vita. Nonostante una concezione sbagliata che su di lui è stata formulata, la politica e la lotta non sono mai state pervasive nei suoi lavori pubblicati, benché egli leggesse poesie di protesta a tutte le più importanti manifestazioni pro-democrazia durante gli anni settanta e ottanta. Le sue poesie sono intensamente spontanee, caratterizzate da un linguaggio vernacolare più che da una finezza letteraria.
Ko Un ha pubblicato oltre centoventi volumi, tra cui molti volumi di poesia, varie opere di narrativa (in particolare narrativa buddista), autobiografia, teatro, saggi, traduzioni dal cinese classico, libri di viaggi, ecc. Selezioni di sue opere sono state tradotte in inglese (6-7 volumi), spagnolo (4-5 volumi), italiano, francese, tedesco, giapponese, cinese, vietnamita, ceco, bulgaro, svedese e danese.

L’ANIMO DI UN POETA

Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.

Le parole di un poeta s’insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.

L’animo di un poeta è un solitario grido di verità
nato negli spazi fra mali e bugie del nostro tempo,
picchiato a morte da tutti gli altri animi.

L’animo di un poeta è condannato, non c’è dubbio.


UNA MIA BREVE BIOGRAFIA

A volte sogno.
Dopo il volo lontano d’un pellicano sull’Oceano Indiano
io sogno.
Come usava fare mio padre al paese natio.
Scomparsa la luce dopo il tramonto, in quell’oscurità
io sogno.
Risvegliato dal sogno
sono vivo come una linea elettrica che piange nel vento.
Finora ho respinto i miei sogni.
Persino in sogno
ho lottato per respingere i sogni.
Così,
che fossero fantasie
o teorie dominanti di un’era
le ho respinte.
Esistevano solo le cose così come sono.
Ho visto
luci fosforescenti brillare sul mare notturno.
Ho visto
le bianche fauci delle onde scintillare appena
mentre l’oscurità le seppelliva.
Esistono solo le cose così come sono.
Ho visto
lo scintillio della luce fosforescente e il suo nascondersi,
simili allo sguardo che unisce la madre e il suo neonato.
Ora accetto i sogni.
Le cose non sono più solo come sono.
Io sogno.
Ieri
non è oggi.
Oggi
Non è domani.
Ma io sogno il domani.
La Madre terra è tomba d’esperienze.

Mi resta un sogno:
possa in un futuro lontano il mio Io-fossile sepolto nella terra
diventare un canto fossile.


RAGGIO DI SOLE

Non puoi farci niente!
Perciò respira profondamente
e accetta il tuo triste destino.
Un illustre ospite visita
la mia minuta cella esposta a nord.
Non il supervisore in un normale giro d’ispezione,
ma un raggio di sole nell’incalzare della sera,
più piccolo d’un foglietto più volte ripiegato.
Sono pazzo di te, mio primo amore!
Si posa sul palmo della mano,
riscalda le dita d’un timido piede nudo.
Poi, mentre mi inchino,
e poco religiosamente sto per offrirgli un volto scarno,
quel briciolo di luce in un attimo scivola via.
Dopo la sua scomparsa là, oltre le sbarre,
la cella appare mille volte più fredda, buia.
Cella speciale di una prigione militare,
somiglia a una camera oscura.
Privo del raggio di sole, il mio riso sa di follia.
Un giorno è una bara con un cadavere,
un altro è il grande mare.
Che meraviglia! Lì qualcuno riesce anche a sopravvivere!
Essere vivi è un mare in tempesta, senza neanche una vela in vista!

 

(Traduzioni di Vicenza D’Urso)

#stranieri / MICHAELS Anne (1958 - viv.)


Anne Michaels (Toronto, 15 aprile 1958) è una poetessa e scrittrice canadese. Nata a Toronto, nell'Ontario nel 1958, Michaels ha frequentato l'Accademia di Vaughan Road e successivamente l'Università di Toronto, dove è attualmente docente presso il Dipartimento di letteratura inglese. Il suo primo libro, The Weight of Oranges (1986), volume di poesie, è stato premiato col "Commonwealth Prize". Per la poesia ha ricevuto il National Magazine Awards, il Canadian Authors Association Award ed una nomina al Premio del Governatore Generale (1991) per la sua seconda raccolta poetica, Miner's Pond. Michaels ha scritto due romanzi, meglio conosciuta per il primo, Fugitive Pieces (1996, pubblicato nel Regno Unito nel 1997 ed in Italia nel 2001), che ha riscosso molto successo internazionalmente ed ha ricevuto il "Books in Canada First Novel Award", il "Trillium Book Award", l'"Orange Prize" ed il "Guardian Fiction Prize". Michaels, che ha anche composto pezzi musicali per il teatro, ha dichiarato: "Quando metti tanto amore nel tuo lavoro, come in un qualsiasi rapporto, non puoi sapere – ma solo sperare – che ciò che stai offrendo sarà recepito in qualche modo. Formi il tuo amore secondo le esigenze artistiche, i rigori del tuo genere letterario. Pur tuttavia è un atto d'amore, ed è natura dell'amore che tu debba darlo liberamente." Nel 2011 ha preso parte al progetto del Bush Theatre londinese, il Sixty Six Books, per cui ha scritto un pezzo basato su un libro della Bibbia di re Giacomo.

Romanzi
Fugitive Pieces, 1996 / In fuga, Giunti Editore, 1997
The Winter Vault, 2009 / La cripta d'inverno, Giunti Editore, 2009

Antologie poetiche
The Weight of Oranges (1986)
Miners Pond (1991)
Skin Divers (1999)
Poems (2000)
Correspondences (2013) (finalista al Griffin Poetry Prize 2014)

***

traduzioni di Marco Malvestio

Anna

La felce che un poco alla volta
strisciava fuori dal vaso –
non si muoveva nient’altro.
Le confessioni, da noi, si facevano
tra la penombra e il ronzare del frigo
in cucina: nel poco di luce
che resta aggrappato alle cose
la sera presto, o nel vibrato pallido
prima dell’alba e della colazione.

Quell’estate sedevamo sotto il portico
come presagendo la sua fine
e salutavamo Anna, sedici anni,
sneakers e shorts bianchi,
di fretta, ormai a metà della via.
Volava in quelle sere delicate
come una falena, irrequieta
nell’alone dei lampioni e del tramonto.

Una notte guidammo fino al lago,
oltre la discarica del porto,
le rotaie, le fabbriche, i container.
Guardammo l’acqua fino a notte fonda
senza sapere che Anna era con noi,
che gridava nell’aria salmastra,
che gridava in quell’abbraccio luccicante
che, così come si era spalancato,
si era chiuso su di lei.
Nessuno sentì niente.
Fari di navi sulla superficie
come luce nello spiraglio della porta.

Galleggiava sul lago come un tronco.
A due miglia da noi, nell’annullarsi
lento dei colori nella notte,
i gabbiani si affollavano sull’acqua.

I finali concordano: un bivio.
Il dolore colpisce dove prima
aveva colpito l’amore.
Quella mattina, la nostra ultima insieme.
sedemmo con la famiglia, in stanze buie,
di Anna, guardammo sua madre
lasciarle un maglione sulla bara.
Ci imbarazzano, certi finali,
l’amore è ancora vivo e si dimena
sotto la superficie del cuore.

Una voce ci riscuote
che non riconosciamo.
Andiamo più vicini, tentiamo
di distinguere bene le parole.
È questo che fa cominciare
o finire l’amore: cominciamo
a capire le parole.
Per salvarci doniamo e perdoniamo.

La morte e l’amore li riconosciamo
quando li impariamo a nominare:
ciascuno con il proprio
nome, ciascuno col nome dell’altra.
Il nome di una ragazza che la nostra
sordità ha reso odioso.

*

Il peso delle arance

“Now I lodge in the cabbage patches
of the important…
Not much sleep under strange roofs
with my life far away…”

– Osip Mandelstam

La mia tazza ha il colore del pane e della sabbia,
la pioggia, dello stesso
colore del palazzo qui di fronte,
ha sciupato le dalie rosse ed un libro
lasciato sul davanzale.

La pioggia fa parlare
la pelle di ogni cosa,
il rosa fiamma del mattoni appena cotti,
foglie verde lucertola, le lingue
contorte delle pigne.
È precisa come noi non siamo mai,
tira fuori il meglio di ogni cosa
conservandola intatta.

Il nostro letto con la pioggia si fa umido
e la stanza diventa una caverna
al mattino, una tenda al pomeriggio:
la pioggia accende il suono del fogliame
che manca per tutto l’inverno – il suono
che ci chiama fuori dal letto…
Catturati dal vento con le foglie
bagnate.

Scrivo ascoltando lo stesso
suono che ci svegliava, nel respiro
delle tende nella stanza mezza buia.

Mi sveglio presto, di recente, cammino.
Ti ricordi le nostre camminate?
Orizzonti appena rossi nell’aurora
come labbra – e ci sembrava così dolce
allora, la distanza.
Le lettere andrebbero scritte
per dare notizie, per dire
ti aspetto in stazione.
Non queste lacrime asciutte, che ci onorano
come si onora una tomba.
Mi vergogno della nostra lontananza –
mi sveglio di notte e vedo scritto
nell’aria VERGOGNA, come nella Bibbia,
e nel sogno la mia pelle è tatuata
con tutte le parole che mi hanno
costretto in quarantena, coperto di vesciche –
e sai che cosa?
Ho paura di accendere la luce
per controllare.

Che bravo carpentiere tuo marito.
A me bastano poche parole
per appiccare incendi ad ogni casa
che abbiamo abitato: parole di legno,
da sole sono prive di potere,
ma eccole, umili e grate,
esplodermi in viso non appena
acquisiscono un senso.

Siamo come pianeti, ci teniamo
stretti da distanze lontanissime.
Gli oceani flettono, quando ci sdraiamo,
i loro muscoli verdastri, brulica
la vita nell’altro emisfero, il globo
si inclina, si inchina
al nostro potere.
Ora che siamo a miglia di distanza
le nostre braccia sono troppo corte
per impedirci di sentirci soli.
Sembro più vecchio, comincio a perdere
i capelli. Dov’è che se ne vanno
i capelli che perdo, in questo mondo,
e i denti, e la vista? Invecchiamo
come i fiumi, ci essicchiamo e attorcigliamo
fino a sfociare in qualcosa.

È marzo, perfino gli uccelli
non sanno che fare di se stessi.
Chi è felice, ne sono sicuro,
conosce una cosa in più di noi
o una di meno. Il solo libro
che vorrei riscrivere sono i nostri
corpi che si uniscono:
quello è il solo linguaggio che stordisce,
che ti ferisce, ti respira dentro.
Nudi, allora sì
che avevamo una voce!

Voglio che tu mi prometta
che ci rivedremo, che mi scriverai.
Prometti che ci perderemo
dentro a quella foresta di pallide
betulle che sono le nostre gambe.

Ora riesco a sentire la tua voce –
come tutti, so che le promesse
si fanno per paura. Non si vive
separati, sei sempre qui con me.
Immagino, talvolta, che tu sia
nell’altra stanza, fino a quando piove…
Questa è allora la lettera che scrivo,
la lettera che sempre scrivo quando
mi tengono lontano da casa.
Le buste di carta sul tavolo
si sono sfondate per colpa
della pioggia e del peso delle arance.

*

Lake of Two Rivers[1]

“The camera relieves us of the burden of memory… Records in order to forget.”

                                                                        John Berger

1

– – –
Sdraiati nella stanza
del lago, nell’odore
appiccicoso di foglie appena nate.

Come la luna cade dalla terra
tu cadi nel sonno: letargia
perfetta dell’orbita.

2

Viaggiatrice di sei anni.
Mezza addormentata. L’automobile
procede misteriosa nella notte,
un ronzare attraverso campi inerti
e tortuosi.

Mio padre raccontava in questi viaggi
due storie. Una era la trama
di Lost Horizon, l’altra la sua vita.
Quella stanza in movimento, con la fioca
luce verde del cruscotto
era l’aereo con su Ronald Colman
dirottato in Tibet,
era il treno che portava mio padre
in Polonia il ’31.

Nei finestrini, volti di spettri,
una folla di cugini sconosciuti
ci circondava, stretti l’uno all’altro.

Ci scivolava in macchina la luna
dall’altezza di Grodno, dal villaggio
di Chaya Elke, dove si fermavano
gli spettri a salutare.

Sua cugina Mashka si sedeva
con loro nella stalla, la sua faccia
che scivolava per tutto il fiume Neman
nella chitarra di mio padre.
Il chiarore lunare imbalsamava
quel tentativo di ricordo.

3

Noi siamo il corpo e la memoria
di questo clima, di questo cielo
che i rami trasformano in figure
con le loro foglie e il loro sangue
corrosivo di nostalgia.
La luce quando usciamo è limitata
e puntuale come un nome.

*

I miei genitori, per anni,
fuggivano di notte, caricavano
i bambini sui sedili posteriori,
un groviglio di pigiami
ansioso di conoscere le stelle.

Guardavo la loro nuca
finché non dormivo. Al risveglio
era giorno, eravamo ad Algonquin.

Un posto da sempre familiare
come una stanza di casa.

La foto di mia madre, le sue gambe
serrate dentro l’acqua, lo sguardo
verso le colline dove stiamo
io e te – soltanto ora capisco,
l’hanno scattata prima che nascessi.

*

Foschia purpurea, colline indefinite.

A Two Rivers, vicini come rami.
i pesci si disperdono, argentei
impulsi di logica elettrica.

Uno zampillo di luce lunare
sul lago insonne, spiato
da dietro il fogliame.

Nei campi, a Sud, le verdure
si diffondono, spostano la terra.
Intanto noi sediamo, ci tiene
insieme la luce della lampada.

4

Le cose, più tempo le osservi,
più si trasformano.

L’intricata storia di mia madre,
affollata di vite di nonni
e genitori, la casa, centinaia
d’anni di storia tra loro.

L’amore domestico è semplice,
ferisce come la luce
drammatica delle nature morte.

Il cuore mantiene in sospensione
lo spirito e il corpo
finché la densità non li separa.
Sua madre alla sua età
era già precipitata.

Androgina, incinta, spaventata.
la perdita prende il posto della vita.

Nel buio del cielo notturno
gli occhi della pelle non si chiudono,
sogniamo il desiderio.

*

Il sole in dissoluzione
muta in pelle Two Rivers. Le nostre
braccia rosate, quasi fluorescenti,
ronzano nel buio accumulatosi
nella stanza come neon.

La notte trasforma il lago da liquido
a solido, lo fa mormorare:
nudi nell’inquieto tremolio
di foglie e di stelle dell’estate.
Nel potere conferito al desiderio
dalla pelle e dalla luce delle stelle,
come alla pietra la gravità,
ci uniamo nel buio della stanza –
un nastro di Moebius.

5

Non è una discendenza: ci innalziamo
dalle nostre storie.
La memoria somiglia, a sezionarla,
a un grafico geologico, un disegno
della crosta terreste. La distanza
tra conoscenza razionale o genetica
è turbata da un nome, una parola.
Chiaramente è per via del sovraccarico
di un campo instabile.

*

Sono annegata a venticinque anni
nel fiume Neman
dopo avere scoperto che la cenere
d’ossa dei forni
l’hanno scaricata lì.

Faccia alla finestra, c’è una parte
di te che ancora aspetta
che ritornino, come un genitore.

*

Adesso infine siamo una famiglia,
viviamo tutti la medesima esistenza,
al netto dei dettagli.

La foresta va in pezzi, le mie lacrime
sradicano gli alberi, li sradica

il mio amore che non precipita per terra
ma che sorge dal suolo già formato.

*

[1] Lake of Two Rivers è un lago nella riserva naturale di Algonquin, in Canada. Grodno è una città bielorussa al confine con la Polonia. Il fiume Neman scorre dalla Bielorussia al Mar Baltico, passando per la Lituania.


domenica 19 ottobre 2025

#biblioteca / Andrea Edoardo Visone - AL RIPARO DALL'OMBRA - Fefè

 
Andrea Edoardo Visone
AL RIPARO DALL'OMBRA
poesie

prefazione di Claudio Strinati
Fefé editore
dollana Fram(m)menti / 12
2025
p. 110, euro 15
ISBN 9788894947946
 

I poeti saranno pure brutte persone, ma credono nelle fate ed è quello che basta! dice Andrea Visone. Ecco allora che le sue poesie sono evocazioni vere e proprie. Dell’ottobre romano con la Villa Borghese dalle aiuole sabbiose, degli gnommeri gaddiani, delle estati pavesiane di un’anima in pena, dell’ubris stronza di cambiare il mondo. C’è anche un diario segreto tra fratelli e un diario dei morti. E delle divagazioni esotiche su una Piazza Rossa gozzaniana e in una Russia sentimentale e spietata; e in un’altrettanto spietata Latinoamerica. (dalla prefazione di Claudio Strinati)

Andrea Edoardo Visone, nato a Roma nel 1951, ha diretto per molti anni l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri, curato la pubblicazione della Collana Documenti Diplomatici Italiani e gestito il patrimonio storico documentario della Farnesina. Autore di articoli e saggi di carattere storico, suoi ultimi romanzi sono: Segni indelebili (La Lepre Edizioni, 2018, tradotto anche in spagnolo per la Ceibo Santiago Cl, 2019); Un posto e un nome (La Lepre Edizioni, 2020); In parole, sguardi e omissioni (Porto Seguro Editore, 2022). La figlia che non ho avuto (Gattomerlino, 2023) è stata la sua prima raccolta poetica, seguìta da questa Al riparo dall’ombra (Fefè Editore, 2025). E' membro attivo della Chiesa Valdese.

Claudio Strinati, Storico dell’arte, docente, dirigente pubblico, soprintendente per il Polo museale romano dal 1991 al 2009 e divulgatore di storia dell’arte. Esperto di pittura e scultura del Rinascimento e del Seicento, è competente anche nel campo musicale. Numerose le sue pubblicazioni e le trasmissioni tv da lui ideate e condotte, tra cui Divini devoti (Rai, 2014).



Il libro sarà presentato a ROMA, giovedì 23 ottobre alle 18:30 alla Sala Margana (piazza Margana 41). Presenti Autore, Prefatore e Leonardo de Sanctis/Fefè Editore. Saranno lette poesie dal libro; la pianista Emanuela Longo (nella foto) accompagnerà l'evento.

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